Engelbert Dollfuss, la breve stagione del fascismo danubiano

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Roma, agosto 1934. Nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola si celebra una Messa funebre in suffragio dell’anima del cancelliere austriaco Dollfuss. Un film Luce dell’epoca di una manciata di secondi, ancora rintracciabile su internet, ci mostra fugacemente l’interno della chiesa e le brevi immagini con la folla presente sul sagrato commentate dalla voce metallica  dello speaker di regime. Alla mesta cerimonia partecipa il Duce in persona, che ha fortemente voluto questa Messa. 

Pochi giorni prima il cancelliere austriaco è stato brutalmente assassinato nel Palazzo della Cancelleria di Vienna durante il fallito Putsch del 25 luglio organizzato da elementi del disciolto partito nazista austriaco, proprio nel momento in cui la sua famiglia (Frau Elwine e due figli in tenera età) si trovava in Italia ospite di Rachele nella villa di Riccione. Quello di Mussolini  è vero dolore. Forse, da quando è al potere, ha pianto lacrime più amare soltanto per la morte del fratello Arnaldo, tre anni prima. 

Ma chi è Engelbert Dollfuss? Scopriamolo dalle parole con le quali, divenuto Cancelliere, egli sintetizza il suo pensiero: “Cristiani e Cattolici, cercheremo di essere indulgenti con tutti, anche con quelli che non la pensano come noi e non battono la giusta strada. La ricostruzione del nostro Stato nel senso cristiano e cattolico  non ha nulla di comune con una concezione clericale di stato moderno. I nostri vescovi hanno compreso questo ritirando i sacerdoti dalla vita pubblica. Nessuno ha il diritto di fare il male agli altri soprattutto quando obbedisca alle norme del Vangelo. Se il nostro popolo saprà regolare la sua vita secondo i principi religiosi, l’odio, l’egoismo e tutte le bassezze umane spariranno dal mondo. L’uomo non vive solo del pane della sua terra, ma prima di tutto dello spirito che riflette l’eterno. Per me che sono cristiano, l’anima dell’uomo ha un valore immensamente superiore a quello della razza. Lo stato avrà grandi benefici se la gioventù crescerà disciplinata nei principi religiosi; la nostra fede non ammette esclusivismi; perciò noi lasceremo piena libertà anche alle altre credenze religiose”

Il 3 maggio 1933 viene firmato a Roma, sulle orme di quello fascista del 1929, il concordato con la Santa Sede che conferma l’adesione dei vescovi  austriaci al programma politico del Cancelliere e rappresenta il sigillo più significativo per la sovranità della repubblica austriaca.

Nel biennio 1933-34 il Cancelliere cattolico Engelbert Dollfuss, fondatore dell’austro-fascismo e tenace assertore dell’indipendenz austriaca, ha rappresentato per l’Italia – fautrice del cosiddetto “fronte di Stresa” – il naturale alleato per contrastare  il revanscismo della Germania e la revisione dei trattati di Versailles. 

Dopo l’ascesa al potere nel gennaio 1933, Hitler guarda all’”Anschluss” dell’Austria come alla prima tappa per la riunificazione di tutti i popoli di lingua tedesca del continente, e ciò costituisce una seria minaccia anche per il Tirolo meridionale (rinominato Alto Adige) e la sicurezza italiana. “L’indipendenza dello stato austriaco era per l’Italia una garanzia che la potenza militare teutonica non avrebbe, dalle Alpi, messo gli occhi sulla pianura padana. La distruzione dell’indipendenza austriaca attraverso la sua annessione alla Germania avrebbe significato, in una parola, la fine della sicurezza italiana” (Anthony Joes,  Mussolini). Per questo uno dei punti cardine della politica estera fascista di quegli anni è la salvaguardia dell’Austria.  

