Don Francesco Fuschini, maestro di vera Fede & cappellano delle Belle Lettere

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Quarant’anni fa, non nasceva (letterariamente), perché da tempo era nato, ma si rivelava nella pienezza delle sue alte capacità narrative, un autore di razza. Era una sorta di epifania, cioè di manifestazione pubblica a largo raggio, per così dire, per il grande pubblico nazionale, del prete scrittore Francesco Fuschini (1914-2006).

Ma questa manifestazione-rivelazione doveva essere non un fatto isolato, bensì, il primo capitolo di un’opera non molto ampia, però robusta, articolata, variegata, con toni di straordinario respiro, percorsa da note ora ironiche, ora poetiche; ora polemiche, ora delicate: emblematiche di una formazione che aveva attinto al Manzoni, e al Pascoli, da un lato, alla realtà terragna romagnola, con Olindo Guerrini in testa, dall’altro, poggiando peraltro su robuste radici di fede cattolica.

Ma… incominciamo col dire subito quel che va detto. Perché, fosse dipeso da lui, da questo prete e uomo modesto, umile, appartato, per lungo tempo nella parrocchia ravennate di Santa Maria in Porto Fuori, legata alla memoria dantesca (“… In quel loco fu’ io Pietro Damiano,/ e Pietro Peccator fu’ nella casa/ di Nostra Donna in sul lito adriano” – XXI Canto del Paradiso), di libri a sua firma non ne sarebbero usciti punti.

Se dalle pagine culturali del “Resto del Carlino” e dell’“Osservatore Romano”, quei testi divennero “libro” e libri, lo dobbiamo a Walter Della Monica, un grande amico, un amico laico di spessore intellettuale e di grande cuore (il grande amico prete era invece il musico Giovanni Zanella), già protagonista con Toni Comello del Trebbo Poetico, e futuro ideatore, promotore e organizzatore del Progetto Dante (1).

Walter Della Monica raccolse, giusto quarant’anni fa, nel 1980, gli elzeviri di don Fuschini di sapore romagnolo, cattolico e… libertario apparsi sulla Terza Pagina del “Resto del Carlino” e fu… L’ultimo anarchico – editore un altro ravennate, Mario Lapucci, all’insegna del Girasole. Un successo editoriale e di critica straordinario. La consacrazione, per così chiamarla, al nostro prete scrittore venne dal patriarca della cultura italiana: Giuseppe Prezzolini. Il fondatore della “Voce” li aveva letti man mano che uscivano sul “Resto del Carlino”, quei racconti di un mondo piccolo, che era anche un paese dell’anima, con figure e… figuri, ambienti e psicologie. Poi, una volta avuto il libro fra le mani (pronubo chi scrive, perché la prima copia inviata dall’editore non era pervenuta a Lugano… poste inefficienti, anche allora!), ne aveva dato un giudizio più che lusinghiero, affidato a una lunga nota critica sulla Terza Pagina della “Nazione” e del “Resto del Carlino”, in cui definiva il Nostro “il più grande scrittore cattolico vivente”.

Don Francesco Fuschini aveva avuto due vocazioni: il sacerdozio (“prima di tutto, io sono uomo della Chiesa”, aveva detto di sé stesso) e la letteratura. Figlio di una sarta, mamma Teresa (due occhi neri, fondi, poche parole, un sorriso dolce) e di un fiocinino (cioè pescatore di frodo nelle valli di Comacchio), poi addestratore di cani da caccia, Giovanni, dal quale aveva ereditato arguzia e senso dell’umorismo, era entrato in seminario a Ravenna dalla natìa San Biagio d’Argenta, in provincia di Ferrara, e si era appassionato ai classici, lettore instancabile, e poi… scrittore lui stesso.

Ancora seminarista, nascostamente, con la complicità della mamma, aveva inviato un articolo al “Frontespizio”, la rivista fiorentina dei “cattolici scrittori” diretta da Piero Bargellini (cofondatori, Nicola Lisi e Carlo Betocchi), con “numi tutelari” quali Giovanni Papini, don Giuseppe De Luca e Domenico Giuliotti.

