Dio è visibile a occhio nudo. Manca soltanto la nudità: la Certosa

Dopo “Il ritmo della creazione”, “Come una freccia lanciata con forza verso il cielo”e “Opus Dei, quando Dio scende nel nostro cuore”, continuiamo la pubblicazione delle riflessioni sul monachesimo di Giuseppe Fausto Balbo, che per Riscossa Cristiana ha già scritto una serie di articoli sulla storia degli ordini monastici.

Il monachesimo cristiano nasce come forma “altra” rispetto al martirio (inteso come morte cruenta per la fede in Cristo), ma il monaco vuole essere un tipo di “martire” perché non può sottrarsi al bisogno, irriducibile in alcuni, di trasformare il proprio corpo e la propria mente in una Confessio Fidei ardente (sembra tutto fuoco si diceva riferendosi a qualche monaco).

Alcuni hanno sentito vibrare il proprio corpo, tendere la propria mente, di fronte alla domanda: “E voi chi dite che Io sia?” (Mt. 16,15), la risposta non poteva che essere totalizzante: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt. 16,16); e come? Attraverso un appassionante desiderio di vivere il Vangelo senza compromessi, in un percorso che è via via ricerca di un’autentica solitudine interiore contrassegnata dalla scelta dell’astensione dai beni terreni, dai legami (sessuali) e dall’obbedienza totale.

In questa cornice primitiva si possono comprendere le ragioni ideali della Certosa che si sono trasfuse attraverso la realizzazione particolare che ne è avvenuta, così come il millennio della sua storia l’ha tramandata. L’Ordine certosino è uno dei più rigorosi ordini monastici, fondato da San Bruno nel 1084 nella Savoia, Francia, e prende il nome dal massiccio di Chartreuse, dove, con sei compagni, Bruno cercò la solitudine per dedicarsi alla vita contemplativa. Questa caratteristica si è conservata attraverso i secoli; fin dai primi tempi, infatti, è subito individuato il timbro tipico della vita certosina: unione di solitari che abitano in piccole casette riunite intorno ad un chiostro contemperando la solitudine personale e i momenti comuni particolari della liturgia celebrata in comune, ma anche in occasione d’incontri come i sermoni o la passeggiata settimanale a contatto con la natura che circonda il monastero.

Proprio ricollegandosi a quest’antica origine colui che sceglie di entrare in una Certosa sceglie innanzitutto e precipuamente la solitudine come luogo esemplare, interiore ed esteriore, di sequela del Vangelo.

Se si guarda alla legislazione certosina, fin dai primi tempi è stato posto come base un famoso testo biblico rimasto fino ad oggi come icona dell’ideale del monaco: «Il profeta dice infine: Siede solitario in silenzioper potersi elevare sopra di sé, indicando così quasi tutto ciò che vi è di meglio nella nostra vocazione: la quiete, la solitudine, il silenzio e il desiderio dei beni celesti». La Certosa non è tanto una casa di preghiera, bensì una comunità di solitari che, nella solitudine, tentano di ripercorrere il cammino degli antichi eremiti.

Il monaco che vive questo particolare tipo di esperienza monastica, sceglie innanzitutto di morire con Cristo e vivere per Lui (cfr. 2Tim 2,11) nella solitudine; ciò non esclude che il monaco certosino dedichi circa otto ore della sua giornata alla preghiera, gran parte della quale è composta da orazioni vocali, compresa una parte dell’Opus Dei/Ufficio Divino interamente cantato.

Nonostante questo grande rilievo dato alla preghiera, ciò che è percepito maggiormente e immediatamente dal visitatore, anche distratto (e questo vale anche nel caso di una certosa ormai divenuta museo), è lo sgomento di trovarsi di fronte all’immensità della solitudine. Essa può apparire, in un primo momento, anche romantica, ma, come insegna la tradizione certosina, la solitudine si dimostra ben presto un maestro di noviziato molto rude, che, senza tanti giri di parole, pone di fronte a se stessi e all’ineluttabile necessità di abbandonare ogni cosa (ogni benché minima illusione) per seguire nella povertà il Signore. Esperienza di pochi e per pochi.

