DOMENICA 13 MAGGIO TUTTI A ROMA, PER LA MARCIA NAZIONALE PER LA VITA. CARLA E I “VALORI NON NEGOZIABILI” – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti


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DOMENICA 13 MAGGIO TUTTI A ROMA, PER LA MARCIA NAZIONALE PER LA VITA


 

Fin dal lontano 1985, quando letteralmente “divorai” il celebre libro di Vittorio Messori “Rapporto sulla fede. Colloquio con Joseph Ratzinger” (Ed Paoline), rimasi conquistata dal mite sorriso, riprodotto in copertina, dell’allora Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede e da quello sguardo trasparente che subito mi ispirarono affetto e fiducia, tanto da farmi sperare che diventasse lui il prossimo Papa, dopo quel gigante della fede che fu Giovanni Paolo II. Ringrazio il Signore per avermi esaudita.

La lettura successiva di alcuni libri di Benedetto XVI[1] completò l’opera di conquista del mio spirito da parte della straordinaria personalità del Pontefice regnante, tanto che oggi io non esito a definirmi davanti agli amici laicisti, oltre che cattolica “bambina”, anche una “ratzingeriana di ferro”, spesso suscitando affettuosi sorrisi di benevolenza quando non di commiserazione. Il pensiero relativista, infatti, dopo averlo chiamato Panzer-Kardinal, o addirittura Il Pastore Tedesco (nomignoli altrettanto stupidi quanto ingiustamente irriguardosi per una personalità di tale livello) tenta ora di sminuire la figura di questo Pontefice definendolo reazionario e tradizionalista; ma come è possibile ritenere reazionario un Papa che, sulla scìa del suo predecessore, attribuisce tanta importanza al rapporto tra fede e ragione? Semmai dovrebbe essere ritenuta reazionaria e superata la dottrina luterana che, sulle orme del suo fondatore, svaluta totalmente la ragione per affidare esclusivamente alla fede la possibilità di salvezza. Il magistero di Benedetto XVI, invece, ha una forte connotazione antropologica e questo aspetto disturba i laicisti i quali  vorrebbero la Chiesa cattolica ripiegata su se stessa nelle sacrestie e nel chiuso delle coscienze, invece di occuparsi dei problemi che riguardano da vicino la vita umana dei quali le moderne correnti di pensiero vorrebbero avere l’esclusiva. Al contrario, l’aspetto dell’insegnamento di Benedetto XVI che maggiormente mi commuove e rafforza la fede di un’umile pecorella come me è la strenua difesa, condotta con mitezza e fermezza, di quelli che lui stesso ha chiamato i “valori non negoziabili” – non solo per i cattolici che operano nel sociale, ma anche per le persone comuni che vivono la vita di tutti i giorni – insieme all’umiltà che un teologo della sua levatura, diventato Papa, non ha esitato a manifestare nell’introduzione al suo primo libro su Gesù di Nazareth[2].

Ma che cosa sono questi “valori non negoziabili” di cui fino a pochi anni fa non si parlava perché sembravano connaturati all’agire umano e che invece Benedetto XVI ora ritiene necessario richiamare alla coscienza del mondo, perché ha constatato che purtroppo vanno affievolendosi e la cui difesa è ormai strettamente legata alla condanna del relativismo imperante? Sono tutti quei valori che affondano le loro radici nel Decalogo che, a sua volta, non fa che rispecchiare quel diritto naturale e quella verità antropologica avvertiti come cogenti e imprescindibili in tutti i tempi e in ogni paese. L’omicidio, la menzogna, il furto, l’empietà, l’adulterio, la mancanza di rispetto per i genitori sono sempre stati condannati da ogni popolo fin dalla notte dei tempi, ma la filosofia moderna tenta di abbattere, in nome del relativismo, alcune conseguenze naturali di queste leggi eterne asserendo che non può esistere una Verità valida per tutti gli esseri umani in ogni luogo e in ogni epoca della storia e dimenticando (o fingendo di dimenticare) che persino il pagano Sofocle, quattro secoli prima di Cristo, sosteneva – nella tragedia Antigone -che questi valori sono stati instillati nella coscienza umana da un’Entità superiore e non possono essere scalzati dai mortali. Da quei valori eterni discendono direttamente alcuni principi bioetici che tutti conosciamo e che la Chiesa cattolica è rimasta l’ultima a difendere: difesa dei più deboli (dal bambino non ancora nato, al malato terminale), libertà religiosa, diritto alla vita e alla salute, rifiuto della manipolazione eugenetica (e si potrebbe continuare a lungo …) scatenando nel mondo laicista – e, purtroppo, anche in quello di molti cattolici adulti – quel “furore giacobino” di cui parlò Luca Volonté in un suo libro di qualche anno fa[3], perché si vorrebbe che i cattolici dessero il loro sostegno sociale e politico a coloro che relativizzano il mondo e l’uomo. Ma come possono i cattolici accantonare quei principi che sono a base della loro Weltanschaung, senza mostrare al mondo che si vergognano di Cristo?

