DIFFAMAZIONE E CRITICA TEOLOGICA – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

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Uno dei mali del periodo postconciliare, denunciato molte volte da studiosi attenti alle vicende della Chiesa, è la debolezza delle autorità nel correggere gli errori dottrinali, oggi molto diffusi proprio a causa di questa desistenza dell’autorità, conformemente al simpatico motto popolare “quando la gatta dorme i topi ballano”.

Ma la cosa grave è che in questi ultimi anni è avvenuta una escalation, se così si può dire, in questa inosservanza al proprio dovere da parte dell’autorità: non solo oggi essa tollera la libera diffusione delle eresie mostrandosi priva di vigilanza, pavida e latitante, ma addirittura qua e là essa, intimorita dal chiasso dei modernisti che spesso hanno raggiunto posizioni di potere, cede ad un vergognoso rispetto umano che la porta non solo a ignorare quei pochi che ancora cercano di correggere gli errori e diffondono e difendono la sana dottrina, ma addirittura a censurali o a perseguitarli in nome di futili pretesti, privi di qualunque fondamento giuridico e di buon senso pastorale.

E’ un po’ come se il primario di un ospedale, impaurito dalla pressione di medici invidiosi nei confronti di un collega zelante ed attivo, proibisse a questi di curare i malati e lasciasse gli altri a compiere tranquillamente i loro guasti ai danni dei malati.

I modernisti, raggiunte posizioni di potere, sono diventati schiavi di un’arroganza e di una conseguente cecità che li portano ad ignorare le critiche che a loro vengono rivolte dai teologi fedeli alla sana dottrina, al Magistero e al Papa. Ed anzi, se reagiscono a queste critiche, facilmente accusano il cattolico fedele di “diffamazione”, mostrando con ciò stesso di abusare delle parole e di ignorare le prescrizioni del diritto, della giustizia e della verità. Ma a loro importa poco, perché si sentono forti e pensano di poter vincere non con la lealtà e la forza del diritto, ma con la prepotenza e la violenza.

Essi abilmente confondono le acque chiamando “diffamazione” quella che può essere un’acuta ed opportuna critica teologica, la quale, per così dire, “scopre i loro altarini” e denuncia le loro truffe. Ciò ovviamente dà a loro un immenso fastidio, ma poiché, naturalmente, essendo dalla parte del torto, non hanno validi argomenti per difendersi, quando non si chiudono in un sprezzante silenzio, reagiscono con insulti, false accuse e provvedimenti repressivi, loro che volentieri proclamano il “rispetto del diverso”, la “libertà della ricerca” e il “pluralismo teologico” nonché l’“ecumenismo” e il “dialogo interreligioso”, persino con i “non credenti”.

Essi inoltre, con la scusa della “complessità” delle questioni, si valgono della lentezza per non dire a volte dell’insensibilità delle supreme autorità romane, dove pure esistono degli infiltrati e degli elementi compiacenti (il recente furto al Papa di documenti segreti ne è un sintomo). La “pulizia” che il Papa invocava nella sua famosa omelia del Venerdì Santo del 2005 bisognerebbe cominciare a farla dalla Curia romana. O come disse quel tale al Concilio di Trento: “Gli eminentissimi cardinali hanno bisogno di un’eminentissima riforma”.

Ma il tragico di oggi non è solo il bisogno di una riforma morale ma di correggere errori dottrinali presenti nello stesso collegio cardinalizio, cosa tragica, forse mai avvenuta in tutta la storia della Chiesa, giacchè, se in passato abbiamo conosciuto gravissimi scismi con antipapi e nemici interni di vario genere, mai finora l’errore dottrinale – il “fumo di Satana”, come disse Paolo VI -, era penetrato così profondamente senza un’apparente salutare reazione laddove dovrebbe splendere quella luce di verità che illumina tutto il mondo, anche se naturalmente è beninteso che il supremo Pastore, circondato dai buoni vescovi, sempre resterà l’infallibile guida dei fratelli nel nome di Cristo. Sembra giunto il fatale momento dell’ “abominio della desolazione nel luogo santo” (Mt 24,15), predetto da Cristo come segno della fine del mondo. Credo tuttavia – è mia semplice opinione – che prima di questa fine dovrà essere realizzato in pienezza il rinnovamento promosso dal Concilio Vaticano II, secondo l’auspicio di tutti i Papi a partire dal Beato Giovanni XXIII.