Con la disciplina rigida esistente a quei tempi (si era negli anni Trenta del Novecento), capitata fra le mani del rettore copia della rivista con il testo fuschiniano, ci fu sorpresa e un blando rimprovero, ma poi, si ebbe contezza del valore di quel seminarista, “consacrato” in letteratura con la visita che in seguito gli fecero Bargellini, Lisi e Paoli.

Da allora, la scrittura del prete ravennate si manifestò su periodici e quotidiani, a incominciare dalla “Festa” di don Carlo Rossi, fratello del fondatore della Pro Civitate Christiana don Giovanni, per proseguire con “L’Avvenire d’Italia” sotto la direzione di Raimondo Manzini, il settimanale diocesano “L’Argine” (2), “Il Resto del Carlino”, “L’Osservatore Romano”, “L’Osservatore della Domenica”, “Il Romagnolo”.

Don Fuschini è stato uno degli elzeviristi più apprezzati (uno degli ultimi di un genere poi morto e sepolto con Roberto Ridolfi) dal pubblico dei lettori e da altri letterati e giornalisti quali Giuseppe Longo, Manara Valgimigli, Marino Moretti, don Cesare Angelini, Claudio Marabini, Aldo Spallicci, Vittorio Zincone (che gli pubblicò il primo racconto sul “Resto del Carlino”), Luigi Pasquini, Giovanni Spadolini, Francesco Serantini, Cesare Marchi, Sergio Maldini, Fulvio Tomizza, Giannino Zanelli, Alberto Frasson, Tonino Guerra, Sergio Zavoli. E qui facciamo punto, sottolineando peraltro come stima e simpatia per lo scrittore, per l’uomo e per il prete (ben s’intende!) gli venivano non soltanto dalla Romagna, ma da tutta Italia, e non soltanto dalla parte cattolica, ma pure da quella in partibus infidelium per così dire, culminando con quell’elogio proveniente da Prezzolini.

Di don Fuschini, poco prima del libro rivelatore L’ultimo anarchico, come detto, era apparso, per i tipi dell’editore Forni, un piccolo testo, Non vendo il Papa, raccolta di interventi polemici contro il neomodernismo in atto e i “nuovi preti” in maglione e jeans – i “fighetti” sarebbero venuti più tardi.

Sarebbero seguiti, sempre curati da Walter Della Monica, che sceglieva fior da fiore, dalle pagine del “Carlino” e dell’“Osservatore Romano”, Parole poverette (Rusconi 1981), Porto Franco (Libreria Editrice Vaticana 1983), Concertino romagnolo (Il Girasole 1986), Mea culpa (Rusconi 1990), Vita da cani e da preti (Marsilio 1995) – postumo (Il Girasole 2014), Lettere a Elena (una corrispondenza con una studentessa marchigiana, attenta lettrice del “Resto del Carlino”) – tutte pagine di alto spessore narrativo, umano, morale, spirituale.

Di questo prete modesto e appartato, peraltro, si erano accorte anche le giurie di alcuni premi: a incominciare da quella dell’“Eco di Bergamo” nei primi anni Sessanta, poi, ecco assegnati al nostro prete scrittore, il “Guidarello”, il “Fiorino-Montefeltro”, il “Serantini” e il “Selezione Premio Estense”. Una biografia degna del personaggio è apparsa per i tipi di Marsilio, nel 2011 a firma Franco Gabici: Un prete e un cane in paradiso. La vita di don Fuschini, lo scrittore più amato di Romagna (3).

