Epater le bourgeois catholique – di Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro

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di Alessandro GnocchiMario Palmaro

(su Il Foglio, 6 novembre 2013)

 

 

ndtpfPrima che la traduzione in lingua volgare ne diluisse il fervore in una insipida contiguità mondana, verso la fine delle Litanie dei santi si recitava l’invocazione “Ut dominum Apostolicum et omnes ecclesiasticos ordines in sancta religione conservare digneris: Te rogamus, audi nos”. In un latino affilato e inequivocabile, i vecchi cattolici chiedevano al Signore di conservare il papa e la gerarchia tutta nella santa religione e nella retta dottrina. Non uno di quei candidi baciapile sospettava di essere irrispettoso nei confronti del Bianco Padre, della sua corte e poi giù fino all’ultimo dei diaconi e dei suddiaconi sparsi per l’Orbe cattolico. Eppure confidavano al buon Dio il timore che persino il Sommo pontefice potesse mettere il piede in fallo in occasioni ben più gravi che un’omelia a Santa Marta o un’intervista vuoi alla stampa cattolica, vuoi a quella volterriana. Secoli di buona dottrina fatta, solo per far dei nomi, di Atanasio, Tommaso, Caetano, Suarez, Bellarmino, Gueranger, Billot, avevano depositato nella loro fede l’idea che il papa è fallibile, ragion per cui non avrebbero trovato nulla di scandaloso se qualcuno si fosse preso la briga di denunciare eventuali falli. Per parte loro, si sarebbero sentiti in colpa per non aver messo tutto il fervore che richiedeva la gravità di quella particolare invocazione delle Litanie.

Qualche decennio e un Concilio dopo, un cattolicesimo che si presenta sulla scena forte del disincanto sortito dall’abbraccio col mondo incespica là dove i suoi vecchi non avrebbero incontrato alcun inciampo. Bastano un titolo e un articolo di giornale per gridare allo scandalo.

Ritrosi come figlie di Maria senza averne il verecondo incanto, i pronipoti dei paolotti del bel tempo andato vorrebbero che i media si occupassero delle loro questioni ma senza urtarne le coscienzucce. Tanto più se la quiete viene turbata da gente di casa. Passino le provocazioni del mondo, di cui anzi sono ghiotti: da decenni le stanno rincorrendo nell’inutile tentativo di superare un fastidioso complesso di inferiorità. Ma guai se qualcuno in famiglia ha da dire sull’argenteria esibita in favore di telecamera.

Certi temi, anche se si finge di esecrare i toni, finiscono fatalmente per épater le bourgeois catholique, che è quasi sempre mondano e di sinistra anche quando pensa di essere tutt’altro. Gli si può toccare ogni certezza, ma non il superdogma della pacificazione tra Cristo e il mondo, per il quale contempla solo adesione o anatema. Ciò che lo affascina tanto in papa Francesco è l’abbraccio accogliente allo spirito mondano. Vi legge una rassicurante, unilaterale dichiarazione di pace che, una volta per tutte, possa spazzare via quei tremendi e poco borghesi concetti di lotta e di martirio.

Ma l’intimità del vivere cristiano è consustanziale alla disposizione a versare il sangue, ed è esattamente il suo venir meno che ha inquietato tante anime sante. Nel 1974, a proposito della deriva seguita al Vaticano II, don Divo Barsotti annotava nel suo diario che l’ambiguità della “Gaudium et spes” si manifestava nella rinuncia a risolvere nel martirio il rapporto tra chiesa e mondo.

Agli inizi del Novecento, Robert Hugh Benson, che avrebbe narrato nel “Padrone del mondo” la figurazione dell’anticristo, confidava di aver chiaramente percepito in una visione “una grande figura mistica distesa nel mondo. La testa, coronata di spine, riposa a Roma. Il corpo è ferito, mutilato, spogliato delle sue brillanti vesti, ma vivo, steso per terra. Le braccia e i piedi si spingono attraverso i mari e i continenti, le dita delicate cercano anime fino in Cina, il cuore palpitante comunica un sangue comune di preghiera e di fede a tutte le nazioni (…). Quest’essere immenso è vecchio di diciannove secoli. Le membra che da mille anni s’agitano nella febbre giacciono calme sotto il controllo d’un cervello infallibile. E il mondo, che prende gusto a torturarle, si stupisce della loro vitalità”.