L’intesa fra Mussolini e Dollfuss, originata dalla comune strategia anti-tedesca, trascende però ben presto l’aspetto meramente politico. Sul piano umano, tra i due capi di stato, il feeling è immediato e, a dispetto delle differenze caratteriali (così “vulcanico e passionale” uno, così “devoto e pacato”  l’altro), nasce fin dai primi incontri (aprile 1933) una simpatia destinata a sfociare in un sentimento di profonda amicizia personale che coinvolgerà  anche le rispettive famiglie.  “Negato forse alla vera amicizia – annota persino uno scettico Montanelli – Mussolini provava tuttavia per Dolfuss il sentimento più vicino all’amicizia di cui si sentisse capace” ( Montanelli-Cervi, L’ Italia del Novecento). 

Una vicenda umana, quella del rapporto fra questi due statisti, poco conosciuta, anzi perduta, come tante altre, nel Lete imposto dai gendarmi della memoria collettiva, ma con risvolti toccanti, e di cui si può trovare traccia significativa nei cinegiornali dell’epoca e nelle fotografie che ci mostrano i bambini di Dolfuss (Eva e Rudi) alle prese con i loro castelli di sabbia sulla spiaggia adriatica o mentre si divertono, con i giocattoli ricevuti in dono, nella villa di Riccione insieme a Bruno, Romano e Annamaria. Oppure Mussolini e Dollfuss sulla riviera romagnola condividere con le loro famiglie, tra una gita in motoscafo e un’escursione sui borghi medievali dell’Appennino,  momenti di lieta spensieratezza , rubati agli incontri ufficiali che avvenivano nei saloni del Grand Hotel di Rimini. La più singolare è una foto scattata nell’agosto 1933 che ritrae Dollfuss mentre calpesta timido e sorridente la sabbia di Riccione in camicia e cravatta con la giacca sotto braccio e il cappello in mano, tra Mussolini e Ciano a torso nudo e in costume da bagno, decisamente più aitanti e prestanti di lui…   

Dollfuss, che a causa della bassa statura (un hobbit di 1,50 circa di altezza) in patria è soprannominato con disprezzo “Millimetternich”, per Mussolini sarà invece, affettuosamente, “il mio piccolo grande amico”.  Il Duce ha intuito subito le qualità umane e morali del piccolo cancelliere, inversamente proporzionali alla sua insignificanza fisica, soprattutto se paragonate, come avrà modo di verificare, a quelle del finto hobbit di casa Savoia… 

Vittorio Mussolini, all’epoca diciassettenne, conserverà della famiglia Dollfuss un nitido ricordo: “Fu in una di quelle estati che vissi, sia pure da lontano, i tragici avvenimenti austriaci. Già nell’aprile 1933 il cancelliere Dollfuss era sceso a Roma per assicurarsi l’appoggio dell’Italia e, come disse mio padre, aveva ben ragione di cercare alleati: pochi mesi prima Hindenburg aveva nominato Hitler cancelliere del Reich. Grosse nuvole nere s’andavano addensando sul sempre tormentato cielo d’Europa. Nel mese di agosto il cancelliere austriaco fu ospite di mio padre a Riccione. Gli fui presentato e nonostante la bassa statura mi piacque, soprattutto il suo sguardo che aveva vivace e franco. Lo vidi in cordiali colloqui con mio padre, sempre sorridente, anche quando si imbarcavano su un motoscafo o su un ondeggiante moscone… A metà febbraio del 1934 i socialisti fecero una rivolta a Vienna che Dollfuss a mala pena represse…  Verso la metà di giugno, affinché stesse più tranquilla, giunse a Riccione la famiglia del cancelliere austriaco e mia madre fu incaricata di riceverla e sistemarla convenientemente. Sebbene non si capissero l’una con l’altra, esiste un linguaggio universale delle madri che supera ogni barriera linguistica. Mi ricordo che la mattina del 25 luglio i miei genitori se ne erano andati via in auto per una delle loro consuete scarrozzate per la Romagna… appena mangiato li vedemmo arrivare in gran fretta, con i visi rannuvolati… Mia madre ci disse: ‘Hanno ucciso Dollfuss, stamane’. Più tardi, mentre si scatenava un violento temporale, mio padre, non nascondendo la sua indignazione e il suo dolore, chiese a mia madre di accompagnarlo sino alla casa della signora Dollfuss per darle la triste notizia…  Più tardi essa partì in aereo per Vienna, lasciando noi tutti profondamente tristi. Rimanemmo affezionati a questa famiglia… e uno dei pochi quadri che a villa Torlonia adornavano le pareti era appunto un discreto ritratto del piccolo cancelliere austriaco, la cui morte illuminava di bagliori sanguigni il cielo d’Europa”. (Vittorio Mussolini, Mio padre il Duce). 

