ETTORE BERNABEI, IL FUTURO DEL MIRACOLO ITALIANO – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo


 

“Quando le politiche non presumono né promuovono valori oggettivi, il conseguente relativismo morale, invece di condurre ad una società libera, equa, giusta e compassionevole, tende a produrre frustrazione, disperazione, egoismo e disprezzo per la vita e la libertà degli altri. Chi prende le decisioni politiche fa dunque bene a cercare urgentemente nuove modalità”. Benedetto XVI


La  sortita della società italiana dai circoli viziosi intorno a  nuove e sconsolate povertà,  pornografie rampanti, usure implacabili, ruberie politicanti, sadiche tassazioni, irruzioni dell’avanspettacolo nei parlamenti e castranti astensioni, può incominciare solamente dalla consapevole rivendicazione dell’originalità e della collaudata efficacia del pensiero cristiano, che nel tardo Medioevo ha inventato l’economia dell’onesto benessere e nel xx secolo ha attuato, contro ogni altezzosa previsione, il miracolo economico”.

lebL’attualità della proposta cristiana è peraltro confermata dalla perfetta dissoluzione dell’ideologia liberale, un esito catastrofico che l’autorevole Ettore Bernabei definisce puntualmente “crollo del mercatismo, cioè fine dell’illusione che il mercato da solo sia capace di regolamentare l’economia mondiale, soddisfacendo le esigenze virtuali di ogni creatura umana”. (Cfr.: Ettore Bernabei, L’Italia del miracolo e del futuro”. In una intervista di Pippo Corigliano, Cantagalli, Siena 2012, pag. 205).

E’ auspicabile, pertanto, che la diaspora dei politici d’ispirazione cristiana si rovesci finalmente nell’impegno sincero a ritrovare l’ovvia unità nell’indispensabile abbandono dell’abbagliante e anacronistica dipendenza dall’errore atlantico ossia nella riscoperta delle ragioni militanti a sostegno della critica mediterranea alla sopravvissuta ma superstiziosa e truffaldina ideologia dei liberali euro-americani e degli scolastici viennesi.

Il Beato Giuseppe Toniolo aveva dimostrato senza lasciare ombra di dubbio che l’autentica dottrina del bene comune  discende da “alcunché di nuovo, di originale, di singolarissimo che sgorga dall’essenza stessa della vera ed unica religione, dalla sua sapienza, dal suo amor; ed è la sollecitudine, lo zelo, la preoccupazione incessante ed assorbente per gli umili, per i deboli, per i poveri, per le moltitudini.

La novità cristiana aveva dato vita, due secoli prima del disgraziato scisma luterano, “al nuovo concetto della proprietà, che non è più una somma di diritti soltanto ma ancora di doveri, di qui la disciplina di esso, mercé cui l’interesse individuale si coordina a quello generale, di qui l’annullamento ancora dei patti leonini nei contratti agrari, la proibizione dei monopoli nelle transazioni commerciali, la condanna delle usure nel traffico del capitale”.

L’auspicata rinascita del partito cristiano, pertanto, dipende dalla spregiudicata rilettura delle lezioni di Toniolo e dall’anticonformistica riappropriazione della dottrina esposta nella Quadragesimo anno, l’enciclica di Pio XI rimossa e/o censurata dal timore reverenziale nutrito dai teologi aggiornati e dai loro caudatari politicanti intorno al pensiero bicamerale della scuola bolognese.

Di qui la convinzione che può essere salvata, riattualizzata e riproposto soltanto la frazione della storia democristiana, che fu conforme al pensiero di Amintore Fanfani, fedele e lucido interprete dell’insegnamento di Pio XI  e implacabile avversario dei trionfanti ectoplasmi liberali.

Occorre riconoscere che Fanfani fu l’unico autentico pensatore attivo fra i laureati cattolici militanti nel partito di De Gasperi e di conseguenza il principale riferimento oggi offerto ai promotori di una rifondazione politica di segno cristiano.

La risalita dalla foiba regressista, in cui giace l’economia italiana, martoriata e vampirizzata dai banchieri, dai trombettieri liberali, dai grembiuli e dai bocconiani allo sbaraglio, è condizionata dall’attitudine a rilanciare il dibattito, che “Amintore Fanfani attivò intorno al 1936 per contenere l’impostazione di Max Weber, tutta tesa a sostenere che il mondo cattolico non avrebbe mai avuto successo nell’organizzare un sistema economico funzionante e produttivo” (Cfr. Piero Roggi, prefazione a Ettore Bernabei, L’Italia del miracolo e del futuro”, op. cit.).

Di qui la martellante ripetizione del vieto pregiudizio secondo cui “la cultura economica di matrice cattolica, a differenza di quella protestante, sia intrinsecamente incapace di progettare e gestire un modello di sviluppo realizzatore di ricchezza e benessere” (Ibidem).

Il fiorente sviluppo dell’economia italiana nel dopoguerra si deve invece alle idee di Fanfani, che si oppose strenuamente alla sciocca faziosità dei socialisti, che esigevano “la soppressione di tutti gli organismi dell’epoca fascista, comprese le Partecipazioni. La Dc [di Fanfani] difese l’IRI – nato nel 1933 per affrontare la crisi del 1929 e che aveva dato buoni risultati iniziali – sostenendo che sarebbe potuto diventare un valido strumento per attuare un nuovo modello di sviluppo economico … così il miracolo italiano trasformò l’Italia in una pacifica potenza industriale, che fu classificata quarta tra i sette paesi più industrializzati del mondo” (Cfr.: Ettore Bernabei, L’Italia del miracolo e del futuro”, op. cit., pag. 90 e 115).

Opportunamente Piero Roggi rievoca che la crisi attuale fu preparata nel giugno del 1992 sul panfilo Britannia, dove esponenti della finanza atlantica ed esponenti dell’economia italiana decisero la privatizzazione di alcune aziende strategiche partecipate dallo stato: secondo Fanfani, con la privatizzazione, “si volle eliminare l’esperimento italiano di un’economia mista di aziende pubbliche e private, perché antitetico alla deregolamentazione già in atto nel resto del mondo”.

La rivelazione delle attività destabilizzanti promosse dai nostri amici occidentali è un’eccellente occasione per rammentare alcune verità nascoste dall’opportunismo e dalla codardia degli storici di successo.

La prima rivelazione contempla l’intesa sotterranea degli esponenti del bolscevismo e della plutocrazia: “le sotterranee compromissioni che il comunismo di Lenin aveva avuto con i gruppi di potere del capitalismo angloamericano” (Cfr.: Ettore Bernabei, L’Italia del miracolo e del futuro”, op. cit., pag.102).

La seconda inquietante rivelazione riguarda il terrorismo, che, in Italia, “fu tatticamente organizzato … da agenzie, formalmente private, che agivano su input di brain trust di poteri economici e finanziari. … L’obiettivo di fondo del terrorismo in Italia rimase sempre quello di creare difficoltà alla Chiesa cattolica”.

Le tesi dell’intransigente Bernabei aprono le porte ai rifondatori cattolici mentre rinviano nel serraglio delle ingenuità disarmate e dei luminosi intontimenti i pensieri della destra innamorata del liberalismo viennese e/o pronta a stringere patti infantili con la buona massoneria americana.

Interpretato da Toniolo, da Pio XI e da Fanfani, il Novecento italiano è lo spartiacque necessario a  separare per sempre la politica dei cattolici dalle suggestioni emanate dall’Occidente dei moribondi.

 

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