Dottor Grossman, antirazzista di razza

Nell’aria fremeva una strana elettricità, i corridoi di casa Grossman rimbombavano di un silenzio denso ormai da diversi giorni. Il dottore se ne stava chiuso per ore nel suo studio senza curarsi di mangiare, di bere e persino di andare al bagno. «Inutile», borbottava la Consolata tra sé e sé, riportando in cucina un succulento piatto di gnocchi al sugo appena assaggiati. «Quando si mette in testa di scrivere qualche nuova diavoleria, non si farebbe distrarre nemmeno da una bomba».

Il dottor Grossman, tuttavia, pareva non sentire i rimproveri della vecchia governante, nulla attorno a sé aveva consistenza reale, preso com’era dalla stesura della conferenza inaugurale del Convegno Mondiale degli Integratori Integralisti contro il razzismo, evento di punta della società accademica benpensante, che si sarebbe tenuto in città il giorno dopo. Certo, Grossman si rendeva conto che il nome pareva lo slogan di una marca di pasticche dietetiche, ma si ripeteva che il titolo della riunione, volutamente provocatorio, avrebbe toccato temi ben più critici degli inestetismi della cellulite. Esserne il presentatore era un ruolo di enorme prestigio e che il mondo della filosofia contemporanea lo avrebbe finalmente innalzato dove meritava di stare, tra i grandi pensatori, nell’olimpo degli attivisti per i diritti umani perché la sua voce poteva cambiare il corso delle cose, una volta per tutte.

«Quali cose?», aveva chiesto accigliata la governante, mentre Grossman ripeteva il suo discorso a voce alta.
«Di tutte le cose mia cara».
«Perché, scusi, fin’ora le cose sono andate così male?»
«Malissimo, Consolata, ma ora ne cambieremo il corso, infliggeremo una brusca sterzata alla storia in modo tale da far rinascere lo Spirito del Tempo».
«Ah, nessuno mi aveva avvisato che le cose non funzionavano. Per me non c’era niente di male nel corso delle cose, come sono state fino a ora, anzi mi pare che tutto vada proprio come come dovrebbe».
«Ah ti sbagli, Consolata cara, e ti basterebbe guardarti un po’ attorno per accorgerti del dato di fatto».
«Eppure, dottore, io di fatti ne conosco un bel po’. È un fatto che tutte le mattine il postino mi porta il giornale e il fine settimana mi arriva anche la rivista dei lavori all’uncinetto. È un fatto che ogni domenica il panettiere mi lascia da parte un panino all’uvetta, di quelli che le piacciono tanto e il macellaio mi riserva il taglio più buono del manzo. È un fatto anche che il sole sorge ogni mattina e ogni sera tramonta. Per farla breve, ogni cosa se ne sta al suo posto perché un Padreterno, che sa come mandare avanti questo mondo sgangherato, fa il suo lavoro come si deve e non mi pare che in duemila anni abbia avuto bisogno di aiutanti».

Il professore uscì dalla stanza indispettito. Consolata riusciva ogni volta a smontare i suoi momenti di più alto fervore, cambiando la logica del discorso in modo tanto fastidioso quanto inattaccabile. Del resto, come si poteva parlare di massimi sistemi e aprire la mente di una domestica senza istruzione? Impossibile, meglio elevare il proprio animo a ben altri pensieri.

***

Il giorno dopo, nell’auditorium in centro città, era iniziata la giornata della svolta. Il dottor Grossman, tutto agghindato per l’occasione, imbevuto di colonia scadente per coprire il sentore generato dall’emozione del momento, si accingeva a prendere la parola dinnanzi a una platea di vecchi occhialuti con scarpe da ginnastica ai piedi e cravatte stravaganti male annodate.