Anche Rachele ricorderà con commozione nelle sue memorie i fatti di quel funesto 25 luglio: “Toccò proprio a Benito il tristissimo incarico di comunicare alla moglie del cancelliere austriaco la terribile sventura che l’aveva colpita… La povera donna, fin dalle prime parole, appariva annientata. Chino su di lei, Benito le parlò in tedesco a voce bassa, spiegandole che suo marito era stato gravemente ferito e che aveva bisogno di lei. La sera stessa il Duce le fece mettere a disposizione un aereo speciale per Vienna. Quando fu a bordo, la povera donna apprese la verità nel più odioso dei modi: la governante dei suoi figli, che in realtà era una fervente nazista, spiattellò la verità in faccia ai bambini ed essi ebbero il triste privilegio di riferirla alla madre. Poco dopo la signora Dollfuss ritornò a Roma recando in dono a Benito le chiavi di Venezia che le truppe austriache avevano portato a Vienna dopo la conquista (italiana nel 1866, ndr.) del Veneto. Portava anche dei giocattoli che suo marito aveva acquistato per i nostri bambini e la lettera nella quale il cancelliere chiedeva a Benito di vegliare sulla sua famiglia, se gli fosse successo qualcosa”.  

Grazie a Mussolini la vedova e gli orfani di Dollfuss troveranno  un alloggio sicuro a Lugano, e quando, nel 1938, i tedeschi annetteranno l’Austria, saranno aiutati a mettersi in salvo negli Stati Uniti e in Canada. Nove anni dopo – la coincidenza  ci pare troppo inquietante per non essere sottolineata – un altro 25 luglio sarà l’atto primo della lunga tragedia politica ed esistenziale del Duce, con un epilogo ancora più atroce…

“Esistono fanciulli che sembrano predestinati fino dalla tenera infanzia a lottare contro ogni genere di difficoltà per raggiungere una meta che sembra lontana e scabrosa… A questa categoria di privilegiati e di aristocratici appartiene Enghelberto Dollfuss” (Bortolo Galletto, Vita di Dollfuss). Sankt Gotthard è la piccola frazione  del comune di Texing (o Texingtal) dove nasce il 4 ottobre del 1892 Engelbert Dollfuss. Siamo nel Nieder Österreich, tra l’ abbazia benedettina di Melk che si erge possente in tutto il suo splendore sulla riva destra del Danubio e il Santuario mariano di Maria Zell, presso il quale, da adulto, egli si recherà spesso in pellegrinaggio, l’ultima volta il 7 luglio 1934, 18 giorni prima di morire. 

Dollfuss non conoscerà l’affetto e la protezione paterna. Alla sua nascita, i genitori del futuro Cancelliere, contadini di umilissime condizioni, non sono sposati e non hanno le risorse per farlo. La madre, rimasta sola, si unirà poi in matrimonio con un proprietario terriero che però non adotterà Engelbert, al quale rimarrà il cognome materno (curiosa coincidenza con la vita del  dittatore portoghese Antonio Salazar, passato anche lui alla storia, ma a causa di un errore dell’anagrafe, col cognome della madre). 

È la mamma che lo avvia alle pratiche religiose, trasmettendogli quella fede profonda che lo sosterrà tutta la vita (“viveva la sua intima vita religiosa con un’intensità di atti di raccoglimento e di preghiera conosciuta solo da pochi, ma che suscitava profonda ammirazione”, ricorda Galletto), mentre il patrigno, che a poco a poco si affeziona al piccolo, portandolo con sé nei campi durante i lavori agricoli, gli fa scoprire “i segreti della natura” e l’ambiente contadino verso il quale il ragazzo nutre  un amore immenso e dal quale prende “quella giovialità non disgiunta da una tenace volontà, che potrà talvolta sembrare cocciuta fierezza” (B. Galletto). Anche Dollfuss entrerà presto in seminario, a Hollabrunn, diplomandosi, ma rinunciando a prendere i voti per studiare Diritto ed Economia a Vienna. 

