DOMENICA 12 MAGGIO TUTTI A ROMA PER LA III MARCIA NAZIONALE PER LA VITA = LA MARCIA PER LA VITA: MOMENTO FONDAMENTALE DI UN IMPEGNO EDUCATIVO, MENTRE SI PROFILANO MINACCE AL DIRITTO DEI MEDICI ALL’OBIEZIONE – di Carla D’Agostino Ungaretti

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DOMENICA 12 MAGGIO TUTTI A ROMA PER LA III MARCIA NAZIONALE PER LA VITA

 

Manca solo un mese e un giorno alla III Marcia Nazionale per la Vita, che si terrà il 12 maggio a Roma, preceduta, il giorno 11, da un grande Convegno e dall’Adorazione Eucaristica in riparazione per il crimine dell’aborto. Cliccando qui potrete leggere il programma completo.

Invitiamo tutti i nostri amici e lettori ad essere presenti alla Marcia, perché è più che mai urgente una forte testimonianza in difesa della Vita. La cosiddetta civiltà si sta sfaldando sotto i colpi della dittatura del relativismo ed è necessario “scendere in strada”, come lo scorso anno a Roma, come due anni fa a Desenzano, ed è necessario essere in tanti, per mostrare l’esistenza di un popolo che non si è arreso alla logica di morte, per confortare gli smarriti, per stimolare i pavidi. Invitiamo i nostri parenti, amici, veniamo con la famiglia, a una giornata di gioia, che celebra il dono della Vita, in opposizione al funereo messaggio di morte che sempre più ammorba l’aria che respiriamo.

Ognuno di noi è importante, ogni voce in difesa della vita può salvare il mondo dall’abisso in cui sta precipitando.

Sul tema della difesa della Vita, pubblichiamo oggi un articolo di Carla D’Agostino Ungaretti, nel quale si parla anche della minaccia (purtroppo reale) al diritto dei medici all’obiezione contro l’infame legge 194. Altri autori interverranno nei prossimi giorni.

Arrivederci a Roma, domenica 12 maggio 2013!

PD

 

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mv

 

 

LA MARCIA PER LA VITA: MOMENTO FONDAMENTALE DI UN IMPEGNO EDUCATIVO, MENTRE SI PROFILANO MINACCE AL DIRITTO DEI MEDICI ALL’OBIEZIONE

di Carla D’Agostino Ungaretti

 

 

Monsignor Mariano Crociata, segretario della CEI, ha definito il momento che stiamo vivendo una stagione di “grave riflessione per noi cattolici, perché rispecchia la grande difficoltà di delineare, lasciare intravedere e tanto meno attuare adeguatamente, progetti ispirati alla nostra visione del mondo e della società”[1].

Un’ottima occasione per fare quella riflessione è, a mio giudizio, la partecipazione alla marcia per la vita del prossimo 12 maggio a Roma, che rappresenta un momento altissimo di testimonianza umana e cristiana (il che, poi, è la medesima cosa) contro l’assurda aspirazione moderna al perseguimento, qui e ora, del proprio materiale e contingente interesse che, nella forma più estrema, arriva ad ammettere la soppressione della vita umana sia nascente che terminale quando non è gradita o urta contro i nostri progetti.

Più rifletto su questo problema e più mi convinco che la mèta cui dobbiamo tendere noi cattolici è l’abrogazione totale della famigerata legge n. 194, per il motivo perfettamente delineato da Danilo Quinto[2]. Poiché, a quanto pare, il numero dei medici obiettori va aumentando, è lecito supporre che il ricorso all’aborto sarà sempre più difficile, ma solo a condizione che il diritto del medico all’obiezione di coscienza – riconosciuto dal Comitato Nazionale di Bioetica – non venga in conflitto con il diritto all’autodeterminazione della donna stabilito dalla legge italiana e dalla normativa europea.

Che cosa accadrà se sorgerà questo conflitto? Questa eventualità è facilmente verificabile, se i pochi medici abortisti, ridotti a praticare solo interventi di quel genere, prenderanno coscienza dell’umiliazione e dello svilimento subiti dalla loro professione, che dovrebbe tendere a salvare vite e non a uccidere. Dovremo allora attenderci una forte limitazione legale dell’obiezione di coscienza e la persecuzione dei medici obiettori, come sta già accadendo negli Stati Uniti? Dovremo rivivere l’atmosfera dei primi secoli del Cristianesimo?

