Elogio di sir Roger Scruton, filosofo e cacciatore

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Pochi giorni fa, il 12 gennaio, se ne è andato sir Roger Scruton. Nato il 27 febbraio 1944, era uno dei maggiori filosofi contemporanei, se non il massimo. Non mi aspetto che sia riconosciuto più di quanto mi aspetti che finisca sui manuali di filosofia a fianco di Cornelio Fabro. Mi aspetto che Dio lo perdoni e lo osservi, con sguardo benevolo del papà verso il figlio discolo ma sveglio, andare alla caccia alla volpe nelle vaste praterie del Regno dei Cieli, che di sicuro sarà meno umido della campagna britannica, ma di un altrettanto verde smeraldino.

Non ci mancherà in quanto pensatore conservatore, poiché, se per Scruton «la civiltà è più facile perderla che trovarla ed è facile perderla se non ci si dà la pena di conservarla», nell’Assurdistan italiano ormai non c’è quasi più nulla da conservare. Ci mancherà la sua mente di strenuo difensore della civiltà, del retto pensare, della caccia e del buon vino, nonché del rispetto del sacro in ogni caso: ecco già una summa della vera cultura occidentale.

Mancherà a noi poveri tonti, mancherà quando non sapremo che rispondere agli attacchi capziosi dei radical-chic che imperversano sul posto di lavoro. Ci mancherà un appiglio più franco nelle discussioni con gli orfanelli della logica al bar, allo stadio, nelle incursioni barbare del nichilismo nella vita quotidiana. Forse, per alcuni di voi, anche durante la violenza cieca di certe omelie immigrazioniste.

Non ci mancherà in quanto lettore delle odi confuciane nella traduzione di Ezra Pound. Non basta sapere, serve esporsi, parlare, contestare, confutare questa sottile dittatura progressista che conquista terreno ogni giorno nelle accademie, nei tribunali, nelle scuole dei nostri figli, mangiandosi il loro futuro. Curatore, dal 1982 al 2001, della Salisbury Review, una rivista politica conservatrice, Scruton ha scritto oltre 50 libri su filosofia, arte, musica, politica, letteratura, cultura, sessualità, e religione, oltre a romanzi e perfino due opere liriche.

A me piace ricordare un libello inaspettato, Sulla caccia, nientemeno che un’apologia dell’ars venandi nell’epoca dei parrucconi verdi. Decisamente impopolare. «Essere impopolare non è mai facile. Ma una causa buona è uno scudo contro la disperazione». Un libro carico di tolleranza e di mistero, di filosofia e tradizione, di principi etici e vita rurale. Grazie a questo trattato del polemista dai capelli ispidi e arruffati mi sono deciso a fare il passo. La caccia discrimina. Disse di sé: «La mia vita si divide in tre parti, nella prima ero infelice, nella seconda ero a disagio, nella terza cacciavo», per certi versi, con le dovute proporzioni, la cosa vale per ogni cacciatore.

Di qui la difesa della tradizionale caccia alla volpe, finita al centro delle proteste degli animalisti inglesi, ma il punto di partenza del discorso sulla caccia secondo il filosofo inglese è metafisico, bisogna chiedersi se gli animali abbiano diritti, anzi, dobbiamo indagare la realtà ontologica dell’uomo e dell’animale e che rapporto vi sia fra le due.