All’interno di questo percorso la preghiera non è ricerca di parole, né tanto meno un insieme di parole da trasmettere agli altri, ma un abbandono, un vuoto che, come il grido di Gesù in croce, da voce alla presenza di Dio.

Pregare in Certosa è quindi un “esercizio” in cui il monaco sperimenta su se stesso lo spogliamento dell’uomo vecchio, la presa di distanza da ogni attaccamento che si rivelerebbe, presto o tardi, una zavorra che impedisce la vera libertà interiore e non permetterebbe il raggiungimento dell’unicum necessarium: stare, appunto, alla presenza di Dio!

Questo “esercizio” è portato avanti in un contesto di vita molto preciso e la solitudine ha i suoi punti cardinali: l’obbedienza: nella solitudine della sua cella, da cui esce tre volte nell’arco di 24 ore, e dove il monaco viene continuamente richiamato dalla campana ad uscire da se stesso per passare ad altra occupazione; la castità: si pensi solo al fatto che, ordinariamente, il monaco non intrattiene corrispondenza, né è collegato ad internet…; la povertà: nella cella, che ad un abitatore poco avvertito può apparire ben grande il primo giorno, molto meno il secondo e, il terzo, spingerlo precipitosamente a chiedere un orario degli autobus…

“Immaginare” queste cose può indurre un sentimento eroico: nulla di meno realistico. Nella cella, che non si può lasciare senza un reale motivo, la prima cosa che s’impara è che non si può sfuggire da se stessi. Ci si trova di fronte al proprio io ingombrante e alle sue pulsioni.

Tentare di bypassare questa esperienza con la forza di volontà può rappresentare una delle possibili strade per la follia. La prima realtà che si scopre è l’isolamento e il corpo che grida in quest’abbandono, cioè, nessuno se non Dio e Dio solo si può trovare, volta per volta, la ragione di continuare a vivere e la forza di farlo. S’inizia a scoprire il senso della cella: “Va a Dio oppure vattene„.

Ogni uomo sperimenta l’angoscia a un qualche livello, ma nulla di paragonabile a quello che si può sperimentare abbracciando la solitudine. Le sofferenze che si possono sperimentare in questo cammino, dove corpo e mente diventano come corde tesissime di un violino, portano a immaginare (e l’immaginazione è il demone più insidioso!) che le cose siano peggiorate al punto da dover temere che la propria sanità mentale possa resistere.

Si può arrivare a quella che, con una parola purtroppo ridotta a sentimentalismo, è stata definita la “notte della fede”.  È affrontare l’attacco alla fede, alla speranza e alla carità che può comportare un reale dolore fisico che manifesta ‘concretamente’ la lotta con la paura.  Sembra non esserci più nulla, né in vita, né in morte, se non un orribile angoscia. Si può oltrepassare l’esperienza di ritenersi abbandonati da Dio (che sarebbe già spaventosa) e avvicinarsi al panico: può essere che io sia odiato da Dio? Il dolore fisico è una possibilità realistica perché è come se si vivesse in un inferno per giorni e mesi: e questo è un cammino orrendo che paralizza l’anima e lo spirito.  Ed è lì lungo tutta la giornata.  Il sonno sembra portare una sosta, ma quanto sono terribili i risvegli? Uno, poi, non si risveglia, ma è risvegliato da una sensazione crescente di sofferenza nel corpo e nello spirito, dalla consapevolezza dolorosa di dover affrontare una volta di più la verità inesorabile.

Non dimentichiamo che in Certosa i risvegli sono due nelle ventiquattrore…

Un muro crudele si erge tra sé e Dio e il muro vuoto e freddo della cella diventa il simbolo di questa desolazione.  Si ricade così ogni volta violentemente sul proprio ‘io’ (quello al quale prima non era rifiutato nulla, anche quando s’immaginava di rifiutare tutto) e, il proprio ‘io’, diventa un orribile pozzo nero. Ogni tentativo di risalire implica una caduta più profonda nelle tenebre.

Che fare? Attendere con pazienza, svuotare la mente da tutto ciò che non è Dio; solo Dio potrà liberare i sensi, pacificare l’immaginazione, calmare…

In quale modo, però, arriverà la salvezza?