Solo il cristiano che accetti il conflitto con lo spirito mondano può permettersi di essere misericordioso. Amare davvero il mondo, desiderare la sua salvezza, diceva Gilbert Keith Chesterton, equivale a combatterlo: “Amare qualcosa senza desiderare di combattere per averla non è amore, ma lussuria”. Dove si rinuncia all’alterità urticante della verità e della ragione, non c’è più misericordia: rimane l’esibizione e il compiacimento della propria bontà, roba poveretta buona per il palcoscenico mondano.

Avere intimamente a cuore il papa significa difenderlo dal mondo. Dall’aggressione maramaldesca e infingarda subita da Benedetto XVI e, più ancora, dall’abbraccio sinuoso e ammaliante che Francesco sembra ricambiare senza remore. Ma questi due approcci non sono gli estremi di una stessa questione poiché tra l’uno e l’altro non vi è continuità. Mentre papa Ratzinger si è fatto nemico il mondo ribadendo il rigore della ragione e l’intangibilità della norma liturgica, il suo successore ne ha conquistato il consenso palesando la desistenza dell’una e dell’altra.

Pare quasi che negli atti di Francesco vi sia una sorta di catechesi della desistenza, come è avvenuto lo scorso 2 novembre nelle Grotte Vaticane, davanti alle telecamere dei tg. Volgendosi a un piccolo chierichetto che teneva le mani giunte in atteggiamento orante, il papa gliele ha aperte chiedendogli se gli si fossero incollate. Ma il bambino, evidentemente abituato a “dire le preghiere” ed educato alla lode del Signore e all’adorazione le ha prontamente offerte a maggior gloria di Dio ricongiungendole così come gli è stato insegnato.

Non potrebbe catechizzare diversamente un papa che sembra puntare tutta la sua forza persuasiva sul discorso e sul sermone derubricandolo sempre più a chiacchierata mondana. Una sorta di narrazione feriale che porta qualche gradino più in basso anche il minimo gesto rituale. Se vi sono conversioni dovute alla sapienza di certe prediche, ve ne sono tante altre, più radicali e più durature, sortite dalla scintilla di un gesto liturgico perfetto, da un inchino tra due monaci, dal genuflettersi del sacerdote davanti all’Ostia consacrata, dal giungere le mani di un bambino.

Mette i brividi pensare che, con l’ultimo ricomponimento di due piccole mani oranti, potrebbe sparire dalla terra l’ultimo gesto degno di venerazione. Ma, ora che la chiesa è divenuta un ospedale da campo, questa prospettiva sembra non inquietare quasi nessuno. La carità e la misericordia paiono affari mondani di chi, non rubricando e non cantando, non ha tempo da perdere con la liturgia. Eppure, fino a non troppo tempo fa, la chiesa era popolata di preti che sapevano carezzare con la misericordia perché sapevano sciabolare di dottrina e rigore liturgico. Li si trovava quasi sempre davanti all’altare a dire le preghiere, a recitare il breviario o salmodiare il rosario. Stavano lì, pronti a farsi carico di quanto avesse nel cuore anche l’ultimo dei barabba. La narrativa cattolica, che allora aveva ancora il senso del peccato e quindi sapeva raccontare storie esemplari, ne ha tratto splendide figure letterarie. Il don Camillo di Giovannino Guareschi è una di queste, forse la più famosa, certo la più didascalica nell’interpretare il sodalizio tutto cristiano tra inflessibilità e misericordia.

