L’omelia della domenica – di Don Marino Neri

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XXI domenica dopo Pentecoste

Rituale Romano

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zzcnfss“Il Regno dei cieli è simile a un re, che volle regolare i conti con i suoi servitori”. Nel mondo odierno fatto di diritti per tutti e di doveri per pochi, noi ci dimentichiamo che Iddio è un Re (lo abbiamo celebrato domenica scorsa, l’ultima di ottobre) e che noi siamo suoi servi: tra Lui e noi vi sono dei conti da regolare. Ed Egli li esaminerà in maniera infallibile e li regolerà secondo giustizia. Così dalla parabola odierna, apprendiamo che il Buon Dio intende regolare i conti coi suoi servitori. Uno dei servi ha un debito enorme: che fa il re? Lo perdona, lo condona. Ed ecco il primo insegnamento: l’umanità peccatrice non avrebbe di che corrispondere il suo Signore, se Egli per primo non le fosse andata incontro attraverso la Redenzione. Per mezzo della sofferenza vicaria ed espiatrice del Figlio di Dio l’uomo è riscattato, liberato dal debito del peccato che l’opprime e reintrodotto nella piena dignità filiale. Ma – si potrebbe dire- non era sufficiente perdonarci senza tante sofferenze, senza una morte così atroce?

San Tommaso d’Aquino, nel suo Commento al Credo, afferma che la necessità della Passione di Cristo è duplice: «la prima come rimedio contro i nostri peccati, e la seconda come esempio al nostro operare». Cristo doveva insegnare all’uomo a perdonare. Certamente Iddio avrebbe potuto redimerci con un atto puro della sua volontà, ma gli uomini non avrebbero avuto un esempio da imitare. Oggi, dopo anni di pensiero debole e di trascuratezze liturgiche, non riescono neanche più a commuoversi di fronte all’Amore crocifisso; immaginiamoci se Cristo non si fosse incarnato e non avesse patito per noi, lasciandoci un esempio concretamente visibile della sua giustizia e della sua misericordia. Inoltre, la parabola di questa domenica ci ammaestra attorno ad altre due importanti verità. La prima è che la moneta sonante con cui ricompensare il re dei Re per il suo Amore gratuito è fare altrettanto coi nostri fratelli. “Et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris” (Mt 6, 12), preghiamo ogni giorno nella preghiera del Signore. Siamo a posto con Dio quando noi usiamo gli stessi atteggiamenti di misericordia, di perdono, di giustizia nei confronti dei nostri fratelli.

Noi perdoniamo e Iddio ci perdona le nostre colpe; noi non perdoniamo e Iddio non ci perdona. Ed ecco l’ultimo insegnamento: Dio perdona, ma non perdona sempre. Perdona a condizione che noi perdoniamo. Il demonio, che vuole dannare quante più anime può, ci vuole indurre all’orgoglio e alla vendetta. Se non gli resisteremo rivestiti dell’armatura di Dio (vd. epistola), nel giudizio non riceveremo il condono delle nostre colpe, ma la punizione, come il servo irriconoscente del Vangelo: verremo privati della visione beatifica e per sempre allontanati dalla presenza divina, fine soprannaturale di ogni uomo. Oggi a noi viene posta davanti l’immagine della giustizia e della misericordia di Dio: così amorevole da perdonare i peccatori pentiti, così giusto da punire i reprobi. Invochiamo nella nostra anima e nel nostro intelletto il santo Timor di Dio, che ci conduca a imitare sempre più e sempre meglio il Divin Maestro. Alla fine dei nostri giorni Egli assumerà verso di noi gli stessi atteggiamenti che avremo  usato verso il nostro prossimo.

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