La sua battaglia a sostegno della caccia è diventata una fatica decennale, come ha ammesso egli stesso: «nel frattempo, il dibattito pubblico è diventato sempre più fumoso, e, a mio parere, la confusione ha una causa metafisica». La gente ha perso i concetti che stabiliscono le differenze fra uomo e animale, i quali pongono un discrimine metafisico: anima razionale, libero arbitrio, giudizio divino. Si immagina un mondo da cartone animato in cui ad alcune specie viene arbitrariamente attribuito lo status onorario di comunità umana per il loro aspetto, generando in vari casi situazioni deviate di famiglia. Intendiamoci, anche io amo il mio cane, come ho sempre considerato di famiglia i miei cani, ma non hanno seduto alla mia tavola e non vestivano cappottini alla moda. Non sono surrogati quadrupedi dei figli. Il cane è il cane, i figli sono i figli. Il ragionamento investe un campo più ampio nella realtà dei fatti, per esempio: «l’allevamento degli animali da pelliccia è sotto accusa anche in Parlamento (il libro è del 1988 n.d.r.), sebbene nessuno sia stato in grado di spiegare perché sia più esecrabile allevare animali per la loro pelliccia di quanto lo sia allevarli per la loro carne». Sappiamo che i suini vengono allevati per la carne, non così i cani. Si vede che è un fatto culturale non banale. Pertanto non è bene banalizzarlo o affrontarlo in termini semplicistici carne sì, carne no, caccia sì, caccia no.

Quindi la bella gente, corretta, sensibile e moderna ci spiega che: volpe, tasso, visone e cervo, alcune delle specie più nocive per le campagne (dove, fra parentesi, si produce ancora il cibo necessario a farla vivere nelle comodità di calde e ridicole calze mentre si trastullano con i giochini per ritardati delle città metropolitane), sono amici da tutelare e coccolare. Mentre rospi, topi, bisce e ragni, animali utili e fondamentali per l’ecosistema sono considerati infestanti. Così i gatti possono cacciare senza limitazione – ammesso che ne abbiano ancora voglia, visto che sono obesi a furia di esser rimpinzati di mangime industriale e confusamente sfiduciati a furia di visite veterinarie per via rettale -, ma i cani non possono cacciare la volpe senza diventare immorali agli occhi delle combattive bambine della scuola calcio.

«Va da sé che questo distinguo tra animali domestici e infestanti non ha una base nella realtà e non può essere d’aiuto agli animali stessi, che possono trarre beneficio dal nostro modo di trattarli solo se non sono obbligati a comportarsi come membri della specie umana». A molti potrà non piacere, ma è così, un animale non sarà mai felice se lo umanizzate, perché lo forzate a un comportamento coatto contro natura. D’altra parte, per Scruton, «la filosofia è la ricerca della verità, anche quando la verità è sgradevole». E anche per noi. E la verità è che «in nessuna altra epoca della storia gli animali hanno avuto tanto bisogno della nostra protezione e mai prima d’ora essa è stata offerta, o rifiutata, a piacimento e su base così arbitraria».

Un po’ di metafisica. In passato, anche se non sempre e da tutti, gli animali erano considerati cose. Oggi, giustamente, non è più possibile trattarli a nostro comodo, come se fossero enti inanimati. Non abbiamo diritto, né dispensa divina (che pure ci crea amministratori e signori del creato), di ignorare il dolore che infliggiamo loro. Ciò, tuttavia, non deve mai cancellare le differenze ontologiche fra esseri morali e il resto degli enti naturali, vivi e non. La conseguenza etica che ne deriva è che non ci è permesso ignorare la morale tradizionale nel modo sconsiderato cui assistiamo oggi, assurgendo l’animale alla dignità umana. Esiste uno iato ontologico fra uomo e animale, il quale pur essendo senziente e dotato di anima mortale non è dotato di ragione, è amorale (quindi irresponsabile) e infinitamente lontano dalla dignità dei figli di Dio.

Per ciò uno dei principi su cui si deve poggiare l’intero assioma occidentale per non collassare nel nichilismo vegano e prima ancora filosofico è che «si possono amare gli animali e ancora essere convinti che, nelle giuste circostanze, è moralmente possibile mangiarli, dar loro la caccia, tenerli per compagnia, indossare le loro pellicce, e perfino usarli per esperimenti. Il vero punto non è sesi possa agire così, bensì quando e come». Quindi mangiamo gli animali, abbiamo il dovere di mangiarli oggi, per non trovarci costretti, un giorno, a mangiare i sassi.

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