Allo scoppio del primo conflitto mondiale, sebbene alla visita medica  lo abbiano riformato per la bassa statura, ottiene, dopo reiterati tentativi e molte insistenze, di essere arruolato come volontario tra i Kaiserschützen e combatte valorosamente in Tirolo, sul fronte italiano, ottenendo ben otto decorazioni al valore e raggiungendo il grado di tenente. Per l’altezza, non soffrirà mai di complessi di inferiorità. “Era di un’attività fenomenale quando si pensi che dopo tutto l’intelligenza e la volontà erano servite da un organismo fisico di modeste proporzioni anche se vibrante e sano” ( B. Galletto). Nelle ultime settimane di guerra viene fatto prigioniero.  

La fine della I guerra mondiale e la cancellazione da parte del vincitore dei quattro grandi imperi (tedesco, russo, asburgico, ottomano) che avevano garantito per un lungo periodo stabilità all’Europa e al vicino oriente, rappresenta il tramonto di un’epoca. Il mondo non sa  ancora alle soglie di quali orrori si trovi. È la fine della “Felix Austria” e della sua plurisecolare monarchia. “I vessilli imperiali sono stati ammainati, avvolti nelle guaine quelli dei corpi militari, mentre nelle caserme e per le vie delle città non si odono più le note della marcia di Radetzky” (Giulio Primicery, 1918, Cronaca di una disfatta).   

Il 12 novembre 1918 viene proclamata la repubblica. Sic transit gloria mundi!  Vienna, ora, è ridotta a essere la capitale di un piccolo Paese, ormai ristrettissimo, di sei milioni di abitanti. La repubblica austriaca nasce in un momento drammatico.  “L’onta della sconfitta e le tribolazioni della dura e lunga guerra avevano fiaccato tutte le sane energie del popolo e  una ventata rivoluzionaria ed anarcoide passava per l’Europa alimentata dall’oro e dalla propaganda del bolscevismo in piena efficienza sperimentale in Russia”  (B. Galletto).  

È in questo deprimente contesto di macerie morali e materiali che il giovane Dollfuss  termina gli studi e consegue la laurea in Giurisprudenza. È attratto dalla politica e prova una naturale ripugnanza sia per il liberismo che per il socialismo. Il suo pensiero si ispira alla dottrina sociale della Chiesa cattolica ed è influenzato dall’eccezionale figura di monsignor Ignazio Seipel (cancelliere negli Anni 20). 

In una singolare identità di vedute con il salazarismo, Dollfuss “sapeva che anche le migliori forme di vita politica restano carta e lettera senza spirito se non sono congiunte ad una vera riforma cristiana profondamente penetrata nelle anime” (monsignor Luigi Hudal, vescovo di Ela). Si schiera perciò con il Partito Cristiano Sociale, espressione del mondo cattolico rurale da cui egli proviene, che si contrappone sia ai socialdemocratici che ai comunisti, sostenendo con determinazione la causa dell’indipendenza austriaca.  

Di questo movimento, essendo egli “uomo di ingegno dotato anche di volontà” (B. Mussolini) presto diviene uno degli elementi di spicco, occupando, nei governi che si succedono, cariche importanti  come il ministero delle Foreste e dell’Agricoltura, ambito in cui la sua straordinaria competenza è riconosciuta anche all’estero).  La svolta decisiva avviene nel 1932, quando il presidente Miklas, per cercare una soluzione alla cronica crisi parlamentare, gli propone la nomina a Cancelliere. Dollfuss è incerto, chiede qualche giorno per riflettere sulla situazione e, prima di dare una risposta definitiva, trascorre in preghiera un’intera notte in chiesa. L’indomani dichiara la sua disponibilità.

La situazione non è delle più facili.  La coalizione di cui è a capo governa con una maggioranza risicatissima: 2 voti. La lotta politica si intensifica, in un contesto che ormai è da guerra civile. Le camicie rosse e le camicie brune, vale a dire social-comunisti e nazisti fanno paradossalmente fronte comune per abbattere il governo. In patria ha quasi solo nemici, l’unico vero amico e alleato è Mussolini che gli ha promesso un sostegno incondizionato. 

