Eurozona: una nuova politica monetaria

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Di Carmelo Ferlito

EUROZONA: UNA NUOVA POLITICA MONETARIA


Fonte: «Rinascita», 1 giugno 2010, p. 9

Aiuto Fed alle banche europee è il titolo della sezione “Finanza & Mercati” de Il Sole 24 Ore del 27 maggio. In buona sostanza, l’articolo riporta come la banca centrale statunitense sia disposta ad “aiutare” il Vecchio Continente mediante una riduzione dei tassi sui finanziamenti in dollari. Ma si tratta veramente di aiuto? Lo scenario economico generale è più ampio. Da tanto tempo l’economia non riempiva l’informazione in modo così deciso: la crisi economico-finanziaria scoppiata nel 2007, la recessione, la crisi greca, le manovre antidebito, tensioni valutarie, ecc… In realtà, non abbiamo a che fare con fenomeni indipendenti. E tutti testimoniano l’insufficienza della teoria economica denominante.

Andiamo con ordine. Nel 2007, attraverso la facciata dei mutui subprime, irrompe sulla scena una gravissima crisi economica. È sbagliato parlare di crisi finanziaria, perché, pur manifestandosi dapprima nei mercati azionari, il tracollo riguarda il generale quadro economico. Infatti, la sciagurata politica monetaria di Bce e, soprattutto, Fed, favorisce il sorgere di iniziative economiche fondate su un credito virtuale che non poggia sulla base di risparmio reale. Investimenti di tal sorta alimentano un boom artificioso che non può essere a lungo sostenuto, a meno che non si accetti il cappio di una violenta spirale inflazionistica. Quando questa insostenibilità viene a galla, accelerata dalle spinte speculative che si inseriscono in ogni fase di crescita, scoppia la crisi e inizia la fase discendente del ciclo economico. Come reagiscono le autorità monetarie? Con ulteriori iniezioni monetarie. Cioè, cercano di sanare un danno creato da denaro virtuale a buon mercato aumentando la quantità di denaro virtuale a buon mercato. Ma i risultati ottenuti non sono quelli attesi. Questo primo fatto testimonia il fallimento del dogma monetarista, fondato su giochi sul tasso di interesse: rialzi per frenare l’inflazione e raffreddare l’economia, ribassi invece per stimolare gli investimenti rischiando un po’ sui prezzi. È chiaro che un tale automatismo non è concepibile. E che la moneta non è neutrale.

Secondo punto. Come reagiscono gli Stati? Con l’aumento della spesa pubblica in deficit, per non perdere il consenso sociale. La gravità della crisi, però, non ha permesso al giochino di funzionare. E il peso di 60 anni di abusi di finanza pubblica si è fatto sentire, facendo crollare il secondo dogmatismo economico, quello keynesiano. Si può finalmente affermare che la spesa pubblica non porta necessariamente, via moltiplicatore, ad aumenti più che proporzionali del Pil. Pensare che si possa fare deficit senza guardare alla qualità della spesa e alla sostenibilità dei debiti è evidentemente un’altra credenza assurda.

Ora i fatti si collegano. La crisi, generata da una politica monetaria sbagliata, palesa gli errori di politica economica. Gli Stati più deboli cominciano a saltare. Il vecchio leone ferito (gli Usa), invece, rialza la testa. Attraverso una duplice manovra. Nei confronti dell’Europa, rafforza la valuta per affermare la propria potenza e l’importanza del dollaro come moneta di riferimento per le materie prime; non solo, offre prestiti a buon mercato per evitare nuovamente ogni eventuale spinta di indipendenza europea. Nei confronti della Cina, invece, gli Stati Uniti attuano una manovra di segno opposto: spingono per un rialzo dello yuan per favorire le proprie esportazioni (il mercato cinese è ricco di prospettive, al contrario di quello europeo) e al contempo diminuire il valore reale del debito pubblico americano posseduto dai cinesi.

In mezzo a tutta questa situazione il meglio che i governi europei riescono a concepire è il taglio di alcune spese pubbliche. Che, ovviamente, è un punto di partenza necessario. Alcuni dei tagli proposti appaiono più che legittimi. Ma mancano di una visione d’insieme. E, soprattutto, non affrontano la gravità della situazione. Anzi, pongono le basi per una sudditanza ancora più marcata nei confronti di Usa e Cina.

Se Europa deve essere, che sia un’Europa autorevole. La Bce dovrebbe partire con un netto rialzo dei tassi di interesse, senza cedere alle sirene di chi sostiene che ciò frenerebbe il rilancio dell’economia. Al contrario. Un rialzo dei tassi avrà effetti non immediati, è vero. Ma saranno anche meno illusori. Infatti, esso favorirebbe la formazione di nuovo risparmio, moneta reale sulla quale fondare il rilancio per nuove e più durature iniziative economiche. Che potranno essere la spina dorsale di una nuova Europa economica competitiva perché centrata sull’impresa, il lavoro e il risparmio, non sulla finanza, la speculazione e il denaro a buon mercato.

L’alternativa? Essere gli agnelli sacrificali dello scontro Usa-Cina.


Carmelo Ferlito, Ph.D.
www.carmeloferlito.it

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