Qualche cameriere vagava con aria spaesata portando vassoi di tartare di quinoa e pesto di asparagi. Il professore diede un’occhiata rapida alla folla attenta mentre afferrava il microfono e fu in quel momento che accadde quel che nessuno si augurerebbe mai prima di un esame importante: si dimenticò quel che doveva dire. Come spesso capita nei momenti grande agitazione, la sua mente seppur brillante, aveva cancellato ogni traccia del discorso. Più cercava di afferrare le parole nella sua mente, più gli si parava davanti una pagina bianca: il vuoto totale.

Asciugò la fronte madida con un fazzoletto e si fece animo:
«Buongiorno a tutti, signori», balbettò. «È per me un piacere essere qui con voi a inaugurare il primo Convegno Mondiale degli Integratori Integralisti contro il razzismo. Ma non dovremmo parlare di razzismo, in quanto il termine deriva etimologicamente dal sostantivo razza e le razze, come ben sappiamo, non esistono. Quindi di cosa dovremmo parlare?»

Gli uditori bisbigliavano, qualcuno si guardava con aria preoccupata.

«Come sappiano dunque non esistono le razze tra gli esseri umani. È tuttavia innegabile che esistano quelle dei cani. Mia cognata, ad esempio, ha un bellissimo esemplare di Yorkhire, la mia vicina ha un bastardino, più bruttino certo, ma ci si accontenta…».

I bisbiglii si fecero più intensi, Grossman deglutì e si affrettò ad aggiustare il tiro, possibile che non ricordasse più cosa doveva dire?

«Non voglio asserire che gli umani siano come i cani e non sto paragonando certo i neri agli Yorkshire o ai bastardini. Dico piuttosto che, proprio come non esistono le razze tra gli esseri umani, non dovrebbero esistere le razze tra i cani. E come dovremmo abolire la dicotomia nero e bianco per gli esseri umani, così dovremmo fare anche per il pelo dei cani. Per tutti gli animali, a essere precisi, e anche alle piante e al regno minerale, se vogliamo diventare una società veramente democratica. Ma illustriamo meglio l’idea».

L’attenzione era stata finalmente catturata, la platea ora taceva.

«Ecco qui la mia proposta, esimi colleghi: perché limitarci ad abolire la discriminazione etnica e sociale, quando potremmo spingerci ben oltre, eliminando la distinzione ontologica e nominale del colore della pelle? Perché mai dovremmo riferirci a un nero descrivendolo come nero? “Perché è nero” risponderebbe un rozzo ignorante. Io dico basta a queste catalogazioni! Perché mai non potremmo descriverlo invece in base alla statura, al colore della pelle, ai suoi interessi e alle sue passioni? Propongo non solo di abolire la distinzione della dicotomia passatista nero e bianco, ma anche di eliminare i termini e i concetti di nero e bianco, oggetto di derive ideologiche e discrimini gravissimi nella storia travagliata dell’essere umano».

Grossman pareva soddisfatto e con lui l’intera assemblea radical chic. Le teste si muovevano in segno di approvazione e il generale consenso lo inebriava a tal punto che gli sembrò il momento opportuno per proiettare sullo schermo la messa a punto della sua nuova teoria d’azione antirazziale, o “Catalogazione Epidermica”, come preferiva chiamarla. Così, mentre scorrevano velocemente immagini di uomini di ogni colore, il dottore ripeteva un arguto motivetto:

«Ecco, come possiamo vedere, quest’uomo che prima di oggi definiremmo nero, ora dovremmo definirlo di Gradazione Epidermica numero 4. Questa nuova definizione, più delicata e totalmente neutrale, spazza via ogni problema legato alla diversità escludente e riporta il colore della pelle a ciò che è per davvero, un mero accessorio. Un uomo nordafricano sarà allora un uomo alto, basso, intelligente, appassionato di baseball e, da ultimo, di Gradazione Epidermica numero 3. Un indiano sarà, a seconda della regione di appartenenza, di Gradazione Epidermica numero 2 o 2,5. Un uomo che oggi definiremmo bianco apparterrà invece al gruppo di Gradazione numero 1 e un bianco particolarmente pallido sarà inserito nel gruppo numero 0 e così via».