Tra marzo e settembre 1933 , sostenuto dai consigli e dalle assicurazioni del Duce, Dollfuss opera una serie di mutamenti istituzionali che danno vita allo stato tedesco-cristiano dell’Austria fondato sul corporativismo (“Nel nome di Dio, fonte di ogni diritto, si promulga la seguente Costituzione per il popolo della Confederazione austriaca, da ordinarsi in corporazioni, nei confini dello Stato federale cristiano e tedesco, fondato sulle province”).  Sono soppressi i poteri del Parlamento, viene sciolto il partito nazista locale che mira ad impadronirsi del potere e proclamare l’Anschluss e messo fuori legge il partito comunista. 

In un secondo momento, dopo essere sopravvissuto a un attentato (il 3 ottobre 1933 un giovane nazista gli spara riuscendo a ferirlo solo al braccio) e aver represso duramente, grazie all’intervento dell’esercito e dell’artiglieria, le violente agitazioni socialiste del febbraio 1934 a Vienna e Linz, decreta la soppressione di tutte le altre formazioni politiche. 

Il nuovo stato, lo Ständestaat, corporativo e cattolico, si avvale dell’appoggio della Heimweher (organizzazione paramilitare patriottica) del principe Ernst Rüdiger Stahremberg (la quale riceve finanziamenti e aiuti dall’Italia), e si ispira alle encicliche Rerum novarum di Leone XIII e Quadragesimo anno di Pio XI. Significative, in proposito, queste dichiarazioni d’intenti: “La nostra politica non sarà reazionaria o settaria, ma si applicherà per il benessere di tutti. È dovere dello Stato proteggere i diritti dei lavoratori, essi rappresentano una classe indispensabile nel complesso organico della nazione. Come cristiani abbiamo maggiori doveri verso l’uomo che altro non possiede che il lavoro delle sue mani. Dal nostro interessamento verso la classe lavoratrice dipende la floridezza dello stato… Noi vogliamo regolare la vita pubblica secondo i principi naturali. Tante volte ci siamo chiesti quale fosse la forma più semplice e più naturale per una riforma organica dello Stato. Abbiamo preso ad esempio la vita di campagna e la famiglia rurale. Ivi il contadino si consiglia ogni giorno con la famiglia e con i domestici sul lavoro da eseguire; così anche gli organi pubblici di consultazione devono cooperare armonicamente nello Stato e, come nella vita dei campi il contadino ne assume la direzione, così anche l’amministrazione dello Stato ha bisogno di un Capo. Come in campagna non può prevalere l’arbitrio, se non si vuole che l’azienda fallisca, così anche nello Stato non può dominare l’arbitrio che fatalmente degenera in dissolvimento e danni incalcolabili per il paese”.  

Unico partito ammesso, nel nuovo assetto, è il Vaterländische Front  (Fronte Patriottico) che raduna tutte le forze fedeli al giuramento di Korneuburg del maggio 1930 con cui un gruppo di esponenti del movimento Cristiano-Sociale aveva condannato Liberismo, Marxismo e Parlamentarismo.  Il simbolo scelto è la Kruckenkreuz, la croce “crociata” (di derivazione monastico-guerriera medievale) contrapposta a quella “uncinata” per sottolineare il rifiuto della statolatria pagana nazista e riaffermare la negazione della possibilità di un’unione tra Austria e Germania.  

Ora, finalmente, il Governo può governare senza “sentirsi quotidianamente alla mercé dei partiti e della crisi parlamentare” (B. Galletto). È la  condicio sine qua non per la ricostruzione economica e morale del Paese. Il clima, tuttavia, resta incandescente. L’accusa che gli viene mossa dai nazisti è di incoerenza “Non è possibile affermare la propria origine tedesca e, allo stesso tempo, svolgere nell’ambito europeo una politica anti-tedesca” (Otto Skorzeny, Vivere pericolosamente) e di fare dell’Austria un satellite dell’Italia. 