Questo parroco dalla dottrina ferma e dall’approccio ruvido, quando il sindaco comunista Peppone entra di nascosto in chiesa e offre cinque candele per chiedere la guarigione del figlio che sta morendo, non esita a inginocchiarsi davanti alla Vergine per compiere il rito di mediazione tra terra e cielo. E poi, in riparazione del torto compiuto da Peppone ai danni del Crocifisso, esce di corsa per tornare con altre cinque candele: “’Ve l’avevo detto?’ gridò sciorinando un pacco davanti alla balaustra. ‘Mi ha portato cinque candele da accendere anche a voi! Cosa ne dite? (…) Si direbbe persino che mandino più luce delle altre’. E veramente mandavano più luce delle altre perché erano cinque candele che don Camillo era corso a comprare in paese facendo venir giù dal letto il droghiere e dando soltanto un acconto perché don Camillo era povero in canna. E tutto questo il Cristo lo sapeva benissimo e non disse niente, ma una lacrima scivolò giù dai suoi occhi e rigò di un filo d’argento il legno nero della croce. E questo voleva dire il bambino di Peppone era salvo. E così fu”.

Un saggio di pura, affilata, soprannaturale carità, dove non c’è la minima concessione alla tenerezza poiché il narratore ha sapientemente tolto di scena il possibile oggetto di un sentimento così umano: Peppone è scomparso nella notte e, nel silenzio della chiesa, a esaltare il sacerdozio di don Camillo non vi è altro testimone che il Cristo crocifisso. E’ questo cristianissimo sottrarsi al mondo e ai suoi testimoni che induce il Signore dell’universo a donare quella lacrima che riga il legno nero della croce. Specchio di una ineludibile lotta tra la gravità del mondo e la levità della Grazia, quel filo d’argento si manifesta per mostrare quanta efficacia abbia nella vita quotidiana il rito.

Per uno di quei celesti paradossi che ne testimoniano l’origine divina, la religione cattolica ha sempre insegnato che, per attrarre il mondo bisogna ritrarsene. Per questo la sua lex credendi, il suo credo, ha sempre trovato corrispondenza ed efficacia nella lex orandi, la sua liturgia. E per questo ha sempre saputo parlare agli uomini di ogni tempo, che sono creature razionali e, quindi, liturgiche. Nella vita della chiesa, generazioni di sacerdoti hanno conteso al mondo le pecore del loro gregge, risonando di buona dottrina e profumando di nardo e incenso. Lo hanno fatto i preti delle parrocchie più sperdute ogni volta che, rivestendosi con camici, pianete, stole e piviali, divenivano presso gli uomini ragionevoli messaggeri di un altro mondo. Lo hanno fatto i vescovi che, con le loro cerimonie, erigevano ponti tra l’umano e il divino. Lo ha fatto il papa che, nel corso dei secoli, ha persino umiliato il suo corpo dentro un cerimoniale che anticipava la liturgia celeste.

A fronte di tutto questo, il minimalismo rituale inaugurato da papa Francesco può difficilmente essere visto come qualcosa di diverso da una decostruzione. L’identificazione tra la persona di Jorge Mario Brgoglio e il ruolo del pontefice, che grazie a i media si fa sempre più perfetta, sta finendo di smontare la tradizionale immagine del papa. I media, inabili a comprendere l’istituzione divina, sono voraci della fisicità del pontefice. Non sanno che farsene della medievaleggiante e impersonale “persona papae”, della “persona del papa”, preferiscono cibarsi di una postmoderna corporeità priva di simboli che rimandino a un mondo ulteriore.

Quella gran macchina istituzionale e rituale che è la “persona papae”, oggi additata da un malinteso senso dell’umiltà come inutile sovrastruttura superata dai tempi, nasce da una vera e propria sottomissione della persona fisica all’istituzione. “Nessun altro sovrano medievale e moderno” scrive Agostino Paravicini Bagliani in un saggio sul “Potere del Papa” “è stato sottomesso ad una così complessa e continua creatività retorica e rituale di caducità, destinata a ricordare al pontefice romano che la potestas che gli è stata affidata cessa con la sua morte. E per nessun altro sovrano medievale e moderno fu messa in opera un’ecclesiologia, una ritualità e una inventività simbolica avente l’obbiettivo di costruire una ‘supra-persona’, ossia la ‘persona papae’”.

