Eterna memoria a Darya Aleksandrovna Dugina

Non serve una grande fantasia per immaginare il vibrante cordoglio planetario autogenerato dal Pensiero Unico a beneficio del liquefatto Occidente Unico se… Se sabato 20 agosto fosse stato assassinato un trentenne ucraino, omosessuale, figlio adottivo di genitore A e genitore B ovviamente omosessuali, militante del movimento omosessuale. Non si parlerebbe d’altro per settimane. Persino la viscida e vuota campagna elettorale italiana avrebbe trovato un battito d’ali, un argomento concreto attorno a cui esibirsi. Arco Costituzionale & Affini, circoli cattoamericantrad compresi, gementes et flentes in hac lacrimarum valle, uniti nel ricordare la vittima e nell’invocare la giusta sentenza per il colpevole. Tanto che genitore A e genitore B diventerebbero senza fallo star di qualche festa dell’Unità o di qualche marcia per la vita prossime venture.

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Invece, sabato 20 agosto, a Mosca, è stata assassinata Darya Aleksandrovna Dugina nell’esplosione dell’auto avvenuta davanti agli occhi di suo padre. Darya Aleksandrovna non portava nel cuore e nell’anima una sola delle stigmate perverse tanto care all’Occidente Unico. Era figlia di Aleksandr Gal’evič Dugin, mente di prima grandezza del pensiero eurasiatico, avversario dell’occidentalismo a reti unificate, patriota russo e, soprattutto, sincero cristiano ortodosso. In sovrappiù, Darya Aleksandrovna, trent’anni, fino a poco prima del suo assassinio, ha testimoniato lo stesso pensiero, le stesse idee, lo stesso spirito, la stessa fede del padre.
Per cui, l’Opinione Unica occidentale ha avuto in pasto dal Giornalista Unico occidentale una notizia tagliuzzata a bocconcini digeribili senza sforzi, tra una partita di calcio del neocampionato, una gara di Motogp e una tappa della Vuelta di Spagna. Un ruttino e tutto è andato giù. Per i più esigenti, un limoncello con qualche analisi, compiaciuta soprattutto del fatto che ora, per Vladimir Vladimirovič Putin, si apre il fronte interno e i russi non possono più sentirsi tanto al sicuro.

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Insomma, Darya Aleksandrovna Dugina se l’è cercata e, soprattutto se l’è meritata. Nell’immagine di una chat che circola in questi giorni, compare anche questo sobrio commento di una signora o signorina che nel suo profilo batte bandiera ucraina e, giusto per darla intellettualmente a tutti quelli che contano, batte anche quella dell’unione europea: “Quanto mi rode che Dugin abbia cambiato macchina all’ultimo, porcapaletta”. Segue risposta di quarantenne dal profilo pensoso: “Tra l’altro, se sospettava che nell’altra auto potesse succedere qualcosa, vi ha lasciato la figlia?”. Conclude un commentatore dallo sguardo acuto: “Infatti ho subito pensato a questo. E la risposta è sì”.

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Tre battute che valgono un trattato e non potrebbero esprimere meglio l’orrore capace di produrre questo misero occidente euratlantico. I tre signori che vi si sono esibiti possono rileggere i propri elaborati in venti secondi e saltare a piedi uniti tutto Dostoevskij e la sua anatomia del nichilismo e dei nichilisti. Ma, magari, sono persino capaci di venirti a dire che loro Dostoevskij lo hanno letto davvero e che loro, sì, lo hanno capito: Dostoevskij, te lo assicurano loro che sono intelligenti, era contro Putin.

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Poi ci sono gli analisti della domenica che afferrano al volo l’argomento capace di trovare quattro colonne e un titolo su qualsiasi giornale, di destra o di sinistra è uguale visto che non vi sono differenze: i cosiddetti “aspetti non chiari”. In questo caso, tra l’altro, c’è da giocare anche l’elemento esotico. Ci sono il Cremlino, la Russia, l’oriente, i servizi segreti e il rinascente KGB: come si può resistere quando non si avrebbe nient’altro da dire?
È gente che si è ingurgitata tutto negli ultimi decenni. Le stragi e le faide partigiane messe in conto ai fascisti, il triangolo della morte, Piazza Fontana, Bologna, Ustica, l’assassinio di Moro, il terrorismo nero e il terrorismo rosso, l’uccidere un fascista non è reato. Eccetera, eccetera, eccetera, direbbe Gaber. Si sono ingollati tutto con relativo bugiardino per le istruzioni, ma da Putin e dalla Russia no, non si fanno fregare, perché loro sono intelligenti.

