DOV’E’ LA DESTRA CHE NON C’E’? – di Filippo Giorgianni

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di Filippo Giorgianni

(prima parte)

Un’analisi politologica e storica seria sulle forze politiche di “destra” o “cattoliche” esistite in Italia ci può mostrare come la Destra non sia mai stata adeguatamente rappresentata da esse. Come e perché i 150 anni dell’Italia unita possono essere utili…

1. La Destra tra cultura e politica attiva

Parlare dell’origine e della natura concettuale della Destra è tema sterminato che necessiterebbe di una monografia intera. Tuttavia, poiché delineare dei punti fermi è assolutamente necessario per poter introdurre la breve analisi politologica dei soggetti politici che ci interessano, si deve almeno accennare al problema. Innanzitutto si deve partire da un assunto, forse banale, ma fondamentale: sono cioè da distinguere due piani, quello culturale da quello politico. Infatti, i termini “destra” e “sinistra”, usati dalla Rivoluzione francese in poi – anche se già prima rinveniamo in Inghilterra la polarizzazione “alla mano destra”/“alla mano sinistra” del Re[1] – per individuare gli schieramenti politici, sottintendono, prima di ogni cosa, un riferimento culturale: si è “di destra” o “di sinistra” a seconda che si abbia un determinato progetto o modello per la vita della comunità, dunque a seconda che si abbiano certe idee, piuttosto che altre. Si è, insomma, “di destra” o “di sinistra” in base alle convinzioni, in base al modo di vedere le cose, in base ai costumi, in base alla cultura cui si faccia riferimento. Ciò comporta una biforcazione, che si chiarificherà meglio più avanti (par. 1.1): la Destra – cioè quell’insieme di concetti che la compongono, la sua cultura – non sempre e necessariamente riesce a coincidere con i partiti o movimenti (che siano anche espressione di istanze culturali differenti dalla Destra) concretamente esistenti o esistiti e che si considerano o si siano considerati “di destra” o “la destra” in un determinato paese.