S. Agostino, nel meraviglioso e poetico libro delle Confessioni (mio livre de chévet) narra un significativo episodio riferitogli dal sacerdote Simpliciano; questo episodio ebbe un’importanza rilevante nel cammino del giovane Agostino verso la fede in Cristo, ma egli non poteva certo immaginare che esso avrebbe perfettamente rispecchiato la posizione di molti cattolici adulti di ben 1600 anni dopo[4]. Il filosofo platonico Mario Vittorino era un grande ammiratore della figura di Cristo, ma non riteneva necessario entrare a far parte della Chiesa visibile ricevendo il Battesimo perché, convinto com’era di possedere già nel suo bagaglio filosofico tutti i postulati del Cristianesimo con i quali la sua ragione concordava perfettamente, egli si sentiva già cristiano. Forse Karl Rahner lo avrebbe definito un “cristiano anonimo” ante litteram. Come molti del XXI secolo, che pure si professano cristiani, egli riteneva che l’istituzionalizzazione della Chiesa e le sue “formalità” (come molti definiscono il Battesimo) fossero cose inutili o addirittura dannose quando già si vive cristianamente, tanto  che al suo amico Simpliciano – che, invece, diceva di non poterlo considerare cristiano finché non si fosse professato tale davanti al mondo ricevendo il Battesimo – egli domandava scherzosamente: << Forse che sono i muri (della Chiesa) a fare il cristiano?>>. In realtà egli “aveva timore di inimicarsi quei suoi amici, superbi adoratori di demoni, e si aspettava che dalla loro boria babilonica, come da cedri del Libano non ancora schiantati dal Signore, sarebbero ruinate su di lui gravi inimicizie”. Non sembra che S. Agostino parli di un cattolico “adulto” del nostro tempo compromesso con la cultura dominante? Vittorino si fece battezzare quando la sua fede raggiunse, per opera di Dio, quel livello di maturità tale da fargli comprendere che se si fosse vergognato di professare Cristo davanti agli uomini, Cristo si sarebbe vergognato di lui davanti al Padre (Mt 9, 32) .

La fede in Cristo non è negoziabile: il cristiano non può avere due facce, una privata e una pubblica e mondana che sostenga la legislazione sull’aborto sull’eutanasia, sulla manipolazione genetica, sul matrimonio degli omosessuali, al fine di ottenere la benevolenza della cultura dominante. Il Cristo di Vittorino, prima del Battesimo, era un Cristo relativista e negoziabile con i valori del “mondo” la cui Parola era solo una nobile dottrina consolatoria come ce ne erano (e ce ne sono) tante. Quando la sua fede poté fare, con l’aiuto di Dio, un salto di qualità Vittorino si compromise davanti al mondo ricevendo il Battesimo perché finalmente aveva capito che il Cristianesimo non è un insieme di nozioni, ma la “Via” e la fraterna comunione umana incarnata nella Chiesa sta su un piano diverso da quello dell’idea platonica.