A partire da Pier Damiani con la sua lettera “De brevitate vitae pontificum Romanorum” per arrivare fino a Egidio Romano, teologo di Bonifacio VIII, i medievali hanno messo a punto un sapiente dispositivo di autoumiliazione che, ricoprendolo di abiti, di simboli e di riti, annullava l’uomo fisico eletto al soglio di Pietro per erigere la “persona del papa”. A nessun altro cristiano era chiesto un simile sacrificio e anche cerimoniali come quello delle ceneri avevano elementi di ulteriore umiliazione nei confronti del pontefice romano. Ma era proprio attraverso il massimo dell’umiliazione della persona fisica che poteva risplendere la figura del Vicario di Cristo. Nel 1178, il cardinale Bosone, narrando il ritorno trionfale di papa Alessandro III a Roma dopo la vittoria sull’imperatore Federico Barbarossa, scriveva “Allora tutti guardarono il suo volto come il volto di Cristo di cui egli fa le veci in terra”.

Lo splendore rituale e istituzionale di questa macchina celeste ha affascinato i raffinati uomini medievali e ha permesso ai cattolici di ogni tempo di gridare “Viva il papa” chiunque fosse il papa. Per questo piace poco al mondo che, non comprendendone la natura, tenta di renderla inoperante disabilitando i destinatari del messaggio: è difficile immaginare che anche una minima parte dei dieci milioni di follower di papa Francesco pensino di cinguettare con la “persona papae”.

Ma all’opera del mondo, per quanto tenace e capillare, sopravvive sempre, qualche vestigia celeste, il segno di un amore insopprimibile, perché la carne della “persona del papa”, a differenza di quella dei singoli pontefici, è quasi spirituale e non può morire.

Questa certezza si è sempre trasmessa oltre le grandi celebrazioni per arrivare intatta con tutta la sua forza sino ai più semplici gesti privati, come mostra Chesterton raccontando il suo incontro con Pio XI: “In realtà avevo un tale turbine nel cervello che non so davvero dire di che cosa fosse frutto ogni mia parola. Poi fece un gesto e ci mettemmo tutti in ginocchio e nelle sue parole che seguirono compresi per la prima volta quello che diede origine all’uso del pronome plurale di cerimonia e all’improvviso vidi il significato di quella che m’era apparsa un’abitudine regale priva di significato. Con una voce forte che non pareva più la sua incominciò a dire: ‘Nous vous bénissons’, e io compresi di trovarmi di fronte a qualcosa che trascende infinitamente l’individuo, compresi che nel ‘Noi’ sono veramente inclusi Pietro e Gregorio e Ildebrando e tutta la dinastia che non muore. Poi, mentre egli proseguiva, ci rizzammo in piedi, uscimmo dal palazzo tra gruppi di svizzeri e di guardie papali e ci ritrovammo all’aperto. Dissi al dignitario ecclesiastico: ‘Ho avuto paura più di quanto ne ho mai avuta nella mia vita’ e il dignitario ecclesiastico rise di me”.

Quel gran cattolico di Chesterton la sua paura se l’è gustata per tutta la vita come fa un bambino con il balocco più prezioso. Ma se l’avesse confessata oggi, nella chiesa della tenerezza e della misericordia, qualcuno gli avrebbe nascosto il giocattolo chissà dove: per aiutarlo a diventare adulto e almeno un po’ mondano.

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28 commenti su “Epater le bourgeois catholique – di Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro”

    1. Allora siamo in due ,fratello.
      Leggere fa male.Ma fa male perchè è un sorso di verità.E quanto è amara questa verità in un mondo di bibite gasate,dolciastre e colorate che gonfiano ma non dissetano…

  1. Non ho parole.È un articolo semplicemente meraviglioso e straordinariamente attuale.Una lettura della realtà audace e affilata,che più chiara di così..al cuore del credente “di buon senso” (..si può ancora dire?)non potrebbe arrivare.Condivido parola per parola.Sospiro dopo sospiro.E garantisco agli Amici Gnocchi e Palmaro la mia personale preghiera.In Corde Matris,Alessandro.