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Invece c’è un aspetto chiarissimo dal quale, con l’artificio letterario degli “aspetti non chiari”, si vuole distogliere l’attenzione delle poche persone ancora pensanti: è stata assassinata Darya Aleksandrovna Dugina, la figlia di Aleksandr Gal’evič Dugin, che sosteneva pensiero e opera del padre. Un titolo e quattro colonne così come i post senza capo né coda pubblicati ad minchiam evocanti gli “aspetti non chiari”, in tempi civili, sarebbero finiti nel cestino di qualsiasi giornale, di destra o di sinistra.
Facciamo attenzione a chi, anche in modo suadente, ci invita a vedere comportamenti oscuri in casa di coloro che stanno combattendo e muoiono per difendere anche noi che spariamo a salve, quando proprio la facciamo da coraggiosi.

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Mi spiace di aver perso anche troppo tempo per strada con pensieri dedicati al mondo, quando invece vorrei soprattutto parlare al fratello nella fede Aleksandr Gal’evič Dugin. Chi vive in Italia e ormai ha qualche annetto sulle spalle, non può pensare all’assassinio di Darya Aleksandrovna senza ricordare l’assassinio di Giovanni Gentile, l’uomo di pensiero più alto che abbia avuto l’Italia nel Novecento.
Gentile, che aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana, fu ucciso il 15 aprile 1944 a Firenze da un commando partigiano, e non si trattò di un’azione estemporanea. La sentenza di morte era stata emessa da Concetto Marchesi, altro uomo di pensiero e a suo tempo rettore dell’Università di Padova, in un articolo pubblicato su un foglio antifascista che terminava senza equivoci: “Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: MORTE!”. Palmiro Togliatti riprodusse l’articolo su “Rinascita” nel giugno 1944 facendolo precedere dalla nota intitolata “Sentenza di morte” e diceva così: “Questo articolo di Concetto Marchesi venne pubblicato nel numero 4 (marzo 1944) della rivista del Partito comunista La nostra lotta che si pubblica clandestinamente nelle regioni occupate dai tedeschi. Esso venne scritto in risposta a un miserando e vergognoso appello di Giovanni Gentile alla ‘concordia’, cioè al tradimento della patria, apparso nel Corriere della Sera fascista. Poche settimane dopo la divulgazione di questo articolo, che suona come atto di accusa di tutti gli intellettuali onesti contro il filosofo bestione, idealista, fascista e traditore dell’Italia, la sentenza di morte veniva eseguita da un gruppo di giovani generosi e la scena politica e intellettuale italiana liberata da uno dei più immondi autori della sua degenerazione. Per volere ed eroismo di popolo, giustizia è stata fatta”.

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Dopo l’attentato, i tedeschi arrestarono tre intellettuali con l’intento di giustiziarli per rappresaglia. Si trattattava di Francesco Calasso, il padre di Roberto futuro direttore editoriale di Adelphi, l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli e il geografo Renato Biasutti. Furono tutti salvati da Benedetto Gentile, figlio del filosofo assassinato e direttore editoriale della Sansoni, che chiese e ottenne dai tedeschi di non spargere altro sangue oltre a quello di suo padre.
Penso che non sfugga dalla parte dei carnefici il disegno malefico di uccidere il pensiero, oltre all’uomo, e dalla parte delle vittime l’intento di salvare l’uno e l’altro. L’omicidio di Darya Dugina si inquadra senza alcuna sbavatura nella stessa cornice: l’odio per le idee difformi, che è sempre odio per il pensiero in se stesso prima ancora che per il pensiero avverso.

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Questo mondo canagliesco odia tutto ciò che gli appare difforme, in primis le idee e chiunque osi averne. Per questo è stata uccisa Darya Aleksandrovna: per uccidere lei, il suo pensiero e il suo pensare, e poi per annichilire Aleksandr Gal’evič, il suo pensiero e il suo pensare. L’antiumanità, o la transumanità, sta sferrando il suo attacco definitivo all’umanità e ciò che la costituisce, la facoltà di credere, di pensare, di vivere.