Perciò sono convinta che il vero obiettivo – difficile, temerario, utopico quanto si vuole, ma inderogabile – sia l’abrogazione della legge n. 194, da perseguire con un intenso, coraggioso, costante, difficile lavoro di educazione delle giovani generazioni al rispetto della vita e all’affettività. Mons. Crociata ha insistito sul deficit di incidenza e di mobilitazione dei cattolici che non devono lasciarsi intimorire, perché “ora serve il lavorìo nascosto della formazione“.

Perciò penso che la marcia rappresenti un aspetto fondamentale di questo impegno educativo che tutti noi, nell’attuale momento storico, dobbiamo moltiplicare nei confronti della generazione che viene dopo di noi, perché non viviamo più, come una volta, in quell’atmosfera “naturaliter christiana” che era capace di imprimere nelle giovani generazioni un connotato indelebile. Questo non significa che le generazioni precedenti non peccassero, ma che peccavano sapendo di peccare, mentre oggi è scomparso il senso del peccato, come si può vedere ogni giorno dai confessionali delle nostre chiese perennemente vuoti. E quale peccato può destare maggiore orrore di quello che deliberatamente e premeditatamente consente, o semplicemente tollera, l’aborto e l’eutanasia?

Poco tempo fa, espressi senza mezzi termini le mie profonde convinzioni in materia su un social network: non l’avessi mai fatto! Sono stata ricoperta di insulti, ma non è questo che mi ha offeso o scandalizzata: figurarsi! Ci vuol ben altro per farmi impressione! Ciò che invece mi ha colpito e addolorato è stato che i miei scandalizzati e intolleranti critici  sembravano tutti giovani e se la prendevano con me perché cattolica, e quindi nemica di un sacrosanto diritto delle donne, quello di abortire, nonostante io non avessi fatto alcuna pubblica professione di fede, ma avessi condannato l’aborto e l’eutanasia sotto il mero profilo umano e civile, allo stesso titolo al quale tutti i Codici Penali del mondo condannano l’omicidio. Tutto ciò rivela che la tutela della vita umana è ormai considerata un valore solo dai cattolici mentre per tutti gli altri, atei, agnostici, indifferenti, non vale la pena di scaldarsi tanto per ciò che a me, povera, antiquata e retriva “cattolica bambina“, sembra il bene supremo dell’umanità: la vita.

Quindi ribadisco che il problema è principalmente educativo. Da anni si va dicendo che, nella presente situazione culturale, educare non è difficile, è impossibile, perché è diventato impensabile. Questa affermazione non deve essere interpretata come una dichiarazione di resa, ma come la constatazione di una realtà e come accettazione della sfida educativa che essa comporta. I giovani tra i 20 e i 30 anni hanno imparato a vivere senza fede nel valore del sacrificio e della donazione di sé a chi è più debole o sfortunato, perché le famiglie di origine, eredi della rivoluzione sessantottina, non sono state capaci di trasmettere quei princìpi. Una delle conseguenze di questo che a me sembra un vero disastro educativo è l’indifferenza verso l’aborto considerato ormai in tutto il mondo un diritto inalienabile delle donne. Nessun governo protesta contro i milioni di aborti praticati in Cina negli ultimi 40 anni; un’intera generazione di esseri umani è stata spazzata via nell’indifferenza mondiale e nessuno protesta per non turbare i rapporti (soprattutto economici) con una nazione emergente. Come meravigliarsi poi se un’alta percentuale di ragazze che si professano cattoliche considera l’aborto una comoda scappatoia in caso di incidente inaspettato?

Per questo spero che moltissimi giovani partecipino alla Marcia per la Vita ed io cerco di incoraggiare tutti quelli che conosco. Ma non soltanto alla semplice partecipazione alla marcia: anche alla tavola rotonda che si terrà il giorno prima all’Ateneo Regina Apostolorum su “I giovani, la vita affettiva e la morale sessuale della Chiesa”, argomento strettamente connesso al problema dell’aborto, perché tutti sappiamo quanto sia grande l’ignoranza giovanile su questi temi.

Forse per alcuni di loro questo evento sarà solo una piacevole occasione per godersi la primavera romana e per loro il significato più profondo della testimonianza cadrà negli interstizi del nostro sconnesso selciato (i celebri sampietrini romani) senza produrre frutto ma, se confidiamo in Cristo, sappiamo che ci sarà comunque un microscopico semino di quella testimonianza che cadrà sul terreno buono di un cuore disponibile a riflettere su quel terribile dramma umano e sicuramente produrrà frutto, perché di una vera palingenesi morale l’umanità oggi ha bisogno.


 


[1] Cfr. AVVENIRE, 7.4.2013.

[2] Cfr. CORRISPONDENZA ROMANA n. 1286 del 27.3.2013.

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