    1. Condivido in tutto l’articolo!
      (..si può ancora dire?)
      certo che si può dire, anzi dovremo sempre dirlo se ne siamo convinti. Non ci spaventa certo la dittatura che ci vogliono imporre!!!

    2. Laura Tagliaferri

      Condivido ogni parola di Gnocchi e Palmaro e faccio mie le parole di Alessandro nel commentare il “meraviglioso e straordinariamente attuale” articolo, alle quali aggiungo apprezzamento sincero per la sottile e discreta ironia nel trattare passi di storia e considerazioni che molti (che poco diplomaticamente direi “ignoranti” ) leggerebbero come “offese” . Alessandro e Mario, fin dall’ inizio sono stata dalla vostra parte …. la Verità non si può nascondere ! ed io vi seguo con sincera amicizia .

    3. Roberto Donati

      Un intervento mirabile prima che l’accelerazione della catastrofe raggiunga l’epilogo. Preghiamo la Madonna di Fatima!

  2. Peccato che Bergoglio, papa Francesco, non abbia letto Guareschi !
    Ma forse neanche Chesteron, nè molti altri scrittori cattolici.
    Anzi ho il dubbio che ne abbia letto qualcuno…
    Invece dall’articolo si sente che Gnocchi e Palmaro hanno letto eccome, eccome se hanno letto !
    ….E ne beneficiamo tutti.

  3. Complimenti, ancora una volta, Gnocchi e Palmaro! E’ il senso della perdita che ci tormenta, una perdita vasta e a volte indistinta che le vostre parole hanno reso chiara: sparendo il significante viene meno il significato. Che il Signore ci aiuti ad avere i mezzi per continuare ad aver paura come Chesterton di fronte alla dinastia che non muore, come fanciulli di stupore atterriti e riverenti di fronte alla persona che sola al mondo va al di là della comune umanità perché gli è dato di rappresentare Cristo.

  4. Io invece voglio essere un po’ fuori del coro – per quanto abbia molta stima per Gnocchi e Palmaro, di cui ho letto con gusto alcuni libri e ascoltato le belle trasmissioni a Radio Maria -, per dire loro che mi sembra che proseguano con un partito preso che cercano di spiegare con un profluvio di dotte parole. La cosa triste è che hon riescano a dire proprio nulla di positivo su questo papa, il che mi pare, oltre che poco caritatevole, anche poco obiettivo! Anch’io sono stato colpito e sorpreso da certe parole e atteggiamenti di Papa Francesco, ma proseguendo nell’ascolto delle sue catechesi e omelie posso dire che un giorno – se i due simpatici, dotti e arguti personaggi vorranno seguire i suoi insegnamenti senza pregiudizi -, avranno delle gradite sorprese!
    Carissimi Gnocchi e Palmaro, Papa Francesco vi direbbe: “Non lasciatevi rubare la speranza!”. Sappiamo che anche Gesù veniva accusato dagli scribi e farisei di andare a casa dei peccatori. Forse oggi – prendendosi ovviamente dei rischi – andrebbe a colloquiare anche con Scalfari e Odifreddi.
    Credo che uno dei limiti dell’ oggi – che è anche il mio -, sia quello dell’impazienza. Che anche all’interno della Chiesa ci siano tante cose da ricostruire – ma penso anche in noi -, lo sappiamo tutti, e lo sa anche il Papa. Il suo modo ci appare troppo nuovo, azzardato o fuori dei nostri schemi? Come possiamo pensare immediatamente che sia sicuramente fallimentare?
    Pensiamo forse che la perpetua polemica sia più costruttiva della preghiera e ancor più dell’azione dello Spirito Santo?
    Se si, allora potrebbe voler dire che siamo in crisi di fede! Gnocchi e Palmaro – visto che conoscono la storia molto meglio di me -, sapranno che la Chiesa è passata attraverso tempeste ben più gravi di quella odierna, e sono state superate malgrado le povertà dei cristiani, dei preti, dei vescovi, e persino di certi papi. Si, perché sia Papa Benedetto che Papa Francesco hanno ribadito il fatto che la Chiesa è guidata da Cristo stesso! È Lui il Capo!
    Mettiamoci tranquilli e impariamo da Colui che ha detto: “Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore”. Anche Lui potrebbe essere criticabile, infatti la sua vita non è finita col trionfo, ma con la croce! Certo, c’è la vittoria della Risurrezione, che in definitiva è la Buona Notizia per eccellenza! Ma a questa Buona Notizia hanno fatto fatica a credere persino i prescelti. Solo dopo l’effusione dello Spirito Santo ebbero la forza di testimoniare fino al martirio il loro amore per Cristo e l’amore che avevano ricevuto da Lui! Ricordiamo nella reciproca preghiera perché non abbiamo a cadere in tentazione. Il maggior gusto del tentatore è proprio quello di creare divisioni, che si esprimono sovente anche attraverso le migliori intenzioni.
    Un’ultima osservazione: gli eventuali sbagli di Papa Bergoglio sarà Gesù stesso a giudicarli, e con una severita maggiore quanto maggiore è stata la sua responsabilità. Ma anche a noi verra chiesto conto dei nostri giudizi. Si, Cristo è in grado di mettere in crisi qualunque categoria di pensiero e appartenenza. “Al di sopra di tutto – dice mi pare San Paolo – vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione”. Anche il troppo criticismo è come un virus che uccide lo spirito e rompe l’armonia.

