Don Giuseppi e l’elmo di Mambrino. Sogno di una notte d’epidemia

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Il confinamento casalingo ha controindicazioni fisiche, psicologiche e comportamentali. Per gli amanti della lettura, in difficoltà a raggiungere le poche librerie aperte del centro e impossibilitati a frequentare le biblioteche, chiuse per Coronavirus, uno dei problemi è che, più che leggere, si rilegge. Chi scrive, tra insonnia e claustrofobia, si è gettato a capofitto nell’amato siglo de oro della letteratura spagnola. Così, tra un comunicato ministeriale, una lite televisiva, l’ennesima, tra i cosiddetti esperti del virus, un invito – il millesimo – a restare a casa e un lungo pistolotto del presidente del consiglio Giuseppe Conte, è capitata una gran confusione.

In un sogno senza capo né coda, abbiamo fatto un frullato, un fritto misto di Lope de Vega, scuola di Salamanca, Giuseppe Conte, Angela Merkel, il premier olandese che vuole imporci il Meccanismo Europeo di Stabilità, De Luca imperatore del Sacro Campano Impero, una compagnia teatrale di illustri scienziati attori della commedia dell’arte e Don Chisciotte.

Pazienza, la vita è sogno, parola di Calderòn de la Barca. Così abbiamo sognato Don Giuseppi, il Presidente dalla Triste Figura e dal ciuffo ramato perfettamente ritinto, con il fido scudiero Sancho Casalino, assunto dopo un brillante casting del Gran Hermano, il famoso format della televisione della Mancia. I due vagavano per l’Italia, o forse per la Castiglia, chissà, i sogni sono poco chiari, alla ricerca di avventure e soprattutto dei denari per affrontare la crisi sanitaria ed economica. Dopo aver scambiato i banchieri giganti per mulini a vento (in sogno talvolta le cose si capovolgono) e aver subito una solenne bastonatura, Don Giuseppi si convinse che la sua dama, la bella Dulcinea, fosse Angela Merkel.

Bussò alla sua porta, ma aprì un ussaro vestito da guardiano portavalori. Altra bastonatura, seguita da beffe e gesti dell’ombrello. Dopo alcune altre disavventure in cui Don Giuseppi finì regolarmente disarcionato e Sancho Casalino sottoposto a sevizie, molestato dalle Valchirie, il Presidente dalla Triste Figura ebbe un sussulto.

Un Presidente Errante, per risolvere i problemi del suo popolo, ha bisogno di uno scudo finanziario, certo, ma soprattutto di un elmo magico. Solo così, pensava Don Giuseppi, avrebbe potuto salvare dal Covid19, il temibile nemico invisibile, la presidenza faticosamente mantenuta, la Mancia e l’Italia intera, diventarne il salvatore e distribuire finalmente i 600 euro pro capite e il reddito di cittadinanza agli sfaccendati.

Sancho Casalino, più prudente, consigliato dal Gatto e la Volpe – i sogni sono liberi e comprendono le avventure di Pinocchio – non era convinto e suggeriva di andare nuovamente ginocchioni, con il cappello in mano, a chiedere un prestito. Dovunque: Bruxelles, Francoforte, il Catai ora chiamato Cina, Wall Street, i “mercati”.

Don Giuseppi non voleva. Del resto, nel suo villaggio tra la Mancia e la Puglia, al mercato settimanale, a memoria di Presidente Errante, nessuno dava niente per niente; tanto meno accordava prestiti. Per quelli, si andava da un tizio grasso e bisunto, il Cravattaro. Al mercato si deve comprare con soldi alla mano, non si fa credito, eccetto dal Cravattaro e dai suoi amici Avvoltoi, in quanto, aveva spiegato un mercante scozzese di passaggio, certo Adam Smith, non è dalla benevolenza del macellaio e del fornaio che avremo pane e carne.

Don Giuseppi, tuttavia, aveva letto molti libri sulla Cavalleria e la Presidenza Errante. Sapeva del magico elmo di Mambrino dai grandi poteri. A Mambrino, re moro, un extracomunitario islamico stabilitosi in Europa, venne strappato da un sovranista dell’epoca, il paladino Rinaldo.

Nei lunghi anni di studio, Don Giuseppi si era convinto che l’elmo di Mambrino esistesse davvero e avesse magici poteri. Per questo uscì dal paese di Monte Citorio in sella al povero Ronzinante – il fiero purosangue Babieca appartenuto al Cid Campeador era stato comprato a prezzo di saldo dalle Sturmtruppen alemanne – seguito dal buon Sancho Casalino a dorso d’asino, e si mise alla ricerca.