1.1 Rivoluzione, Contro-Rivoluzione e origini della Destrasolaro

Posto che si debba distinguere tra la Destra culturale e ciò che invece si presenta come “destra” in ambito politico attivo, per comprendere cosa sia la Destra si deve prima di tutto avere riguardo alla origine storica della biforcazione politica e per comprendere tale biforcazione tra destra e sinistra è, a sua volta, necessario prendere in considerazione la crisi della società cristiana medievale e lo svolgersi della storia moderna e quindi delle società e della politica da essa risultante perché solo comprendendo la Modernità si può capirne la sua politica. In breve si può dire che l’epoca che precede quella moderna sia caratterizzata dall’esistenza di una società cristiana[2], una società cioè basata su principi cristiani che ha prodotto istituzioni e leggi cristiane. Ebbene, questa società cristiana, o cristianità, conosceva al suo interno degli scossoni dovuti a utopie religiose di vario genere, le eresie[3]. Ciononostante, essa riuscì a sopravvivere, a metabolizzare e sorpassare queste scosse. Tuttavia, già a partire dal c.d. “autunno del Medioevo”, essa entrò progressivamente in crisi, fino a quando non si è arrivati al risorgere di un paganesimo di ritorno sempre più vivo a livello culturale nell’epoca rinascimentale e, infine, alla frattura definitiva della cristianità stessa ad opera del protestantesimo. È proprio dal pensiero astratto di origine protestante[4] che nasce il pensiero politico moderno nelle sue varie declinazioni – dal giusrazionalismo all’assolutismo di Hobbes, fino all’illuminismo – inficiate di un’ottica secolarizzata, non più del tutto o per nulla cristiana. È in questo progressivo smembrarsi della società cristiana che la linea più avanzata del pensiero moderno, l’illuminismo, insinuandosi nelle corti, nella burocrazia, nei circoli intellettuali, crea nel ‘700 le condizioni per il mutamento radicale delle istituzioni francesi, per la rottura politica con le strutture della cristianità che stava declinando: è la Rivoluzione del 1789. È durante i rivolgimenti rivoluzionari che in seno all’Assemblea sorgono i due poli politici, destra e sinistra, che, dopo una breve vita furono accantonati durante il consolidamento rivoluzionario di Bonaparte [Napoleone, 1769-1821], per poi tornare ad essere utilizzati al momento della Restaurazione. Ora, in origine (cioè dal 1815 in poi) si può dire che la sinistra equivale ai valori liberali del 1789, mentre la Destra incarna l’esigenza di Tradizione, di gerarchia, di appartenenza[5], di tutela della monarchia e di preservazione dei principi della società cristiana che si era conosciuta prima del 1789. Non si tratta di mera conservazione dello status precedente di cose, ma di riaffermazione di principio. Indubbiamente anche in mezzo a coloro che si collocavano “a destra” vi erano soggetti confusi e cripto-rivoluzionari (assolutisti, monarchici meno “intransigenti”, etc.), ma ciò non inficiava la distinzione di fondo: infatti, la Rivoluzione, pretendendo di ripartire da zero e rompere con il passato ritenuto “oscuro”, colpì al cuore ciò che rimaneva, dopo lento macerare e declinare, della società cristiana, e, nella misura in cui la sinistra fu rivoluzionaria, per forza di cose la Destra, a prescindere dagli errori di prospettiva di alcuni suoi componenti – pochi o tanti che siano –, si doveva caratterizzare per essere contro-rivoluzionaria, cioè affermativa della Tradizione, riaffermativa di quel modello di società cristiana (organica, gerarchica, corporativa) esistita sino ad allora e colpita dalla sinistra e baluardo di quel cattolicesimo che, negato dalla Rivoluzione, era stato il motore propulsore della società cristiana. Tanto più che la prima reazione alla Rivoluzione non fu certo quella riflessiva della politica (che si vide travolta e dispersa dall’esilio forzato o ghigliottinata) e dei pensatori, bensì quella popolare dei francesi che si videro defraudati del proprio patrimonio culturale dal rivolgimento rivoluzionario che voleva del tutto eliminare quel patrimonio: non furono gli intellettuali e i politici a reagire per primi contro l’assalto alla cultura della cristianità, bensì furono i contadini (e alcuni nobili) insorgenti[6] che vedevano le celebrazioni liturgiche impedite, le chiese bruciate, il proprio monarca e i propri feudatari uccisi o cacciati, e così via. Ebbene, costoro, per quanto potessero essere sottorappresentati in un primo momento a livello politico, costituivano nel paese la vera e unica cultura realmente alternativa a quella rivoluzionaria che andava collocandosi a sinistra, e quindi costituivano la unica e vera Destra. Ora, poiché la Destra in origine si trova ad essere la Contro-Rivoluzione, cioè la riaffermazione culturale di una società cristiana, opposta alla cultura rivoluzionaria e sinistra dell’ateismo razionalistico, si possono notare due cose:

a) la differenza tra Destra e sinistra è dunque di tipo antropologico[7] e financo metafisico[8], poiché l’antropologia di riferimento della Destra, la sua visione di cosa sia l’uomo, era quella cattolica dell’uomo riconciliato con Dio (e con la natura umana da Lui creata) a livello sia personale che sociale, mentre quella della sinistra era un’antropologia materialista che vedeva l’uomo come essere indipendente da Dio (e in ribellione alla sua natura): il che implica un’apertura necessaria della Destra alla metafisica (e alla spiritualità) e una chiusura della sinistra alla metafisica medesima;