Per Dollfuss si tratta invece di una ineludibile battaglia di civiltà, si tratta di una “missione” a cui non si può venire meno.  “Bisognava contrapporre alla mistica razzista tedesca la mistica cristiana austriaca… Vienna cattolica si opponeva a Berlino protestante: sei milioni di austriaci contro sessanta milioni di tedeschi” ( B. Galletto).  Se dunque “la sfida del Totalitarismo al Governo democratico è il fatto più notevole del XX secolo” (James Gregor, L’ideologia del Fascismo), l’effimero austro-fascismo di Dollfuss ne rappresenta appieno la variante cattolica e reazionaria (nell’accezione – si badi bene – migliore del termine) e ha forse come unico  corrispettivo l’Estado Novo portoghese di Antonio de Oliveira Salazar, sancito formalmente e affermatosi definitivamente col plebiscito del 1933. 

Entrambi i regimi si pongono come “totalitarismi cattolici” in cui, a differenza che nel Fascismo italiano  e in questo gioca un ruolo determinante la diversa formazione culturale, politica e spirituale del Duce), il cattolicesimo non è uno degli aspetti significativi del regime, bensì quello vitale, strutturale. Il Fascismo cattolico di Salazar sarà in grado di rovesciare, con successo, due secoli di giacobinismo e massoneria, riuscendo a durare per quasi cinquant’anni, quello di Dollfuss, che riprende la tradizione cattolica degli Asburgo, soccombe nello scontro col Fascismo Nazionalsocialista, a sua volta antimaterialista (quindi antiliberale, anticomunista e antidemocratico) ma pangermanista e di matrice neopagana.   

Dollfuss sa perfettamente che, in questa lotta fra Davide e Golia, l’unico garante dell’indipendenza dell’Austria è l’Italia. Con la firma dei Protocolli di Roma del marzo 1934, accordo che stabilisce una collaborazione economica e politica tra Roma, Vienna e Budapest, i rapporti con l’Italia fascista si fanno più stretti, così come i contatti personali del Cancelliere con il Duce, spesso  segreti e informali. 

In quegli anni Mussolini “tendeva a creare un asse Roma-Vienna- Budapest sia per motivi economici (aprire l’Europa centro-meridionale al commercio italiano e sottrarla alla rinnovata influenza economica della Germania) come anche per motivi squisitamente politici: al Fascismo Nazionalsocialista, nordico, protestante e a volte neopagano, egli voleva infatti affiancare (ma non contrapporre) un Fascismo latino, sudista, che agisse nell’area cattolica, che avesse come baricentro il Mediterraneo e assicurasse all’Italia il ruolo di stato-guida del Fascismo europeo, ruolo che le spettava per una sorta di diritto di primogenitura” (Michele Rallo, I fascismi della mitteleuropa).  

Le cose cambieranno radicalmente solo nel 1936, l’anno della conquista dell’Abissinia e della proclamazione dell’Impero, l’anno dell’Asse Roma-Berlino e dell’intervento congiunto italo-tedesco in Spagna. In seguito all’evolversi degli eventi e al cinismo miope e criminale di Francia e Inghilterra, le “democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente… che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra” (B. Mussolini), crollerà il “fronte di Stresa” e verrà meno di conseguenza il dualismo tra “fascismo nordista e fascismo sudista” (M. Rallo). Verrà sostituito dalla contrapposizione tra Fascismo e Antifascismo, destinata a sfociare in quella che Jacques Ploncard d’Assac chiama la “crociata delle Democrazie contro il Fascismo”. L’Anschluss, allora, sarà inevitabile. Per il Duce, al “piccolo grande amico” si è sostituito l’”amico fatale”, austriaco anche lui. 

Ma che cosa sarebbe accaduto se Dollfuss non fosse scomparso cosi precocemente dalla scena politica per essere sostituito da una figura insignificante come quella di Kurt Schuschnigg?  Sarebbe riuscito, il piccolo cancelliere, nel duplice intento di fare di un’Austria indipendente, risorta sia sul piano spirituale che  materiale, il Paese guida del Fascismo danubiano e  di costituire, col suo carisma e il suo ascendente, un ostacolo insormontabile all’avvicinamento fra Italia e Germania?