Tra i partecipanti scoppiò un putiferio. Alcuni applaudivano con ammirazione, altri, spiriti meno poetici e ben più pratici, si alzarono in piedi per sottolineare l’incompiutezza di una tale, seppur promettente ricerca: chiedevano, ad esempio, che fare delle persone abbronzate. Questa teoria dimenticava di inserire gli amanti della tintarella estiva nel gruppo delle gradazione epidermiche. Senza contare che buona parte della popolazione al mare si scotta, Non sarebbe corretto inserire la le gradazioni rosso 1 e rosso 2 in base al tipo di ustione?

Insomma, era ancora molto il lavoro da fare per poter costruire una griglia democratica, ripeteva a tutti il professore acconsentendo a tutti i suggerimenti della platea. Nel complesso, però, il discorso era stato eccellente: l’idea rivoluzionaria della griglia epidermica aveva catturato i cuori degli intellettuali più influenti, tanto che una volta sceso dal palco, il professore fu inondato di complimenti e ammirazione. Che grandiosa giornata!

A meeting concluso, Grossman si avviò gongolante alla macchina. Quante cose avrebbe dovuto raccontare alla Consolata che questa volta si sarebbe certamente ricreduta. Camminò qualche istante nel parcheggio per liberare la tensione e quando finalmente adocchiò la sua Fiat 126 bianca capì che qualcosa non andava. E qualcosa non andava per davvero, dal momento che l’auto stava lasciando il posteggio guidata da un uomo coi capelli neri e l’aria di chi sta rubando una macchina. Una vecchia con un barboncino al guinzaglio guardava la scena allibita. «La mia auto! Fermati farabutto!» Urlò Grossman mentre rincorreva il ladro.

Non ci fu niente da fare, La Fiat 126 schizzò con il suo rombo poco rassicurante fuori dal parcheggio e il professore rimase sotto il sole di luglio ad aspettare sconsolato la volante dei carabinieri. Ah, pensava tra sé, se avesse preso quel criminale gliel’avrebbe fatta pagare!

«Bene, iniziamo con le domande”, disse un carabiniere panciuto appena arrivato sul posto, con l’aria assonnata e un taccuino tra le mani. “Mi ripeta con precisione le circostanze del furto”.

Grossman iniziò a raccontare per filo e per segno l’accaduto, con un lampo di rabbia negli occhi e una strana voglia di vendetta, ma a metà del discorso iniziò a trovarsi in difficoltà:

«E come le dicevo, alle dodici circa, ho visto la mia auto una Fiat 126, uscire dal parcheggio».
«Di che colore?»
«Come di che colore?»
«L’auto intendo, di che colore è?». Grossman iniziò a sudare
«Come di che colore è? Che le importa? Non so di che colore è, così su due piedi».
«Non sa di che colore è la sua auto?»
«Così su due piedi…»
«Il problema sono i piedi o il colore dell’auto?»
«Il problema, mi scusi, è che non ho a portata di mano in campionario della gradazione epidermica, non saprei quindi darle una definizione della tonalità dell’auto, che per altro mi pare un elemento del tutto accessorio».
Il carabiniere iniziava a spazientirsi, pensando di avere a che fare con un malato psichiatrico.
«Come vuole. Conferma che la donna con il barboncino marrone è stata testimone del furto?»
«Non saprei proprio.»
«Come non saprebbe?», sbottò il carabiniere.

Grossman non sapeva più che cosa dire, non voleva, non poteva cadere nell’errore di definire la razza e colore del cane con assurde categorie passatiste, doveva dimostrare a se stesso che l’innovativa teoria avrebbe trionfato in qualunque utilizzo pratico.