La grande certezza cristiana che rende ineludibile la Parola, e tutto ciò che da essa deriva, riposa sulla Resurrezione. Nessuna religione al mondo, nessuna filosofia, nessun sistema di pensiero ha mai lontanamente immaginato che un Dio si facesse uomo per amore, accettasse di subire un supplizio terribile e poi resuscitasse dopo tre giorni facendosi vedere, sentire e toccare dai suoi discepoli, arrivando perfino a conversare con loro mangiando del pesce arrosto (Lc 24, 41 – 43). Bene immaginò il Caravaggio la scena del contatto fisico col Risorto nel dipinto, conservato al castello di Sans Soucis a Potsdam, nel quale l’incredulo e sbalordito Tommaso, invitato a ciò dallo stesso Gesù, inserisce tutta la prima falange del suo dito indice nella piaga del costato di Lui ancora aperta. S. Paolo, per fare questo annuncio, non ebbe timore di farsi irridere e dileggiare dagli Ateniesi dell’Areopago, forse il popolo più colto e smaliziato nel bacino del Mediterraneo (At 17). Nessuno dei grandi Testimoni di Cristo si è mai vergognato del Vangelo (Rm 1, 16) e molti politici e intellettuali del nostro tempo – compresi certi cattolici adulti che invece se ne vergognano – dovrebbero aver chiaro ormai che la Chiesa non farà mai un passo indietro sui principi non negoziabili, perché non può farlo.

Questa consapevolezza mi richiama alla mente un episodio del IV secolo d.C., a dimostrazione del fatto che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole: il dibattito tra il Vescovo di Milano Ambrogio e il Prefetto di Roma Simmaco a proposito della rimozione, ordinata dall’Imperatore Costanzo II, dell’altare della Vittoria al Foro Romano, davanti al quale i senatori dovevano giurare fedeltà all’Imperatore bruciando incenso in onore della divinità, rimozione disapprovata da Simmaco e approvata da Ambrogio. L’episodio è noto. Simmaco, paladino delle antiche virtù romane e pagane di cui era nostalgico, non capiva perché i cristiani – pur essendo diventati a quell’epoca la maggioranza – si rifiutassero di conservare quel simbolo di un passato glorioso, la Dea Vittoria, davanti alla quale nei secoli precedenti si chiedeva loro di prestare il semplice culto formale, espressione della compattezza del potere statale, potendo essi continuare a credere tranquillamente in Gesù Cristo nel proprio intimo. Ma i Cristiani, proprio per il messaggio ricevuto (Mt 9,32), non potevano accettare la finzione che i Romani richiedevano: onorare in pubblico la divinità dell’Imperatore e in privato adorare il Dio di Gesù Cristo. E’ una prospettiva, questa, che sembra essersi rinverdita oggi per opera di molti “cattolici adulti” i quali, influenzati dai laicisti più irriducibili, vorrebbero che i cristiani del XXI secolo – in molti ambiti eticamente sensibili, dall’aborto all’eutanasia, alla manipolazione eugenetica, al matrimonio degli omosessuali – si comportino come sarebbe piaciuto a Simmaco, accettando pubblicamente e  pedissequamente il generale trend relativista e tacitandosi la coscienza al pensiero che tanto loro, nella propria vita privata, non divorzieranno mai, non abortiranno mai, non convivranno mai more uxorio, non praticheranno mai l’eutanasia attiva o passiva e via discorrendo. Infatti, che cosa sarebbe costato ai cristiani, ai tempi delle persecuzioni, bruciare un po’ di incenso sull’altare pagano per salvarsi la vita  oppure, al tempo di Simmaco, per onorare l’antica tradizione, e poi tornare tranquillamente a casa a pregare il Dio cristiano? Questo compromesso avrebbe evitato tanti martiri, ma avrebbe anche tradito lo spirito del Vangelo. Naturalmente oggi non si chiede più ai cristiani di riconoscere la sacralità dello Stato, ma si cerca di diffondere nel Paese un’idea privatistica della religione che non abbia alcuna incidenza nella vita pubblica, giocando su un equivoco di fondo che il cristiano non potrà mai accettare: isolare la fede dalla vita. Come si vede, l’atmosfera non è poi così diversa da quella del IV secolo.