b) la Destra, a questo punto, non è solo una scelta antropologica diversa, ma anche un’adesione intima, spirituale a quell’antropologia che si realizza nel cristianesimo. Infatti, se essa difende e persegue una società cristiana, quest’ultima non sopravvive solo se vi sono istituzioni e leggi cristiane, ma necessita di costumi, di un vissuto quotidiano, improntati al cristianesimo: tutti i principi, se non applicati ogni giorno, rischiano di scomparire e ciò vale non di meno per quelli cristiani. Scriveva Paul Bourget [1852-1935]: «Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare per come si è vissuto»[9] perché l’uomo, col tempo, tende a giustificarsi per le tendenze negative che asseconda, spostando così la violazione del principio dal momento dell’applicazione concreta nella vita quotidiana (le cosiddette «tendenze») a quello delle idee[10]: dopo aver vissuto contro quel principio, l’uomo tenderà a rigettarlo anche concettualmente abbracciando il principio opposto, pur di non ammettere il proprio errore. La Contro-Rivoluzione, l’impegno per una società cristiana, non può quindi non essere un continuo vissuto quotidiano, una perenne tensione morale[11]. Tutto questo deve avvenire anche e soprattutto ove tale Contro-Rivoluzione si incarni politicamente nella Destra, la quale, a questo punto allora, non è solo impegno politico, riaffermazione di principio, ma anche tensione spirituale. E non è un caso che successivamente, pur nelle ambiguità e confusioni, questa esigenza di spiritualità, anche se mal soddisfatta e distratta dalla sua meta, si ritrovi perennemente in certe (false) “destre”[12]. Certamente è ben possibile l’adesione al modello della Destra ad opera di non credenti – oggi, per esempio, esistono quelli che si definiscono autoironicamente «atei devoti» –, ma, sebbene migliore del nulla, questo atteggiamento depaupera il significato di quel modello, perché, così facendo, ci si troverebbe a sposare un principio senza viverlo, portando così lentamente allo slittamento di cui parlava Bourget: lentamente dunque la sinistra troverebbe terreno fertile per affermarsi ed eliminare la società cristiana difesa dalla Destra, e l’opposizione Destra del non credente si troverebbe ad essere un minus rispetto alla Destra del credente, si troverebbe cioè ad essere inefficace, dunque non veramente alternativa alla sinistra, perché «una alternativa o è totale e diametrale, o è una ennesima sfumatura del cedimento»[13]. Inoltre è impensabile sposare un modello di società permeata di fede e carità (come deve essere una società cristiana), senza poi vivere tale fede e tale carità: se non le si vive, quel tipo di società non potrà mai esistere.

Detto ciò, è da sottolineare come la Destra sia politicamente florida per un certo periodo e abbia trovato esponenti politici anche in Italia, come Emiliano Avogadro della Motta [1798-1865] e Clemente Solaro della Margarita [1792-1869]. È di quest’ultimo la celebre frase: «Una sola è la Destra, e vi appartengono tutti coloro che la Religione, il bene e la gloria dello Stato hanno in mira»[14]. Ciò però non ha impedito una certa confusione su cosa sia la Destra, poiché si è assistito al sovrapporsi sulla Destra di movimenti culturali e politici di diversa tipologia. Ciò per tre ordini di ragioni fondamentali:

a) innanzitutto per l’esistenza di soggetti aderenti solo concettualmente ai principi della Destra ma non al suo “spirito”: è la non adesione interiore di cui si è già accennato, figlia di un’ottica positivista, presente in quella linea che si può, in un certo senso, definire sì “contro-rivoluzione”, ma «di sinistra»[15]: è l’ottica, ad esempio, del non credente Charles Maurras [1868-1952]. Questa impostazione è un’ottica che guarda solo alle strutture, in modo sociologico e materialistico: ciò che le interessa è il modello istituzionale, sociale e concettuale prodotto dalla società cristiana, che essa reputa (giustamente) positivo e utile per la società, ma non le interessa ciò che permette a tale modello di sopravvivere, l’anima che lo ha prodotto: il cristianesimo vissuto ogni giorno dalle persone. È una visione «da fuori» e non «da dentro»[16] delle cose. Tale linea ha dato adito a equivoci sul contenuto della Destra perché è da essa che nasce l’errata convinzione che possa essere Destra la mera battaglia politica attiva, priva di tensione morale e spirituale, così annacquando il contenuto più profondo della stessa Destra;