La vocazione allo scrivere, manifestatasi in tanti articoli, pagine e libri, come si è visto, aveva preso nel tempo direzioni diverse, per cui ecco le note polemiche politico-religiose e di costume, a incominciare dalla battaglia elettorale del 1948, sul settimanale diocesano “L’Argine”, che diresse con spirito di servizio alla Chiesa, alla retta dottrina, alla buona causa della democrazia. A questo proposito, fu chiamato a far parte di quella schiera di “preti volanti” voluti a Ravenna dall’allora arcivescovo Giacomo Lercaro che, vestiti gli abiti borghesi, tenevano comizi in giro per la Romagna. Noteremo per inciso che quel Presule ripeté l’operazione della “volante” con frati bolognesi, quando venne “promosso” cardinale in quella città, per poi annacquare via via il suo forte anticomunismo, forse sotto l’influenza (nefasta) di Giuseppe Dossetti.

Ma torniamo a don Fuschini, che spesso firmava i corsivi sull’“Argine” con un eloquente pseudonimo: “FERMO SPOLINO”, il nome del protagonista dei Promessi Sposi nella prima stesura manzoniana, a testimonianza, quindi, dell’amore per il grande romanziere…

Politica, si è detto, ma poi critica letteraria, con interventi emblematici su autori quali Giuseppe Berto e Alberto Bevilacqua, per fare due esempi. Dalle colonne dell’“Avvenire d’Italia” era arrivata una riflessione profonda, forte, originalissima sul Male oscuro di Berto, tale da indurre l’autore a voler conoscere di persona quel critico, incontro che avvenne nella canonica di Porto Fuori, dove Berto andò appositamente (4). Per Bevilacqua, invece fu una stroncatura, come del resto, per altri narratori.

Poi, le note critiche sull’“Osservatore Romano” in una apposita rubrica settimanale ispirata, anche qui, al Manzoni (Don Ferrante) “Il muricciolo dei libri”; quelle di costume e in riferimento alla fede, nonché i racconti, appunto, i cui protagonisti di un “mondo piccolo” che, come quello di Giovannino Guareschi, si allarga per umori, sentimenti, valori, ideali, fede, ironia e poesia, al grande pubblico, sono presi dalla realtà di quel paesino alle porte di Ravenna, abitato da mangiapreti e anarchici – figure, questi ultimi, amate dal parroco, e definite dal prete scrittore “campioni purissimi dell’ideale” (ideale non condiviso certo da Fuschini, che ammirava peraltro la rettitudine, la purezza, appunto, di quegli uomini). Un lavoro di cesello, di scelte oculate degli aggettivi, in un italiano denso, fluido, non privo (all’occorrenza) di contaminazioni dialettali. Non per caso, sul tavolo da lavoro del parroco di Porto Fuori si potevano notare i Dizionari del Panzini, quello Romagnolo-Italiano di Libero Ercolani, e dei Sinonimi del Tommaseo.

Senza contare i ritratti di personalità, maggiori e minori del mondo cattolico romagnolo, tracciati con segni rapidi, ma incisivi, magari all’ultimo momento in tipografia, in piedi, appoggiato al bancone, con una risma di carta gialla sottomano. Veri e propri gioiellini di prosa e di contenuto. Già… Il saper rendere un tipo, un carattere, una intelligenza, un cuore, in sintesi, non è facile e non è da tutti…

E siamo arrivati alla Tipografia Artigiana, con Gobbi, Schiari, Berto, e poi Bellini, nel vecchio, cadente edificio di Piazza Arcivescovado (in seguito, dopo un dignitoso restauro, sede della Banca Popolare). Lì incontrai don Francesco e il suo collaboratore numero uno, il confratello Giovanni Zanella. Avevo sedici anni e mi piaceva scrivere. Avevo inviato i primi due articoli sullo scoutismo, con pseudonimo, dentro una busta messa di nascosto sotto la porta della tipografia, e gli articoli erano stati pubblicati. Altri sarebbero seguiti, sempre con pseudonimo (umiltà, nella consapevolezza del mio poco-nulla giornalistico), prima di arrivare alla firma.