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Fratelli e sorelle”, ha scritto l’arciprete ortodosso Andrej Tkachev dopo l’attentato a Darya Dugina, molti nostri concittadini credono che la guerra sia da qualche parte lontano. Ma davvero, la guerra è qui fuori, nelle nostre strade, nelle nostre teste, contro di noi qui, proprio qui. Una giovane ragazza è morta. È morta la figlia al posto del padre. (…) E tutto questo dimostra che il nemico è senza vergogna, senza vergogna e rabbioso. Ed è inutile trattare! Il nemico vuole la guerra totale. La otterrà e sarà distrutto! (…) Questa morte indica che il nemico ha paura del pensiero. Se c’è un pensiero, un pensiero chiaro, corretto, proveniente da Dio, e che conduce a Dio, il nemico lo colpisce. Ai nostri nemici non piace il pensiero. A loro piace rendere stupida la popolazione. (…) Fratelli e sorelle, la guerra non è nel Donbass, la guerra è ovunque. Una guerra tra Terra e Cielo. Il nemico che desidera la guerra totale la riceverà, e sarà giustamente distrutto”.

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Aleksandr Gal’evič, tutto quanto è banalmente umano può essere espresso con qualsiasi linguaggio e, fin qui, l’ho detto con parole e vicende della terra in cui vivo. Ma ora, per le cose dello spirito, posso parlare solo con le parole della nostra fede: “Eterna memoria a Darya Aleksandrovna Dugina”.
Eterna memoria. La memoria senza fine di Dio per me e la memoria senza fine mia per Dio. È l’eterna memoria della Chiesa, nella quale convergono Dio e l’uomo e in cui la creatura, per Grazia, è chiamata a diventare simile al Creatore. È la vittoria sulla morte.

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Nel ricordo di Darya, ho riletto le pagine in cui Alëša Karamazov parla ai ragazzi che hanno appena assistito al funerale del giovane Il’juša. “Cerchiamo prima di tutto di essere gentili, poi onesti e poi non dimentichiamoci mai l’un l’altro. Lo dico di nuovo. Vi do la mia parola, signori, che da parte mia non dimenticherò mai nessuno di voi. Ogni volto che ora mi sta guardando mi resterà nella memoria, foss’anche fra trent’anni”.
Dostoevskij è divinamente chiaro nella sua comprensione ortodossa del discorso di Alëša. Mantenendo un’altra creatura nel nostro amore, stiamo diventando simili a Dio in quanto stiamo ricordando il seme di Dio in noi stessi nello stesso istante in cui vediamo la fecondità pienamente maturata dell’altro in Dio. In questo modo, l’altro comincia a diventare il nostro stesso io.
Alëša conclude così: “Mi siete tutti cari, signori, d’ora in poi vi terrò tutti nel mio cuore e vi chiedo di custodire me anche nei vostri cuori! Ebbene, e chi ci ha unito in questo sentimento buono e gentile, che ricorderemo e intendiamo ricordare sempre, se non Il’jušechka, quel bravo ragazzo, quel bravo ragazzo, quel ragazzo a noi caro da secoli e secoli! Non lo dimentichiamo mai, e possa la sua memoria essere eterna e buona nei nostri cuori ora e nei secoli dei secoli”.

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La fecondità dell’eterna memoria nasce sempre e solo da una persona reale che unisce nell’amore tutti i credenti ortodossi quando cantano la sua scomparsa e l’hanno accolta nei loro cuori. Ciò che inizia con un dolore segregante si conclude con una gioia di comunione. La persona che è morta continua ad agire nuovamente nella vita di coloro che continuano ad amarla. Ma noi uomini siamo deboli e spesso usi a dimenticare, perciò abbiamo bisogno di preghiere che ci riportino al cuore della nostra fede.

Nella beata dormizione, dona Signore l’eterno riposo alla tua serva defunta Darya Aleksandrovna e stabilisci per lei un’eterna memoria.

4 commenti su “Eterna memoria a Darya Aleksandrovna Dugina”

  1. Articolo ben scritto. Doveroso quanto detto suoi “commentatori” ignoranti, ma estremamente arroganti che invocano sempre sangue e…purghe di sovietica memoria.

  2. Grazie di cuore, Alessandro, per questo ricordo che è caro a chiunque non voglia farsi spegnere l’intelligenza.
    Grazie anche per aver pubblicato la foto di Darya con il nome del centro di studi Katechon sullo sfondo. Ricordo che il termine, usato da san Paolo in 2 Tessalonicesi 2:6, indica “colui che trattiene” l’anticristo. Credo che sia un buono spunto per capire il senso degli studi sui quali si è orientata la famiglia Dugin.
    Eterna memoria! Вечная память!

  3. Tommaso Chierico

    Grazie Alessandro, la citazione di quanto detto dall’arciprete Andrej Tkachev ci rammenta, consolandoci e rassicurandoci, il NON PRAEVALEBUNT.

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