Per viscera misericordiae Dei nostri,

in quibus visitabit nos oriens ex alto,

illuminare his, qui in tenebris et in umbra mortis sedent,

ad dirigendos pedes nostros in viam pacis. (Lc. 1, 78-79)”

A ben caro prezzo la nudità è diventata la cifra della vita del monaco, ma è ciò che permette (e così dovrebbe essere per ogni cristiano) di vedere Dio ad occhio nudo! Perseverando in certosa, dopo essersi sottoposti a questo giogo (Mt 11,30), il monaco potrà così scoprire che, durante il pasto solitario davanti alla finestra della cella, occorrerà vincere l’impulso generoso di tendere le briciole all’uccellino che si è posato sul davanzale e sta guardando timoroso, ma dovrà rimanere quieto (la quies!) – Christo quietus-, immoto, aspettando che sia vinta nell’uccellino la paura e in lui stesso la brama, sottilissima, del possesso.

Vivere diventa quindi un lieto e profondo abbandono alla manna alla quale ogni giorno Dio provvede e di cui il monaco, nonostante le crisi, coltiva la certezza, nell’oscurità. Il monaco certosino, come Maria «…calcando le orme di Cristo, quieta e disponibile, lo contempla nella sua divinità; che scruta il proprio intimo, aprendo il suo cuore alla preghiera e ascolta quel che interiormente le dice il Signore, pervenendo così nella debole misura che le è possibile, come in uno specchio e in maniera confusa, a gustare e vedere quanto egli è buono».

Se leggiamo le testimonianze che nei secoli sono fiorite in Certosa scopriamo che, senza eccezioni, rispecchiano l’animo di persone che hanno cercato il Signore Gesù con una straordinaria intensità, anche affettiva. Forse oggi sembrerà inconsueto che ci si possa rivolgere con accenti così teneri a Gesù, e noi, così individualisti, guardiamo con sospetto a queste effusioni della sensibilità nel rapporto con Dio. Nella tradizione cristiana (e soprattutto latina), pensiamo a san Bonaventura o a santa Teresa d’Avila, questi accenti così tipici di un cuore umano amante, di un corpo amante, sono una delle vie per eccellenza per incontrare Gesù, se non altro perché è quella che Lui per primo ha scelto. Mai, come oggi, si parla di incarnare il Vangelo, raramente come oggi il cristiano medio è alienato dalla presenza «viva» della persona di Gesù nella sua vita intima.

Oggi noi, invece, siamo immersi nell’ideologia dell’accoglienza e del dialogo; diceva Bernanos “chi si acceca volontariamente con il pretesto dell’amore del prossimo, corre il rischio di rompere lo specchio nel quale poteva rispecchiarsi”. Siamo tiranneggiati dalla filosofia dell’inclusione e dell’abbattimento dei muri, versione cattolica indecorosa di quel bisogno contemporaneo di protagonismo che ha come ultima risorsa la distruzione della propria identità, intimità e pudore.  Reazione tipica di chi ha perso, la propria, d’identità.

Ormai il nuovo vangelo è il teatro delle ‘sorprese di Dio’ di fronte al quale noi siamo ridotti a spettatori passivi che, finalmente, possono essere liberati, per interposta persona, in modo radicale, da quelle parti di sé, segrete e delicate, ancora (miracolosamente) legate a Dio, ma in questo modo diventare ciechi…

Rileggere le antiche testimonianze della Certosa (visitarne una delle tante ormai vuote [e i muri sono ancora lì a parlare della Fede! Ecco perché i muri servono e oggi è necessario abbatterli: sono lì a giudicarci!]) è rammentare che l’essenza del messaggio evangelico non sta nel fare cose straordinarie, ma, sull’esempio di Cristo che ha assunto la natura umana, prendere il nostro corpo e la nostra mente e vivere nell’umiltà e nella calma senza cercare, pretendere e rifiutare niente e tutto ricongiungere (coniŭgāre) a Dio; solo così anche il nostro prossimo potrà essere al centro della nostra vita nell’unico modo possibile: quello del disegno della Creazione.

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