Da quell’incontro, sarebbe nata e cresciuta, e rinsaldata nel tempo, una forte amicizia foriera di lezioni, insegnamenti, religiosi e letterari, per così dire, che porto nella vita. A un giovane studente di Ragioneria, dove le “belle lettere” erano ridotte a poco, don Fuschini parlava dei “cattolici scrittori” del “Frontespizio”, del Libro di Qoelet, delle Confessioni di Sant’Agostino (il sabato, “il giorno senza sera”), di Giuliotti e Papini, indicandomi una strada, quella strada che ho poi percorso per mio conto, alla scoperta della letteratura contemporanea, perché poi, leggendo Papini e Giuliotti, non si poteva non arrivare a De Maistre, Bloy, Hello, Veuillot, Bernanos, Prezzolini; e poi, ovviamente, attraverso Prezzolini, agli autori della “Voce”. Ancora, quella romagnolità che condividevo con don Francesco, mi aveva portato a leggere e ad approfondire autori quali Oriani, Panzini, Moretti, Longanesi, Serra (Renato, s’intende!), Valgimigli, Spallicci, Enzo Guerra, Diego Fabbri, Serantini.

Intanto, regalato a mio padre il diploma di ragioniere, avevo portato avanti la “vocazione allo scrivere”: sull’“Argine”, sul “Resto del Carlino”, su “Stadio”, sull’“Avvenire d’Italia”, arrivando al “Gazzettino”. Corrispondente da Ravenna del quotidiano “delle genti venete”, avevo incontrato l’allora direttore Giuseppe Longo in occasione di un convegno su Manara Valgimigli, un anno dopo la morte (1965) del famoso grecista e letterato.

Non doveva essere mai capitato al già famoso direttore di quotidiani e poeta e scrittore Longo, sentire un giovane ragioniere parlare non di partita doppia e di tecnica bancaria, ma di letteratura e letterati, per cui non a caso aveva pronunciato una frase che al momento mi era apparsa generica, buttata lì (tanto non costa niente!) en passant: “se vuol fare il giornalista mi venga a trovare”.

Era il 30 aprile 1966. A metà luglio Longo era in vacanza a Rimini (Hotel Savoia) con la moglie e mi fissò un appuntamento. I miei accompagnatori, don Fuschini e don Zanella, furono testimoni della fatidica frase di quel direttore: “Ma, Lugaresi, viene o non viene al Gazzettino?”.

Ricordo il mio balbettare incredulo e i miei “ma… non credevo…”, ai quali Longo oppose: “Nei suoi confronti, avevo preso un ben preciso impegno. Andrà alla redazione di Belluno, poi si vedrà!” – non ho mai più incontrato, nella professione giornalistica, un tale galantuomo! Così, il 31 agosto, con una valigia, una macchina per scrivere Olympia portatile, e cinquantamila lire in tasca, arrivavo a Belluno, praticante giornalista…

La distanza e il tempo non mi separarono peraltro dall’amico don Francesco. Ogni volta che tornavo a Ravenna in ferie, regolarmente, eccomi in quel di Porto Fuori, e a volte, con don Zanella alla guida dell’auto, a pranzo o a cena in vecchie trattorie; con Longo, d’estate, in quel di Villa Verucchio da Zanni, e poi a far visita a Marino Moretti a Cesenatico. In seguito, e sempre più frequentemente, anche con Walter Della Monica. Era diventato infine un “rito”, quello degli ultimi anni, quando don Francesco, ultraottantenne, era ospite dell’Opera Santa Teresa del Bambino Gesù (5), alla vigilia di Natale, portargli qualche omaggio: Walter il panettone, io, dalla terra veneta, Prosecco…

Credo che siamo stati gli ultimi amici, anche alla vigilia dell’ultimo Natale di don Francesco in terra, a fargli visita. Nel pomeriggio del 24 dicembre 2006 suor Virginia ci accompagnò nella sua stanza. Il vecchio prete giaceva a letto, il respiro un po’ pesante, gli occhi chiusi.