b) inoltre, dopo l’opposizione iniziale tra Destra tradizionale e sinistra liberale, avviene il fenomeno del sorpasso da parte di nuove forze di sinistra, cioè la Rivoluzione della sinistra liberale si trova scavalcata da nuovi tipi di Rivoluzioni, e quindi nuove sinistre (ad esempio, la democratica prima e la socialista poi). Pur generate dalla prima sinistra e dal suo pensiero – tale da far notare l’unitarietà del fenomeno rivoluzionario che permette di vedere la Rivoluzione come forza unitaria, pur nelle diversità tra le varie Rivoluzioni, o «tappe» della Rivoluzione[17] –, le nuove sinistre sono ancor più “di sinistra”[18] e la costringono dunque ad una posizione di sinistra “moderata” o “conservatrice”. Dopo l’intervento di questi sorpassi a sinistra, la sinistra liberale però non perde la sua carica sinistra, rivoluzionaria, bensì, a causa di nuove tappe rivoluzionarie, diviene il momento conservativo della Rivoluzione[19] e ciò la porta non certo ad essere una “destra”, bensì a divenire una sinistra conservatrice, atta sì ad alleanze contingenti con la Destra (per tentare di bloccare momentaneamente la sinistra nuova), ma non a sovrapporsi o sostituirsi a questa, perché essa permane sempre una sinistra, concettualmente opposta alla unica e vera Destra. Ciò porta a concludere che non esistono dunque molte destre e molte sinistre[20], ma una sola Destra e molte sinistre;

c) infine, è da considerare la formazione di reazioni scorrette alle nuove forme di sinistra: con la nascita di nuove più estreme sinistre, si formano delle forze di rigetto di queste sinistre che però non rimpolpano il solco delle vecchie sinistre o della Destra, ma nascono autonomamente e battono strade più o meno diverse e ibride, pur confluendo “a destra”. Le ibridazioni della «Konservative Revolution» o di singoli autori (quali Oswald Spengler [1880-1936] o Ernst Jünger [1895-1998]) dei primi del Novecento o quelle della «Nouvelle Droite» degli anni ’70 o le più recenti “destre nuove” che vogliono “sorpassare” gli schemi e principi originari e altre ancora – certa parte originaria del fascismo, la dottrina ufficiale del regime fascista e molte branche culturali del sottobosco neofascista, il puntiforme mondo culturale del nazionalsocialismo, etc. – che perseguono il principio della “contaminazione”, rientrano esattamente in questo fenomeno di reazione. Così come rientrano tra queste forze le mere reazioni settoriali quali, ad esempio, gli estemporanei arroccamenti identitari dell’elettorato su certe forze politiche – l’esempio migliore è oggi la Lega Nord, ma anche il confluire di maggioranze elettorali sulle coalizioni di “centrodestra” in cui ci si rifugia in cerca di sicurezza sociale – a causa delle fondate paure provocate dalla cultura di sinistra su determinati e precisi temi. È il caso della reazione a quella vera e propria ideologia progressista che è l’«immigrazionismo»[21] di stampo multiculturalista che accoglie l’immigrato senza porre alcun paletto: di fronte all’immigrazionismo, la reazione può caratterizzarsi come il semplice “porre regole” minimali di legge, ma senza andare più a fondo sino al cuore del problema che è il rapporto tra culture e identità, cedendo al multiculturalismo progressista – e divenendo dunque una posizione d’immigrazionismo “di [falsa] destra”[22] –, oppure questa reazione si può caratterizzare come un mero rigetto viscerale, e anche violento, ma del tutto istintivo e per nulla costruttivo o risolutivo del problema. Ma tutte queste apparenti alternative alle nuove sinistre sono reazioni insufficienti che, ibridandosi con la cultura della sinistra (o di più vecchie sinistre) o reagendo in modo emozionale e confuso, non sono culturalmente delle vere alternative come invece la Destra, prestando così il fianco all’avanzare del progressismo culturale e politico.