In tal senso si deve dire a chiare lettere, contro incauti e forse inconsapevoli difensori della “Tradizione”, che anche le dottrine (non parlo dei provvedimenti pastorali-disciplinari) del Concilio Vaticano II sono infallibili, giusta quello che recentissimamente ha detto il Papa ai Lefevriani: “non dovete dire che nelle dottrine del Vaticano II ci sono degli errori”.

In tal modo le questioni si trascinano per anni e per decenni in mezzo a tergiversazioni, politica dello struzzo, riprovevoli ritardi, sottovalutazione del pericolo, ipocrite tolleranze, rispetti umani, mancanza di discernimento e di energia pastorale. E intanto il popolo di Dio rimane confuso, scandalizzato, diviso, ingannato, frastornato e tentato di seguire gli impostori col gravissimo danno di falsificare o perdere la fede. Ne approfittano i furbi e gli ipocriti come quelle stesse autorità che dovrebbero intervenire e non fanno niente, ma ciò naturalmente col danno di tutti, di chi sta in alto e di chi sta in basso.

Oltre ovviamente alla mancanza di credibilità di quella Chiesa che oggi si vorrebbe animata da un nuovo slancio missionario. Ma se non si pone rimedio a questi mali, il parlare di “nuova evangelizzazione” e “recupero delle radici cristiane dell’Europa” diventano frasi di pura retorica o che sanno di una presa in giro.

Ridurre la critica teologica a diffamazione è l’espediente meschino, sleale e giuridicamente inconsistente dei modernisti, per far tacere i loro critici e farli passare per persone incompetenti che non sanno quello che dicono o sono animate da invidia e rancore per le legittime autorità e i probati auctores dell’establishment modernista, che si ritiene la punta avanzata della Chiesa di oggi, dopo le lunghe tenebre (l“era costantiniana” o l’ “era piiana” – da Pio V a Pio XII – come dice Rahner), che hanno preceduto il Concilio Vaticano II, da loro interpretato ad usum delphini ossia come avallo dei loro errori.

Se di diffamazione si può parlare, questa semmai è quella perpetrata contro quei pochi coraggiosi che si ergono a difesa della verità, della sana dottrina e del Magistero della Chiesa, rinunciando a qualunque ambizione umana e a posizioni di prestigio. Se io avessi voluto far carriera o aver successo, non avrei seguito certo S.Tommaso da 50 anni a questa parte, ma mi sarei messo nella congrega dei rahneriani. Questo certo non vuol dire che a tutt’oggi non esistano ancora ai vertici della Chiesa e in campo teologico degnissime autorità. Saranno appunto loro, appoggiate dal popolo, a far quella “pulizia” che ha auspicato il Papa, pulizia ben più impegnativa, delicata ed importante di quanto è richiesto per lo sgombero dei rifiuti a Napoli.

La diffamazione – dovremmo ben saperlo – si fonda sulla menzogna ed è mossa dall’odio o dall’invidia. Per questo è giustamente punita dal diritto. La critica teologica è “diffamazione” solo per i teologi che hanno la coda di paglia, prime donne da teatro che non sopportano nessuna critica, spiriti gonfi di se stessi, permalosi e suscettibili, incapaci di opporre validi argomenti perché non li hanno, sofisti che seducono o incantano la gente con i loro show da buffoni o da finti profeti o geni di uno svampito romanticismo, ormai fuori moda.

