DOPO LE FESTOSE UTOPIE, IL LUPANARE BUDDISTA – di Piero Vassallo

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Le ideologie vestono arancione, l’ateismo scientifico incontra la pornografia mistica

 

di Piero Vassallo


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vedi anche l’articolo “Il cuore oscuro di Budda

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La dissoluzione della cultura di destra nel vortice d’un pluralismo senza pensiero, ha aperto generose corsie alla cultura cattolica, in fuga dai compromessi con le ubiquitarie e asfissianti suggestioni emanate dalle scolastiche modernizzanti.

Di qui la formazione, l’esordio e il successo di numerosi giovani scrittori italiani e l’uscita dal ghetto di impavide case editrici (ad esempio Cantagalli, Solfanelli, Effedieffe, Humbelicus Italiae, Thule, Tabula Fati, Fede & Cultura) qualificate dalla fedeltà ai princìpi dell’unica, autentica tradizione.

Fra i giovani protagonisti della rinascita culturale in atto, si è affermato di recente Roberto Dal Bosco, dotto e intrepido esploratore delle mistiche imposture e degli sconcertanti deliri seminati dai buddisti nel cuore della delusione occidentale.

Complice il vuoto morale e propizia la depressione generata dai crimini consumati nel Novecento, i missionari buddisti catturano, senza difficoltà, le labili aspettative della folla solitaria.

La missione dei buddisti è facilitata anche dalle coperture offerte dalle agenzie delle rottamate rivoluzioni: il politicamente corretto, il cinema di Hollywood, le comunelle ecumeniche festanti ad Assisi e nelle parrocchie modernizzanti.

Gli orfani delle ambidestre utopie e i teologi vaneggianti, pertanto, sono persuasi che la religione del Budda illuminerà il mondo moderno, straziato dalle guerre rivoluzionarie e stordito dall’esito nichilista delle utopie.

Se non che Dal Bosco, nel pregevole saggio “Contro il buddismo”, edito dalla veronese Fede & Cultura, dimostra che le masse occidentali “non sanno che il nichilismo li ha portati già interamente dentro l’abbraccio del Budda. Abbraccio che promette pace e serenità senza fine ma strangola, elimina, disintegra. … Il buddismo tutto, sin nella sua prima radice filosofica, è votato alla rovina, alla devastazione, all’annichilimento. La luce dell’illuminazione brucia, incendia, cauterizza. E’ contraria alla vita, al cosmo, all’uomo. A Dio“.

La massa postmoderna proietta nel buddismo – spettacolarizzato dal cinema e incensato dal giornalismo –  l’aspirazione alla pace nell’ordine secondo pietà e mitezza. Nel buddismo ritrova invece gli specchiati incubi dei nichilisti, Schopenhauer, Leopardi, Wagner, Nietzsche, Freud, Kafka, Benjamin, Kojève, Sartre e gli altri compagni di viaggio verso la tomba della ragione.

L’affermazione dei sedicenti avanguardisti, secondo i quali vivere è far vivere l’assurdo, riflette fedelmente il sorriso di Budda, immagine ingannevole, “un niente che crea niente, un niente che distrugge, che disgrega il nucleo della realtà e spazza via tutto quello che sta intorno“.

Dal Bosco rammenta inoltre che il buddismo, strutturalmente ateo e immoralista, è inadatto a frenare le tenebrose passioni che hanno tormentato l’evo moderno: “Il buddismo, uccidendo il Creatore, può permettere tutto. Ogni sorta di abiezione, umana, filosofica, militare o sessuale, può essere giustificata dal dharma e dai suoi sgherri“.

Al conferma della sua tesi, Dal Bosco cita un’opera del gesuita Giovanni Maria Leria (1599-1665) in cui il buddismo è definito “maledetta dottrina, mattezza che corrompe i popoli e li rende laidissimi, avvezzi a insegnamenti che sono brutte laidezze, che fanno della vita asiatica una brutta tragicommedia“.

Il giudizio di padre Leria, purtroppo dimenticato e censurato dagli ecumenisti d’accatto, introduce la verità sull’idolatrata figura del Dalai Lama, il cui buddismo “è contaminato da oscuri elementi sciamanici e animisti della religione che lo precedette sulle alture del Tibet, il Bon“.