«Ehm, vediamo il cane era certamente di piccola taglia, vivace, dallo sguardo arguto e dal pelo riccioluto, sicuramente un Gruppo 4, pelo lucido».
«Senta, mi sta facendo perdere tempo e non ho voglia di scherzare, non capisco per quale motivo si rifiuta di darmi le informazioni utili all’indagine. Saprebbe descrivere l’uomo al volante?».

Il dottor Grossman esitò un istante, il tempo necessario perché l’immagine della sua auto nelle mani di quella specie di individuo gli tornasse nella mente e un senso di giustizia lo pervadesse da capo a piedi. In un moto di orgoglio le parole gli uscirono senza volerlo: «Neri, aveva i capelli neri!», tuonò con fierezza.
«Molto bene, faremo il possibile per recuperare l’auto», concluse il carabiniere con sguardo sempre più accigliato.

E così, il nostro intellettuale, valigetta sottobraccio e occhi bassi, si avviò verso casa sotto la cappa di un caldo cocente. Avrebbero preso il ladro di auto? Rimuginava tra sé e sé camminando ai bordi della tangenziale. Chissà se il colore dei capelli avrebbe dato una svolta alle indagini. Peccato, tra l’altro, non avere avuto con sé il campionario della gradazione epidermica, era proprio l’occasione giusta per testare la nuova teoria. Certo è che, a volerlo ammettere, nessun Grado 3, 4 o 5, sarebbe potuto più essere più preciso della categoria capelli neri. Un po’ gli dispiaceva per aver descritto l’uomo con quell’appellativo razzista, del resto anche i ladri hanno la loro dignità. A ben guardare, tuttavia, gli dispiaceva di più che la sua amata automobile finisse in chissà quale rimessa, mezza smontata e venduta. Ah, era proprio una bella macchina, la sua vecchia Fiat.

Chissà poi quale fosse la gradazione epidermica del pelo del barboncino. Sì, era sicuramente un barboncino, rifletté, di quelli con il pedigree e tutto il resto. Ammise di aver mentito quando aveva dichiarato che il cane aveva uno sguardo arguto, soprattutto perché mentre l’auto spariva dalla sua vista se ne stava tranquillo a fare pipì dietro al cespuglio. Avrebbero potuto faccusarlo falsa testimonianza? Del resto, si giustificò, è difficile descrivere un cane dai tratti caratteriali, soprattutto i barboncini. Sì, concluse, doveva essere sicuramente un problema di razza.

Immerso in questi pensieri si trovò senza accorgersene davanti al portone di casa, dalla finestra un buon profumo di uvetta: era domenica.

Gli venne fame e insieme alla fame gli tornò il buon umore. Fu così che allora, salendo le scale guidato dal buon profumo del pranzo, alzò gli occhi verso l’alto e si trovò a ringraziare il Padreterno, che di sicuro non aveva inventato il campionario della gradazione epidermica, ma che in qualche modo faceva funzionare quella vecchia baracca che è il mondo, nonostante i furti di auto e i barboncini che fanno pipì dietro ai cespugli.

Pensò poi alla Consolata, che anche quel giorno aveva trovato la rivista dell’uncinetto dentro la cassetta e da ultimo, mentre apriva la porta, pensò pure al panettiere, che in qualche modo, chissà come, anche quella domenica si era ricordato di lui e gli aveva tenuto da parte il panino all’uvetta più buono di tutti.

3 commenti su “Dottor Grossman, antirazzista di razza”

  1. Descrizione spiritosa e arguta del manicomio politicamente corretto e progressista in cui ci vogliono rinchiudere….di cui, peraltro, il Padreterno non sembra preoccuparsi più di tanto, come dire non preoccupatevi, finirà anche questa follia.

  2. Alessandra Canalis

    Bentornato dottor Grossman. Spero tanto che alla fine tutti questi pazzi trovino un po’ di saggezza come capita a lei. Un complimento a Margherita Melzi

  3. Non c’è tanto da scherzare. Queste cose accadranno di sicuro, è solo questione di tempo. Io sono di gradazione 0,0, non so se è un problema. Firmato Donato Casati

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