Questi tre fenomeni hanno conseguentemente portato a una stratificazione di posizioni culturali “a destra”, confondendo e appaiando Destra e false “destre” in un unico contenitore, a causa della necessità del momento di impedire l’avvento delle sinistre più estreme. È il caso del fascismo: costola del socialismo, essa si piegò ad essere una forza anticomunista, in cui, per combattere il comunismo e impedirne la diffusione, confluirono il consenso di gran parte della Destra popolare e quello della sinistra liberale, ma essa non fu una vera Destra. È in ragione dell’esistenza di queste stratificazioni che si è distinto, all’inizio, tra cultura e politica: non perché la Destra, posizione culturale, non esista e non si esprima politicamente, e non perché la “destra” politica concretamente esistente non si fondi e non si debba fondare sulla Destra – quasi le due fossero mondi separati e incomunicabili (e non invece osmotici come sono e debbono essere) –, ma perché semplicemente può capitare (ed è storicamente successo il più delle volte) che le “destre” politiche non collimino con la Destra, a causa delle confusioni ingenerate dalle stratificazioni di cui si è detto. Tali stratificazioni sono anche detti «fusionismi». Ed è bene notare che, alle volte teorizzati e perseguiti scientemente – come nel caso del fusionismo reaganiano –, secondo la formula del “tutti contro qualcuno”, e spesso proposti tramite l’unificazione populistica adoperata da leaders carismatici – nella loro diversità, sono tali, ad esempio, Mussolini [Benito, 1883-1945], Franco [Francisco, 1892-1975], e altre figure dei regimi autoritari, ma anche i democratici De Gaulle [Charles, 1890-1970], Thatcher [Margareth, 1925], Reagan [Ronald, 1911-2004], Berlusconi [Silvio, 1936] –, i fusionismi sono una necessità perché sostanzialmente sono l’unico modo più efficace di bloccaggio dell’avanzata istituzional-legislativa delle sinistre più “avanzate”, in quanto la frammentazione fra le varie sinistre “moderate” e la Destra permette un più agile spazio di manovra per l’avversario. Ciò ci permette di fare due incisi sempre molto attuali, alla luce dei rivolgimenti italiani contemporanei interni al “centrodestra” e riguardanti il nuovo partito Futuro e Libertà per l’Italia: 1) non si può pretendere dalle forze fusioniste un governo sempre facile, comodo, in quanto la loro diversità interna, specie in una democrazia mediatica, non può non trovare come collante il populismo carismatico: ciò comporta che, pur in una relativa omogeneità progettuale-concettuale, l’unità sia garantita non dal progetto, bensì dalla figura del capo, e questo, alle volte, costringe le forze fusioniste a un sostanziale immobilismo di governo, a causa delle (anche forti) divisioni interne: la stratificazione, pur essendo necessaria, rimane comunque un male, per quanto il minore; 2) sono semplicemente suicide per un polo “destro” quelle proposte che pretendono una profonda democrazia interna al suo interno rispetto alla guida del leader carismatico: la stratificazione fusionista permette un ampio pluralismo (fin troppo) sui principi e sulle proposte, e tale pluralismo divide in mille rivoli lo schieramento, ma ci sono sempre dei punti fermi indiscutibili in uno schieramento fusionista, tra i quali il ruolo del capo carismatico e le sue esigenze: una volta che si metta in discussione la sua linea, il fusionismo entra in crisi irreversibile, a causa delle profonde divisioni esistenti tra le forze che lo compongono: se il fusionismo è l’unico modo più efficace per opporsi al progressismo più “avanzato”, colpirne il collante (il capo), significa impedire un’alternativa efficace (per quanto parziale e non pienamente alternativa) alla sinistra, lasciando campo aperto alle vittorie di quest’ultima.

 

(continua)

 


[1] M. GAUCHET, Storia di una dicotomia. La destra e la sinistra, Anabasi, 1994, pag. 7.

[2] M. TANGERONI, Cristianità, modernità, Rivoluzione. Appunti di uno storico tra «mestiere» e impegno civico culturale, SugarCo, 2009, pagg. 40-42 e 53-61.