Fusco! Fusco!” – lo chiamò Walter, come soleva negli incontri amicali nella modesta canonica di Porto Fuori – “Fusco”… Non rispose.

Tre giorni dopo, in viaggio con mia moglie alla volta di Amalfi a trovare il vecchio amico di famiglia don Aurelio Padovani, squillò il cellulare. Era suor Virginia ad annunciare che don Francesco era passato “di là dalla vita”.

Cambiammo i nostri programmi e riducemmo il soggiorno amalfitano a poche ore, per essere puntuali, al funerale di don Francesco nella chiesa dell’Opera Santa Teresa. Fu una faticaccia, soprattutto per mia moglie (chi mi conosce sa che non ho mai conseguito la patente di guida), ma ci trovammo puntuali a rendere testimonianza di amicizia al vecchio prete “prima di tutto uomo della Chiesa”, allo scrittore di alta dignità, alla persona di umanissimi sentimenti.

Fra le tante pagine dedicate a figure di cattolici e ad opere cattoliche, don Francesco non aveva certo trascurato don Angelo Lolli, l’Ospizio (così si chiamò agli inizi) Santa Teresa del Bambino Gesù da lui fondato e le suore che vi lavoravano, un’Opera cattolica, fondata da un santo prete, nel cuore di Ravenna, dove era in funzione “una catena di montaggio della carità” – parole sue, di don Francesco! Un delle tante appropriate, felici, definizioni che gli si devono, nate da una mente e da un cuore grandi.

NOTE

1 – Il Progetto Dante è consistito nella lettura e nel commento, per la prima volta nella storia, di tutta la Divina Commedia da parte di Vittorio Sermonti (1995-1997) nella basilica ravennate di San Francesco, ed è proseguito con “La Divina Commedia nel mondo”, incontri con traduttori e commentatori danteschi in oltre 40 lingue – “regista” Walter Della Monica, appunto.
2 – Il settimanale diocesano “L’Argine”, nato nel 1945, con direttore responsabile don Francesco Fuschini, morì nel 1967 per volere dell’arcivescovo Salvatore Baldassarri, probabilmente anche sotto pressione di un ambiente cattoprogressista che contava molti preti e laici, perché non era “più tempo di argini”. Il Presule annunciò l’uscita di un nuovo periodico cattolico, il che non avvenne! Dopo qualche anno, un gruppo di cattolici decise di fondare un nuovo settimanale, che non era però la voce ufficiale della diocesi. Si chiamò, come un vecchio giornale ravennate, “il Romagnolo”. Ne furono animatori i fratelli Caravita, il professor Ravaioli, don Giovanni Baldini, i fratelli Lugaresi e naturalmente si diede largo spazio a don Fuschini. Per avere un settimanale “ufficiale” della diocesi, si dovette attendere l’arrivo del vescovo Tonini (1975), e fu “Il Risveglio 2000”.
3 – Il cane Pirro, un pointer che “faceva famiglia” con don Francesco, eredità, per così dire, lasciata dal padre Giovanni, figura in non poche note giornalistiche e letterarie del prete-scrittore.
4 – Alla fine degli anni Settanta del Novecento, con Fulvio Tomizza, incontrai casualmente, all’Istituto Astori di Mogliano, Giuseppe Berto. Gli dissi che ero di Ravenna, e amico di don Fuschini; e lui (gli si illuminò il viso): “Quello sì che è un prete! Quello sì che è un prete!”.
5 – Don Angelo Lolli, per il quale è aperto il processo canonico di beatificazione, unì la profonda fede alle grandi opere, culminanti nella fondazione dell’Ospizio Santa Teresa del Bambino Gesù (1930) per i gli anziani poveri, malati cronici, soli, godendo di una enorme benevolenza in tutta la Romagna, anche da parte degli anticlericali. Nella sua persona si ravvisavano le figure di Marta e Maria ad un tempo.

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