A quel punto, il sogno cambiò, entrò in scena un poeta, Francisco Quevedo, che cantava una canzone come una litania: Poderoso Caballero es Don Dinero, potente cavaliere è Don Denaro. Parlava dell’oro che nasce puro nelle Americhe, ma finisce poi nei forzieri degli usurai.

Don Giuseppi era un Presidente coraggioso: prese a mazzate il fastidioso Quevedo, che risultò essere membro dell’Opposizione, e proseguì il viaggio. Niente elmi, solo disavventure, rifiuti: tutti gli dicevano no, sui coronabond, sui prestiti non condizionati, sulla gestione unitaria della crisi tra tutti i Presidenti Erranti d’Europa e di Castiglia. Se una virtù aveva Don Giuseppi, era la perseveranza. Voleva passare alla storia della cavalleria; fece gesti di fastidio a chiunque lo consigliasse di tornare indietro e cercare qualcosa di meno aleatorio di un elmo, ma non ci fu verso.

A un tratto, era più o meno l’inizio della Fase 2, uno dei capitoli delle sue epiche avventure, Don Giuseppi si fermò e disse, rivolto a Sancho Casalino: Non vedi quel cavaliere che viene verso di noi sopra un cavallo grigio pomellato, che ha in testa l’elmo d’ oro di Mambrino?”. In quel frangente decisivo, il sogno cambiò e si trasformò nel capitolo XXI di una storia avventurosa, quella di Don Chisciotte, in cui “raccontasi la somma ventura e la ricca conquista dell’elmo di Mambrino con altri successi del nostro invincibile cavaliere”, non avvezzo, come Don Giuseppi, a risolvere tutto con atti amministrativi chiamati Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Mi pare, Sancho Casalino, che non c’è proverbio che non dica il vero, perché son tutte sentenze ricavate dall’esperienza, madre di tutte le scienze; e in particolar modo quello che dice: Non si serra mai una porta (MES, Coronabond, Recovery Fund), che non se ne apra un’altra. Dico questo perché, se stanotte la fortuna ci ha chiuso la porta dell’avventura che cercavamo, ora ce ne spalanca un’altra e più certa avventura. E dico questo perché, se non erro, c’è uno che avanza verso di noi e ha in capo l’elmo di Mambrino, per cui io feci il giuramento sulla Costituzione che sai”.

Io non so nulla” – rispose Sancho Casalino – “ma in fede mia, se potessi parlar tanto quanto solevo, potrei forse addurre ragioni tali, che la signoria vostra si renderebbe conto che in ciò che dice si sbaglia”.

Come posso sbagliarmi in ciò che dico, maledetto pignolo!” – disse don Giuseppi. “Quello che io vedo e distinguo” – rispose Sancho Casalino – “non è che un uomo su di un asino, grigio come il mio, che porta sulla testa una cosa che luccica”. “Ebbene, quello è l’elmo di Mambrino” – ripeté don Giuseppi ­. “Ora fatti da parte e lasciami con lui da solo a solo; e senza neanche dire un parola, per far più presto, vedrai che compirò quest’avventura e l’elmo che ho tanto agognato resterà a me”.

Il fatto è che l’elmo, e il cavallo, e il cavaliere che don Giuseppi vedeva, consistevano in questo: che in quei paraggi vi erano due borghi, uno dei quali era così piccolo che non aveva neanche una farmacia e un barbiere, mentre l’altro, che ne distava poco, li aveva; e il barbiere del più grande serviva il più piccolo, nel quale un malato s’era trovato ad aver bisogno di un salasso, e un altro di farsi la barba, e perciò vi si recava il barbiere e portava una bacinella di ottone; e volle il caso che, mentre vi stava andando, s’era messo a piovere e lui, perché non gli si sciupasse il cappello, che era nuovo, si mise sulla testa la bacinella; questa era lucida, e si vedeva luccicare da mezza lega (ahi, ahi…).

Andava su un asino grigio, come aveva detto Sancho Casalino e questa era la realtà di ciò che a don Giuseppi era parso cavallo grigio pomellato, cavaliere e elmo d’oro; poiché tutte le cose che vedeva, con grandissima facilità le adattava alla sua stravagante Presidenza e ai suoi aberranti pensieri. Come vide che il meschino cavaliere si avvicinava, senza venire con lui a spiegazioni, lanciò a gran galoppo Ronzinante e gli puntò la lancia in resta, con l’intenzione di attraversarlo da parte a parte; ma quando stava per arrivargli sopra, senza rallentare la furia della corsa, gli disse:
“Difenditi, vile creatura, o concedimi di tua volontà ciò che a buon diritto mi si deve”.