    1. L’armonia è già rotta, ma non sono stati Alessandro e Mario a romperla!
      Non è rompere l’armonia di un bambino dirgli di aprire le manine giunte? Che è fuori moda ora???
      Dove vado a Messa io ci sono uomini di 30 e 40 anni con le mani giunte e nessuno si scandalizza!!

    2. Concordo con lei, caro Claudio. I due autori tendono a ribattere con amarezza lo stesso tasto.
      Sul tema di fondo (“Quale rapporto fra la Chiesa e il mondo?”- vedi nota di don Barsotti), tutto il busillis sta in cosa intendiamo per “mondo”.
      Recentemente papa Benedetto ha affermato che il “mondo contemporaneo” a cui si riferisce la “Gaudium et Spes” restò e resta qualcosa di molto vago, mal definito.

      Sappiamo che gli assi portanti della giusta impostazione (Regalità di N.S.G.C., anche sociale) e del disastro ereticale (“Mondo moderno” autocreato, in opposizione alla Civiltà Cattolica, e autogiustificato) sono il “mondo che giace tutto sotto il potere del Diavolo” di cui parla San Giovanni -il secondo- e la Societas Christifidelium in statu viatorum (Società dei fedeli cristiani che si trovano in questa vita) -la prima.

      La polemica non giova. E tuttavia, chiediamoci: papa Francesco realizza delle sbandate culturali (quelle dogmatiche sono escluse dal dogma dell’Infallibilità), o no?

      Purtroppo la mia risposta è “sì”. Nella famosa lettera a Scalfari, Egli parla di “cultura moderna d’impronta illuminista”. Rispettando la verità, avrebbe dovuto parlare di “sanguinario e cupo fanatismo contemporaneo, d’impronta illuminista”.
      In termini semplici: la Chiesa ha sposato o no la retorica dei “diritti dell’uomo e del cittadino”? Oggi forse un 70% del Clero italiano risponderebbe “Certo, è una grande conquista da riconoscere e valorizzare”; il Papa dà l’impressione di appartenere a questo 70%