Infatti la polemica tra Simmaco ed Ambrogio può essere istruttiva ancora oggi: al tempo della loro discussione l’impero romano stava per tramontare, ma nessuno dei due personaggi ne era consapevole e tanto meno lo sperava, meno che mai Ambrogio, di antica stirpe romana ancorché nato a Treviri; Roma era diventata il caput mundi anche grazie al suo sincretismo religioso e il cristianesimo, sostituendosi  alla vecchia religione, introduceva veramente il nuovo, dando luogo a una forma di distacco dalla mentalità corrente che potremmo definire come una sorta di “secolarizzazione” ante litteram. Di fronte al Logos di Ambrogio, Simmaco dovette cedere e rassegnarsi alla rimozione del simulacro pagano ma, inconsapevolmente, con la sua celebre argomentazione in favore dell’antica tradizione,  anticipò di secoli – ma dal versante laico – il principio della libertà religiosa:  non si può raggiungere un mistero così grande (Dio) “uno itinere”.

Questa celebre affermazione – inaccettabile per i cristiani sotto il profilo della fede, perché per loro l’unico iter di salvezza è Cristo, Via, Verità e Vita – assume tuttavia oggi un diverso significato: il cristiano non può imporre a nessuno la propria fede, ma deve avere assoluta libertà di proclamare davanti a tutti che Gesù Cristo è il Signore. Se non lo facesse, tradirebbe il mandato evangelico: Andate e ammaestrate tutte le nazioni (Mt 28, 19),confermato dall’altrettanto celebre esclamazione di Paolo: Guai a me se non predicassi il Vangelo! (1Cor 9,16).

Altri intellettuali laicisti, dall’alto della loro presunzione, hanno definito la Chiesa cattolica la più potente “lobby bioetica del mondo”, capace di imporre i suoi dogmi anche ai non cattolici[5]. E allora? Tralasciando il fatto che definire la Chiesa in quel modo non denota molto buon gusto da parte loro, va comunque sottolineato che le tesi della Chiesa in ambito eticamente sensibile, anche se lobbystiche (secondo un’unità di misura oggi di moda) sono comunque rispettabili teoreticamente, argomentabili razionalmente e coerenti nel loro insieme perché forti di duemila anni di elaborazioni teologiche e filosofiche finalizzate a rendere sempre ragione della speranza cristiana (1 Pt 3, 15). Posizione, questa, che nessuna delle teorie filosofiche o antropologiche moderne può davvero vantare, perché il relativismo filosofico – che nega la possibilità di conoscere la verità sull’uomo – si è affermato negli ultimi 50 anni, ricevendo la spinta più potente dalla rivoluzione sessantottina.

Perciò ricordando la discussione tra Ambrogio e Simmaco, dobbiamo stare attenti a non confondere la verità “politica” di un dato momento storico, che sicuramente nessuno possiede e che va ricercata, con la verità “antropologica” che invece, come cristiani, dobbiamo presupporre e abbiamo il diritto di proporre, perché i valori “non negoziabili” non hanno nulla di confessionale, ma sono valori universali: eguaglianza tra uomini e donne, difesa dei più deboli, libertà religiosa, diritto alla vita, all’istruzione, al lavoro, rifiuto della pena di morte, della tortura, della manipolazione eugenetica …e si potrebbe andare avanti a lungo. Tutto il resto può formare oggetto di ricerca anche aperta e spregiudicata, ma solo sui concreti modi politici di realizzare il bene comune, non sulla determinazione della verità sull’uomo. I cattolici non vogliono altro che questo.




[1] Cfr. per esempio, Introduzione al Cristianesimo, Libreria Editrice Vaticana, 2005; Escatologia, morte e vita eterna, Cittadella editrice 2008; Il Dio della fede e il Dio dei filosofi, Marcianum Press 2007.

[2] Cfr. Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Rizzoli 2007, pag. 20: <Non ho di sicuro bisogno di dire espressamente che questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale del “volto del Signore”. Perciò ognuno è libero di contraddirmi. Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell’anticipo di simpatia senza il quale non c’è alcuna comprensione>. Quale altro grande teologo, divenuto Papa, avrebbe fatto espressamente questa osservazione?

[3] Cfr. Luca Volonté, Furore giacobino, Aliberti 2007

[4] Cfr. S. Agostino, Confessioni, VIII, 2, 3, 5. B.U.R. 1992.

[5] Cfr. IL SOLE 24 ORE, 7.10.2007

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