Il barbiere, vedendosi venire addosso quel fantasma che era così lontano dall’aspettarsi e dal temere, altro non poté fare per salvarsi dal colpo della lancia, che lasciarsi cader giù dall’asino, e non aveva toccato terra, che si rialzò più leggero di un daino e cominciò a correre per quella pianura che non l’avrebbe raggiunto neanche il vento. Lasciò al suolo il bacile, di che don Giuseppi fu pago. Ordinò a Sancho Casalino di prender da terra l’elmo, e quegli presolo in mano, disse: “Per Dio, è un buonissimo bacile, e vale un reale da otto o anche un maravedì”. E lo consegnò al suo padrone, che subito se lo mise in testa, girandoselo da ogni parte in cerca della visiera, e poiché non la trovava disse: sicuramente il pagano sulla cui misura fu forgiata in origine questa famosa celata, doveva avere una grossissima testa; e quel che è peggio, è che gliene manca mezza.

Quando Sancho Casalino sentì chiamare celata il bacile, non poté trattenere il riso; ma gli tornò in mente la collera del padrone, e a metà della risata si tacque. “Di che ridi, Sancio?”, disse don Giuseppi. “Rido” – rispose lui – “pensando alla grossa testa che aveva il pagano padrone di quest’elmetto, che somiglia a una bacinella di barbiere, tale e quale”. E don Giuseppi: “Sai cosa penso? Che quest’oggetto famoso, qual è quest’elmo incantato, per qualche strano accidente dev’essere andato a finire nelle mani di qualcuno che non seppe né riconoscere né stimare il valore, e senza sapere ciò che faceva, vedendolo di oro purissimo, dovette fonderne una metà per far danaro, e dell’altra metà fece questa che pare una bacinella da barbiere, come tu dici. Ma sia quel che sia, per me che lo conosco, la sua trasmutazione non mi tocca, perché nel primo paese dove ci sia un fabbro io lo riaccomoderò e in tal modo che non soltanto non lo superi, ma che non possa stargli a confronto l’elmo che il dio delle fucine fece e forgiò per il dio delle battaglie. Nel frattempo, chiederò un voto di fiducia e cercherò di portarlo come potrò, perché è sempre meglio poco che niente; e in un ultima analisi, mi potrà almeno servire a difendermi da qualche sassata dell’opposizione”.

Fu così che Don Giuseppi conquistò l’elmo di Mambrino e con i suoi poteri tentò di risolvere i drammatici problemi d’Italia e della Mancia. Gli italiani videro subito che era solo un bacile e che non c’era da aspettarsi nulla da una Presidenza Errante che confondeva elmi miracolosi, prestiti onerosi e attrezzi da barbiere.

Disperarono del presente e del futuro, chiusi in casa, moltissimi impediti di lavorare, con aiuti scarsi, una mancia, appunto. In quel momento preciso, il confinato senza autocertificazione (un salvacondotto inventato da Don Giuseppi per permettere ai suoi sudditi di fare qualche passo in tempo di contagio) si svegliò di soprassalto, capì che era stato un sogno, un incubo da prigioniero in cattività. Guardò verso la scrivania, vide la mascherina, i guanti monouso e il disinfettante, sospirò e finì col rassegnarsi.

Andò verso la libreria, trovò i volumi del Don Chisciotte di Cervantes e rilesse l’elogio della libertà pronunciato dal Cavaliere dalla Triste Figura. “La libertà è uno dei doni più preziosi che Dio abbia dato agli uomini, né possono paragonarsi a essa i tesori che racchiude la terra o ricopre il mare: per la libertà come per l’onore, si può e si deve arrischiare la vita”.

Disse queste parole dopo essere fuggito dalle ricchezze e dagli onori (la Presidenza Errante di Don Giuseppi?) ricevuti nel castello degli Anonimi Duchi. “Hai ben visto la comodità e l’abbondanza di cui abbiamo goduto in questo castello. Ebbene, in mezzo a quei banchetti squisiti e a quelle bevande ghiacciate, mi pareva di trovarmi nelle strettezze della fame, in quanto gli obblighi di ricambiare i benefici e i favori ricevuti sono vincoli che non lasciano spaziare liberamente l’anima. Beato colui a cui il cielo ha dato un tozzo di pane senza che gli resti l’obbligo di esserne grato ad altri che a Dio stesso!”.

Anche Don Giuseppi lesse la pagina, ebbe vergogna e si dimise dalla Presidenza Errante, tornando nel suo villaggio tra Mancia e Puglia. O forse no: la vita è sogno, e i sogni, sogni sono.

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3 commenti su “Don Giuseppi e l’elmo di Mambrino. Sogno di una notte d’epidemia”

  1. Complimenti Sig. Roberto!
    Bellissimo articolo, godibile e ironico.
    Don Giuseppi, a breve dovrà scendere di “sella”!

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