    3. Caro Claudio, che il Papa vada a ‘casa’ dei peccatori non scandalizza certo Gnocchi e Palmaro (che non sono assolutamente come gli scribi e farisei); ciò che ‘scandalizza’ è che dopo il colloquio-intervista concessa dal Papa al peccatore, il peccatore se ne sia uscito ‘impenitente’, con le sue idee sbagliatissimedi prima e più di prima, visto che ha avuto ‘la conferma’ addirittura dal Vicario di Cristo! E questo ,caro Claudio, è esattamente il contrario di quello che successe a Zaccheo dopo il colloquio con Gesù. Dai peccatori si va o li si riceve per dire loro con tanta carità – come ha fatto Gesù – la pura e semplice Verità. Solo così ci sarà la fondata speranza che il peccatore possa cambiare idee e modo di vivere. Concordo che Papa Francesco ha detto anche molte cose verissime, e me ne compiaccio. Peccato però che queste cose non facciano tendenza ma siano piuttosto le altre a farla… Le cose come l’essere onesti, rispettosi, solidali, ecc., le dicono e le predicano anche i peccatori alla Scalfari, ma da loro non sentirai mai dire che esiste Una Verità assoluta, assolutamente al di sopra di tutti e a cui tutti debbono obbedire, se vogliamo che tutti siano non solo migliori ma salvi!

  5. Per me – cattolica della Tradizione – l’articolo é semplicemente perfetto. Coglie l’essenza della situazione drammatica che la Chiesa sta attualmente attraversando. Non riesco trovare le parole per esprimere la mia gratitudine. Posso solo assicurarvi delle mie preghiere personali quotidiane. Non ho nessun dubbio che Bergoglio non sia persona interessato nella lettura di autori come Chesterton, Guareschi o Benson. Quando penso all’attuale vescovo di Roma mi viene in mente le parole di San Paolo in Timoteo 2- Cap. 4, 3-4. …”Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla Verità per volgersi alle favole…” Poi penso alle seguenti parole del papa San Pio X che sembrano volerci indicare – a distanza di oltre cento anni – la via da seguire … ” Fa dunque mestieri di uscir da un silenzio, che ormai sarebbe colpa, per far conoscere alla Chiesa tutta chi sieno costoro che così mal si camuffano…. ” (Pascendi Dominici Gregis). Ringrazio ed incoraggio Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro a continuare “a fare mestieri di uscir da un silenzio” ricoradandoli che “… i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti… ” (papa San Pio X – Notre Charge Apostolique”.

  6. Roberto Donati

    “Avere intimamente a cuore il papa significa difenderlo dal mondo. Dall’aggressione maramaldesca e infingarda subita da Benedetto XVI e, più ancora, dall’abbraccio sinuoso e ammaliante che Francesco sembra ricambiare senza remore. Ma questi due approcci non sono gli estremi di una stessa questione poiché tra l’uno e l’altro non vi è continuità. Mentre papa Ratzinger si è fatto nemico il mondo ribadendo il rigore della ragione e l’intangibilità della norma liturgica, il suo successore ne ha conquistato il consenso palesando la desistenza dell’una e dell’altra.”

  7. perché davanti a questi bellissimi articoli “quello venuto dalla fine del mondo” ( censurate anche questa espressione?) non telefona a Gnocchi e Palmaro ?

  8. Al mio commento precedente viene in ausilio la Parola di Dio della liturgia odierna. È dalla lettera di Paolo ai Romani, 42, 7-12.
    Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.
    Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, poiché sta scritto: Come è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio. Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso.

    1. Ma, secondo il mio parere, se per far rilevare che certi gesti, certe frasi, certe “novità” creano sconcerto nella Chiesa si corre il rischio di giudicare o di criticare a vanvera, allora non si può neppure più aprir bocca, non si può comunicare il proprio pensiero. Cioè dal Papa bisogna sempre accettare tutto ed il contrario di tutto senza fiatare, senza dire: “Alt! C’è qualcosa che non capisco!”