La dottrina che giace nel cuore della stimata e trionfante setta del Dalai Lama promuove lo stupro, la pedofilia, l’omicidio rituale, il suicidio rituale, un nazionalismo rituale di matrice pseudo-apocalittica e un contorno di pratiche di magia nera. D’altra parte l’immagine dei bonzi vietnamiti suicidi nel fuoco è il segno dell’inclinazione buddista all’orrore.

A buon diritto, Dal Bosco sostiene che il tantrismo tibetano “non è diverso da tante aberrazioni religiose comparse nel corso della storia, le più note a noi sono lo gnosticismo (e i suoi mille rivoli magico-satanici, antichi come moderni) o le sette messianiste ebraiche di Sabbatai Zevi e Jacob Frank“.

Al lettore occidentale, che si chiede quale principio giustifichi l’associazione lamaista degli ideali di pace e libertà con la sequela delle immondi pratiche suggerite dai testi tantrici, Dal Bosco risponde che a tale quesito non è stata data risposta “perché mai gli si è domandato di rendere conto pubblicamente di questo lato oscuro della dottrina tibetana“.

Il mistero intorno al silenzio del politicamente corretto s’infittisce quando si svela l’intreccio di tantrismo, nazismo e marxismo nella biografia del dalai lama.

Nell’intrigante capitolo dedicato alla mano destra di Budda, Dal Bosco rivela appunto le contraddizioni di un marxista dichiarato, il dalai lama, che rivendica il trono di un regno teocratico, in cui lo schiavismo era una pratica naturale e/o si fa fotografare in amichevole compagnia con ex militanti nelle SS.

La presenza di opposti estremismi nella biografia del santone tibetano, introduce la rivisitazione della complessa personalità di Julius Evola, un maestro di intrecci ideologici spericolati: “Quello che stranamente si tace di Evola è il fatto che la sua filosofia abbia una base primariamente orientale, o meglio tantrica“.

La curiosa equazione personale del barone nero, non è fine a se stessa ma indirizzata a giustificare la resistenza dell’Occidente neopagano al cristianesimo.

Opportunamente Dal Bosco cita un brano di Cavalcare la tigre”, in cui è evidente l’intenzione di associare il buddismo al paganesimo anticristiano: “Colui che su di un piano metafisico denunciò radicalmente il vuoto dell’esistenza e gli inganni del dio della vita indicando la via del risveglio spirituale, il Buddha Shaktyamuni non era un oppresso od un affamato, un rappresentante di strati sociali simili a quella plebe dell’impero romano a cui a tutta prima si volse la predicazione rivoluzionaria cristiana“.

Evola aveva conquistato i giovani militanti di destra spargendo l’aroma della superiore religiosità buddista sul Cristianesimo professato dalle plebi affamate. Se non che la parabola di codesta antitesi vola verso l’incontro con il pregiudizio ateo nutrito da quell’Occidente moderno che Evola condanna con parole di fuoco artificiale.

Alla fine Evola ha confessato un ateismo radicale, simile in tutto a quello professato dai filosofi in marcia sulla via modernorum: “La grande rivelazione, raggiunta attraverso una serie di crisi mentali e spirituali, consiste nel riconoscimento che non esiste nessun aldilà, nulla di straordinario, che esiste solo il reale. Il reale è però vissuto in uno stato in cui non c’è soggetto dell’esperienza né oggetto che venga sperimentato, che sta nel segno di assoluta presenza, l’immanente facendosi trascendente e il trascendente immanente[1].

Il saggio di Dal Bosco dunque si raccomanda quale efficace antidoto al misticismo tossico, che ha percorso la via dall’Oriente all’Occidente per santificare la convergenza dell’ateismo di destra nell’ateismo di sinistra. Dalla conoscenza del paradosso vivente in un tale epilogo, infatti, dipende la corretta risposta dei cattolici alle sfide della postmodernità.




[1] Cfr.: “Cavalcare la tigre”, Scheiwiller, Milano 1973, pag. 124.

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