La critica teologica si distingue essenzialmente dalla diffamazione perché è basata sulla verità ed è animata da disinteresse, carità e giustizia. Certamente essa poi rileva con prudenza, coraggio ed acribia difetti ed errori comprovati e può a tutta prima ferire l’orgoglio o compromettere la fama dell’errante, può anche suscitare un certo sdegno o scandalo nei seguaci dell’errante, siano essi in buona o cattiva fede.

Ma in fondo l’intervento della critica, per quanto a tutta prima possa essere doloroso e conturbante, a differenza della diffamazione che è solo distruttiva, è salutare, come l’intervento di un medico buono ed esperto che con franchezza denuncia un male nascosto, ma con l’intento e la possibilità di guarirlo, solo che il malato si lasci curare.

Purtroppo i medici sanno bene che esistono malati che non riconoscono i propri mali e che quindi non vogliono lasciarsi curare. Questo avviene purtroppo anche nel campo dello spirito, con la differenza che qui i mali, per quanto gravi, come per esempio l’eresia, se il malato è umile, docile, pentito e vuol guarire, possono essere sempre curati, a differenza dal campo della vita fisica, dove, come sappiamo bene, se sorge un morbo grave, non si guarisce anche con i medici migliori e tutta la buona volontà di guarire.

Bisogna mettersi in testa una buona volta, contro una certa mentalità catastrofica, occhiuta ed arcigna del passato, che dalle eresie si può guarire. Ed è con questa mentalità che occorre affrontarle[1]. Altrimenti che cosa è la conversione? Che cosa è la metànoia della quale parla S.Paolo? E’ abbandonare le proprie certezze per seguire le mode, come alcuni hanno stupidamente sostenuto, è rinunciare a conservare la verità per abbracciare le favole, sotto pretesto del “nuovo” e del “progredito” o non è piuttosto riconoscere umilmente di aver sbagliato o di essere magari caduti inconsapevolmente nell’eresia, pronti a correggersi per abbracciare la verità?

Così come esistono progressi della medicina, per cui oggi si guarisce da malattie un tempo inguaribili, altrettanto oggi una pastorale più evangelica che per il passato, ispirata dal Concilio Vaticano II,  consente di curare anche quelle malattie dello spirito, per le quali un tempo si era troppo intolleranti e per cui con durezza e troppa fretta adottavano metodi repressivi anziché avviare una paziente e caritatevole opera pastorale di recupero e di correzione, sull’esempio dei grandi santi del passato, a cominciare dall’esempio sommo di Gesù Cristo, con l’enorme pazienza ma anche fermezza che ebbe nell’opera educativa e correttiva dei suoi apostoli, divenuti poi luce del mondo e sale della terra.

Si parla tanto di dialogo, ma spesso i grandi maestri del “dialogo”, vittime di grossolani errori filosofici e teologici, non tollerano le minime osservazioni fatte peraltro da teologi dotti, caritatevoli e pienamente fedeli alla buona dottrina ed al Magistero della Chiesa. Essi “dialogano” solo con coloro che condividono i loro errori nonché con gli esponenti delle dottrine più strampalate ed anticristiane  respingendo sdegnosamente gli avvertimenti, i richiami o le critiche di qualunque genere fatti dai fratelli di fede.

Speriamo che il prossimo Anno della Fede sia occasione per tutti – perché nessuno è infallibile – per una sincera revisione delle nostre idee, per vedere se sono veramente conformi alla sana ragione, alla verità del Vangelo ed alla dottrina della Chiesa, in un rinnovato impegno di approfondimento della verità e di comunicazione di essa all’intera umanità.


Bologna, 22 giugno 2012

 

 


[1] Al riguardo mi permetto di indicare un mio libro dedicato a questo grave ed urgente problema: La questione dell’eresia oggi, Edizioni Vivere In, Monopoli (BA), 2008.

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