EUROPA SCOMBINATA – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

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Quando i capi di partito e i ministri rispondono alle domande sulle soluzioni della crisi – si pensi che, sino a pochi anni fa, la parola crisi era censurata, caso mai, sostituita con eufemismi – costoro illustrano i provvedimenti per la crescita, ben sapendo che il loro tempo è scaduto, che dovrebbero rinnegare quanto hanno detto e fatto di recente, che, con i loro precipizi e i loro baratri, incantano appena pochi lettori di giornali e ascoltatori di imbonimenti televisivi. È ridicolo immaginare che industrie, artigianato, agricoltura, commerci, turismo: un complesso di attività ben impiantate sino a ieri, oggi o domani possano essere inghiottite da una voragine finanziaria. Ammesso – e per nulla concesso – che l’Italia possa fare bancarotta e porti i libri in tribunale, i curatori del fallimento e i creditori non potranno mica distruggerla, se non mettiamo mano anche noi alla distruzione e, comunque, non potranno farlo rapidamente.

Sicché, facendo eco a qualche presunto esperto di economia politica, di quelli che discutono e recitano tenendo desti i teledipendenti affamati di notizie e di governo del paese, i signori cui è affidato il bene comune, insieme ai i loro fiancheggiatori, mettono fuori la bella carta dell’unione politica europea: una unificazione che lascia sussistere gli stati nazionali coi rispettivi istituti, ma che cede a Bruxelles una maggior quota di potere pubblico.

Angela Merkel si è espressa in tal senso; lei, in difesa degli interessi tedeschi, che, se non fossero tali, sarebbero legittimi per qualsiasi paese avesse la tenuta della Germania: bilancio statale in regola, banche abbastanza sane, contributi versati alla Banca Europea, disoccupazione bassa, p.i.l. discreto. Quando invece, gli altri soci devono arrossire, posti a confronto con la Germania. Sarà vero che essa ha beneficato di un cambio Marco-Euro favorevole. Tuttavia, il Marco era la moneta più forte al mondo e, ad ogni modo, sembra tardi per simili recriminazioni.

In che consiste questo incremento di sovranità ceduta, in pratica, alla Commissione europea? Soprattutto, nel controllo sulle banche e sui bilanci nazionali, almeno in una certa misura. In tal guisa, la Commissione, che già limita il potere legislativo-esecutivo-giudiziario di Francia, Italia, Spagna, Grecia, Germania, eccetera, potrebbe gestire la moneta comune e salvarla, proteggendola dalle speculazioni (strana storia questa della speculazione: tirata in ballo, quando non serve invocare il rispetto del sacrosanto libero mercato!)

Non mi si chieda come la messa al sicuro dell’Euro sarebbe attuata. Non lo so. Credo invece di sapere che se l’U.E. mettesse in moto la rotativa della carta moneta copiando gli USA, svalutazione e liquidità da sole estinguerebbero la crisi, o pressappoco: investimenti, aumento dei salari, consumi, esportazioni, contro alcuni aumenti di materie prime, e speculazioni destinate a smorzarsi. È vecchia ricetta ultrasperimentata, applicabile a una situazione di altrettanto storica ricorrenza.

Ma questa manovra di legittima difesa nei confronti del dollaro e della plutocrazia, non si potrebbe adottare anche subito? Viceversa, si sono rifornite le grosse banche europee di denaro. Ed esse lo hanno investito in titoli di stato lucrando interessi esagerati, facendo lo stesso gioco delle speculazione mondiale.

Torno all’Europa politica. Fino ad ora, essa si è appropriata di prerogative statali. Cominciamo pure con la Banca Europea e l’Euro, con il lato finanziario, che è mostruosamente prevalente sull’economia reale, sulla ricchezza effettiva: se uno stato può pagare e paga regolarmente gli interessi sul suo debito, perché mai deve soggiacere alle trame del mercato per le quali i frutti del prestito diventano usurai? Ben ha fatto un nostro magistrato a incriminare un’agenzia di valutazioni finanziarie di Nuova York, se essa si prestava a falsare il credito da attribuire ai grandi soggetti della finanza e della borsa. Certo è che i proventi sono enormi, e a produrli e ad attingervi probabilmente ci sono anche quelli che influenzano i valori.

A ben vedere, la principale rinuncia degli stati comunitari è quella morale e spirituale. La salute morale presiede a quella economica. Non è il contrario, come certa ignoranza vorrebbe che fosse. In materia di delitti, Bruxelles detta legge. Sicché gli stati cattolici o, se si preferisce, di cultura latina, hanno dovuto subire e continueranno a subire la legalizzazione d’una immoralità atea e contro natura, spacciata come altamente umanitaria. Una vera piaga, purtroppo accolta e fatta accettare non senza seduzioni e falsità.

In teoria, sarebbe bello che l’Europa potesse contare nel mondo con un’unica politica estera, con un solo esercito, con i mezzi basilari per difendere i propri interessi; mancando i quali, come oggi avviene, si resta soggetti, quasi colonie, dei paesi egemoni.

Di simili unioni di forze non si osa neppure fare cenno. E non per realismo, ossia poiché le differenze nazionali sono eccessive. I governanti le trascurano nella loro essenza: auspicano o accettano la società multietnica, un uguale sentimento del bene e del male, ignorano le disparità di tradizioni e di confessioni, per livellarle e farle convivere, fanno di tutto perché la lingua prevalente sia l’inglese, sebbene l’Inghilterra faccia parte dell’Europa fin dove e quando le conviene. Insomma, tutto si svolge come se i capi fossero traditori al servizio della plutocrazia mondiale. Ho ripetuto plutocrazia non essendo una parola sporca e sconveniente, ma esprimendo un concetto esatto, etimologicamente significativo. Ai tempi della contesa del New Deal, i ministri di Roosevelt l’adoprarono contro i magnati americani, anche se si potrebbe sospettare la commedia.

La quota di politica comune passata all’U.E. mortifica gli europei senza vantaggi per loro. Tanto più adesso. D’altronde, quelli che vogliono aumentarla devono stare attenti a non tirare troppo la corda. Potrebbe crescere l’illuminazione dei guai che ce ne sono venuti e che ce ne verranno. La corda tende a spezzarsi. Perciò la casta teme che la Grecia se ne vada. Di per sé, la Grecia coi suoi pochi milioni di abitanti e con i suoi debiti non dovrebbe spaventare; spaventa  il suo possibile gran rifiuto, spaventa questo esempio.

L’Europa risulta assai mostruosa: non più la società economica (Mercato Comune) con vaghe, sebbene infide, pretese di estensione; non è alleanza militare: sopra di lei vige la NATO e non esiste altro patto (p.e. la Germania non ha partecipato al generale intervento di guerra contro la Libia); non è unità politica sostanziale: sarebbe una mera fantasia che i bilanci degli stati, le economie e i parlamenti nazionali scomparissero; non è dunque una federazione, perché le fisionomie dei popoli, per lingua, tradizioni, storia, religioni, climi, paesaggi, sono talmente spiccate che sarebbe impossibile anche attenuarle per renderle indifferenti alla formazione di uno stato federale; d’altronde, questi popoli sono menomati nel decidere il proprio destino, privati della propria moneta, e violentati da leggi ad essi estranee, ma cattivanti come dolci prostitute, gonfie di sapienza generosa…

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