Vienna, 25 luglio 1934. Nel cortile della Cancelleria, dove è riunito il consiglio dei ministri (dovrebbe essere l’ultima riunione prima delle vacanze) fanno irruzione, attraverso il portone che è rimasto inspiegabilmente aperto, uomini armati con la divisa dell’esercito austriaco. Dollfuss, che è stato avvisato del loro arrivo,  è convinto che si tratti dei rinforzi  richiesti dopo la telefonata che, verso mezzogiorno, aveva segnalato il movimento di  squadre naziste  verso la  “Ballhausplatz”.  

Subito però ci si rende conto che si tratta di nazisti travestiti i quali, con le pistole puntate, immobilizzano i pochi soldati di guardia che, colti di sorpresa, offrono scarsa resistenza. Dollfuss non fa in tempo a fuggire  servendosi di una scala a chiocciola predisposta per i casi di pericolo e, quando i congiurati entrano nella stanza dove si trova il Cancelliere, avviene una colluttazione; egli cerca di opporsi (“Ho fatto la guerra anch’io” avrà la forza di dire), ma gli sparano a bruciapelo colpendolo al collo. Ferito, forse non mortalmente,  chiede un medico e un sacerdote per confessarsi e ricevere l’Eucarestia. Non viene esaudito e lo lasciano morire dissanguato. Viene anche schernito e fatto oggetto di insulti. L’agonia è straziante. Adagiato su un divano, perde e riprende più volte conoscenza, finché muore qualche ora dopo, verso le 6 del pomeriggio. “I sanitari che più tardi esamineranno la spoglia esangue della vittima, potranno affermare che un intervento tempestivo avrebbe potuto giovare, se non addirittura salvare il ferito” (B. Galletto). 

Aveva sempre rifiutato la protezione di una scorta armata personale perché “un uomo che è stato quaranta mesi al fronte ringrazia Dio per ogni giorno che gli è concesso di vivere, ma è sempre pronto a dare con gioia la vita per la Patria”.  Le sue ultime parole sono quelle di un martire cristiano (così lo definirà L’Osservatore Romano): “Non volevo che la pace, possa Iddio perdonare loro!”.  Intanto la moglie e i bambini, ignari di tutto, stanno aspettando a Riccione ospiti di Rachele, il Cancelliere avrebbe dovuto raggiungerli il giorno dopo, tutto era già stato predisposto per il viaggio.

Grazie alla lealtà dell’esercito, il colpo di stato fallisce miseramente. I golpisti, asserragliati nella Cancelleria, sono costretti ad arrendersi la sera stessa e i maggiori responsabili dell’insurrezione verranno giustiziati dopo un rapido processo. 

La reazione di Mussolini è fulminea. Non ha dubbi: gli assassini sono la longa manus di Hitler – che, secondo altri, invece, “sarebbe restato alla finestra in attesa di una possibile evoluzione favorevole della crisi” ( M. Rallo) – e ordina l’invio di quattro divisioni al Brennero per dimostrare che l’annessione dell’Austria non sarebbe stata tollerata. È  il momento di più acuta tensione fra i due dittatori che a giugno si sono incontrati per la prima volta a Venezia.  Il 6 ottobre successivo, in piazza Duomo a Milano, il Duce ricorderà “il piccolo grande amico” con una commozione che gli rende difficile parlare: “La tragica fine del cancelliere austriaco Dollfuss mi addolora profondamente. Legato a lui da rapporti di personale amicizia e da comuni vedute politiche, ho sempre ammirato le sue virtù di statista, la sua proba semplicità, il suo grande coraggio…  Un cancelliere che era piccolo di statura, ma grande di animo e di cuore”.

Ai funerali, scrive Galletto, “nell’immenso corteo di autorità civili, religiose e militari, tra le rappresentanze delle potenze estere, oltre le scorte dei corpi armati, si ammassava un’enorme infinità di popolo e tra questo alcuni gruppi di montanari del paese del Cancelliere: erano venuti per gettare sulla sua fossa un pugno di terra del suo paese, espressione di solidarietà e amore”. 

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