      1. Francesco Bernardini

        Forse non ce ne rendiamo conto, ma sono ormai 50 anni che non è più possibile manifestare perplessità all’interno della compagine ecclesiastica. Quanto accade oggi è solo l’ufficializzazione di quanto programmato e portato avanti con tenacia da tempo. Ne potrei raccontare di tutti i colori

    2. …la differenza è che Francesco non è semplice fratello, è, o dovrebbe essere, il Capo, ma si comporta come non lo fosse e Gnocchi e palmaro e tanti altri qui, ne prendono atto !
      Molto semplice, basta aprire gli occhi, secondo Verità

  9. Riccardino Paniz

    Chapeau, Mr. Gnocchi et Mr. Palmaro! Je vous remercie de coeur et je vous prie, les mains jointes, de continuer à écrire.

  10. La questione è molto semplice e per certi versi drammatica, ma ciò non toglie che non si possa e non si debba considerarla.Se NON crediamo più che le Parole del Signore >>”Lc 6:26 Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi, perché i padri loro facevano lo stesso con i falsi profeti”…sono ancora valide<<..allora abbiamo ragione a festeggiare.E festeggio anch'io!Ma se la Parola Eterna è infallibile e il suo contenuto dovesse misurarsi proprio direttamente con l'operato di un Papa( in rapporto ai consensi e all'approvazione del mondo),fino al punto di arrivare a intaccare la dottrina soda di sempre:come la mettiamo?Punto di domanda?

    Questa è la grande preoccupazione sollevata degli amici Gnocchi Palmaro!

    E onestamente è anche la mia.Ma…
    Sono forse un eretico perchè lo penso?

    Alessandro

    1. Una grande emozione vedere la firma dei figli di Giovannino (che si firmano insieme!). Cari saluti, anche se non ci conosciamo personalmente

  11. Congratulazioni a Adriana (ore 0.31) per le ottime citazioni di s. Paolo e di S. Pio X (nel suo centenario). Un affettuoso saluto e ringraziamento a Gnocchi e Palmaro, di cui ho letteralmente divorato i bellissimi libri, veramente preziosi per l’edificazione cristiana del mondo d’oggi. Inoltre il continuo riferimento a Guareschi, con Peppone e don Camillo, mi rallegra e conforta; ho visto infatti tutti i film della serie e mi piace rivederli spesso su Rete 4; anche questi film sono un vera miniera d’oro per l’edificazione cristiana del popolo (forse anche dei novatori e dei rivoluzionari, chissà, chi può conoscere le “c0ntromosse” della Divina Provvidenza? sono quelle che spiazzano e sconfiggono il nemico, anche quando crede di aver vinto su tutta la linea: basti vedere il disastro all’arsenale sovietico nel mar del nord nel 1984 e il successivo, veloce declino dell’impero comunista, che voleva conquistare il mondo!).

  12. Trovo l’articolo molto interessante e ricco di spunti per riflettere.Anche i commenti di Claudio suggeriscono riflessioni importanti.Proprio domenica 3novembre abbiamo ascoltato il brano di Vangelo dove si racconta l’episodio dell’incontro tra Gesù e Zaccheo.E’ vero ,Gesù andava a casa dei peccatori:Ma queste persone che incontravano il Signore facevano esperienza per la prima volta del Lieto Annuncio.I signori contemporanei che si dichiarano atei,provengono invece da una cultura cristiana.Ciò che voglio dire è che un conto è vivere in una situazione disordinata perché non si è mai avuta la grazia di incontrare Gesù;altro è rinnegare il proprio Battesimo,la fede trasmessa dalle proprie famiglie e non perdere occasione per sparare sulla Chiesa.Dai discorsi della gente che si possono ascoltare ormai dappertutto,ho l’impressione che ci si aspetti un cambiamento da parte della Chiesa per avere una religione adatta alle esigenze di ciascuno.La conversione però non prevede l’anestesia.

    1. francesco bernardini

      proprio così Katia !!! La gente si aspetta una giustificazione dei propri peccati, non una assoluzione !!!! con riconoscimento del peccato e conseguente pentimento … troppo impegnativo. La gente si aspetta un riconoscimento della positività del proprio peccato, poichè è il MIO peccato è sicuramente positivo e da proporre a tutti. E’ sicuramente una scelta positiva e sopratutto MODERNA !!!!

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