[3] Ibidem, pagg. 65-66; D. KNOWLES, Introduzione, in C. DAWSON, La divisione della Cristianità occidentale, D’Ettoris, 2009, pagg. 32-33 [e, nel testo di Dawson, pag. 55] e V. MATHIEU, La speranza nella rivoluzione, Armando, 1991, pag. 193.

[4] F. ELÍAS DE TEJADA, Europa, tradizione, libertà. Saggi di filosofia politica, Edizioni Scientifiche Italiane, 2005, pagg. 117-118 ss. e 147-148.

[5] M. GAUCHET, op. cit., pag. 98 [l’autore però prosegue con un’analisi dell’evoluzione della diade destra/sinistra dal 1815 in poi che non è accettabile].

[6] Si distingue così tra una Contro-Rivoluzione «irriflessa», l’Insorgenza, e la successiva vera e propria Contro-Rivoluzione «riflessa», ragionata, intellettuale e organizzata, al cui interno, si devono ulteriormente distinguere una «patristica» e una posteriore «scolastica». Cfr. G. CANTONI, L’Insorgenza come categoria storico-politica, in Cristianità n. 337-338/2006, pagg. 23-24; IDEM, Per una civiltà cristiana nel terzo millennio. La coscienza della Magna Europa e il quinto viaggio di Colombo, SugarCo, 2008, pag. 150 e IDEM, La reazione precede sempre la Rivoluzione, in M. FERRAZZOLI (a cura di), Cos’è la destra. Colloquio con diciotto protagonisti della cultura italiana non conformista, Il Minotauro, 2001, pagg. 80-81.

[7] S. CALASSO, Destra e sinistra: una diversità genetica, in Cultura&Identità n. 1/2009, pag. 22.

[8] F. MARASCIO, Presupposti della destra, in http://www.storialibera.it/attualita/destra_e_sinistra/articolo.php?id=1320.

[9] P. BOURGET, Il demone meridiano, Salani Edizioni, 1956, vol. II, p. 395.

[10] P. CORRÊA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, SugarCo, 2009, pag. 59.

[11] G. CANTONI, Prefazione, in P. CALLIARI, Servire la Chiesa. Il venerabile Pio Bruno Lanteri (1759-1830), Edizioni Krinon, 1989, pagg. VII-VIII.

[12] È il caso della linea di pensiero evoliano, come, per esempio, quello di Adriano Romualdi. Cfr. A. ROMUALDI, Una cultura per l’Europa, Settimo Sigillo, 1986.

[13] G. CANTONI, La lezione italiana. Premesse, manovre e riflessi della politica di «compromesso storico» sulla soglia dell’Italia rossa, Edizioni Cristianità, 1980, pag. 127.

[14] M. RESPINTI, Il pensiero multiplo, in Secolo d’Italia del 29 maggio 1998, pag. 15.

[15] G. CANTONI, Per una civiltà cristiana nel terzo millennio, op. cit., pagg. 151-152 e 231-232.

[16] Ibidem.

[17] P. CORRÊA DE OLIVEIRA, op. cit., pagg. 45-58.

[18] M. RESPINTI, op. cit. e M. REVELLI, Sinistra Destra. L’identità smarrita, Laterza, 2007, pag. 24.

[19] A ben vedere, per sopravvivere e a causa della loro natura dialettica (hegeliana), le Rivoluzioni contengono sempre un momento conservativo. Cfr. F. ELÍAS DE TEJADA, La monarchia tradizionale, Controcorrente, 2001, pagg. 97-99 e V. MATHIEU, op. cit., pagg. 102-107.

[20] Come invece credono molti autori. Ad esempio, cfr. N. BOBBIO, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, 2004, pag. 65 e M. VENEZIANI, Il sobrio orgoglio di essere «destri», in il Giornale del 06/10/2010, pag. 28.

[21] M. INTROVIGNE, L’ideologia immigrazionista, problema di civiltà, in il Domenicale del 05/09/2009, pagg. 1 e 6-7 ed E. POZZOLO, Attenti ai nuovi cattivi maestri, in La Padania del 31/12/2010, pag. 11.

[22] M. INTROVIGNE, op. cit., pag. 6.

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