Evola & Tolkien. Attenti a quei due

Anni ’70: nell’area della Destra italiana si fa strada un movimento che al nostalgismo per le camicie nere e ai fasti del regime preferisce il lavoro culturale. Non è una Destra di trogloditi, come si pensava a Sinistra, ma un ambiente umano intellettualmente curioso. Una Destra “prepolitica”, come si diceva allora. In quel mondo spiccavano figure come Franco Cardini e Marco Tarchi, che avrebbero intrapreso importanti carriere accademiche, o come Adolfo Morganti e Gianfranco de Turris.

Proprio de Turris, una lunga carriera giornalistica alle spalle e una corposa produzione saggistica, ha recentemente pubblicato con la casa editrice Idrovolante un interessante volume, Evola e Tolkien antimoderni (190 pagine, 14 euro) Questi due autori erano tra i principali riferimenti culturali della Nuova Destra, da cui prendeva le distanze il Movimento Sociale Italiano di Almirante, tutto “Law and Order”.

Tolkien affascinava per la sua riproposizione del mito, Evola per le sue analisi, contenuti in diversi saggi, il più significativo dei quali si intitolava Rivolta contro il mondo moderno. Ed è proprio l’antimodernità che accomuna due autori in realtà diversissimi come il professore di Oxford dalla profonda, intensa religiosità e il barone siciliano ma romano di adozione, pittore dadaista, trasgressivo, affascinato dall’esoterismo, pagano e ghibellino.

Eppure, Evola è un pensatore che non può non interessare e appassionare. Nel corso degli anni, molti dei pensatori che erano i punti di riferimento dell’area culturale della Destra anticonformista sono stati accettati e pubblicati dall’editoria mainstream, dallo stesso Tolkien a Guenon, da Drieu La Rochelle a Celine, per fare alcuni esempi. Solo su due autori è rimasto l’ostracismo: Evola e Robert Brasillach.

Si diceva che de Turris trova il sottile filo di congiunzione tra Evola e Tolkien nella lotta alla modernità. Per quanto riguarda il pensatore italiano, non ci sono dubbi, anche se recenti studi biografici hanno messo in luce che specialmente negli ultimi anni della sua vita aveva manifestato interesse per fenomeni della cultura di massa (ammirava le ballerine televisive gemelle Kessler). Fuori discussone anche la vicinanza ad un determinato mondo politico, che sarebbe poi diventata la Destra Sociale. Un discorso diverso merita invece Tolkien. De Turris fa una acuta analisi sociologica dell’interesse e dell’impatto dell’autore del Signore degli Anelli sulla giovane Destra italiana, ma non approfondisce gli aspetti del pensiero di Tolkien. Risulta riduttiva qualsivoglia “etichettatura” del professore di Oxford, poiché ciò che ispirò e che diede significato alla sua vita e alla sua opera non è riconducibile ad una ideologia, ma ad una visione della vita, ad una concezione dell’essere, dell’uomo, della storia che è ben di più che una ideologia: è una filosofia. Tolkien possiede addirittura quella che potremmo definire una visione teologica della storia, attraverso la quale giudica, con l’autorevolezza di un filosofo o di un profeta le vicende umane.

Sarebbe stato interessante, in proposito, citare questa significativa lettera che Tolkien scrisse nel 1945 a suo figlio Christopher, mentre la Seconda Guerra Mondiale stava concludendosi: “Tutto diventerà una piccola maledetta periferia provinciale. Quando avranno introdotto il sistema sanitario americano, la morale, il femminismo e la produzione di massa all’est, nel Medio Oriente, nell’URSS, nella Pampa, nel Gran Chaco, nel bacino danubiano, nell’Africa equatoriale, a Lhasa e nei villaggi del profondo Berkshire, come saremo tutti felici… Ma scherzi a parte: trovo questo cosmopolitanesimo americano terrificante.” Tolkien come critico della modernità, dunque, del mondialismo, dell’omologazione massificante, a cui contrapponeva la cultura dell’appartenenza e del radicamento.

In una società multietnica e multiculturale come quella della Terra di Mezzo, i piccoli hobbit difendono la loro Contea, il loro piccolo mondo pacificamente rurale e ricco di tradizioni. Da questo punto di vista è plausibile l’accostamento di Tolkien a Evola, anche se i loro percorsi sono stati molto diversi.

Il professore di Oxford è difficile da inquadrare. Un’altra definizione restrittiva che gli è stata data, ad esempio, è quella di “conservatore”, ma tale termine vale se si intende “conservare” tutto ciò che è bello, puro, piccolo, ordinato, interessante, importante. “I grandi assorbono i piccoli e tutto il mondo diventa più piatto e noioso”, scrisse una volta.

Questa avversione di Tolkien per le brutture e gli errori della modernità non è ideologica poiché è realista, non nasce da un’idea di mondo, o da un progetto più o meno utopico su di esso, ma dalla constatazione della natura e della condizione umana, segnata indelebilmente dalla Caduta (in termini cristiani dal Peccato Originale), talché il Nemico da battere è sì l’avversario malvagio (Sauron o Saruman) ma è soprattutto il male che si annida infido in ciascuno di noi.

Tolkien era un cattolico inglese, perfettamente consapevole della storia religiosa del suo Paese, dai monaci santi del Medioevo fino ai Martiri che avevano reso la loro testimonianza fino al sangue sotto Enrico VIII, sotto Elisabetta I, sotto Cromwell. La sua opera rivela nitidamente una propria teologia della storia, che riprende la concezione agostiniana delle due città: la Città terrena, opera degli uomini in cui agisce il male, e la Città di Dio, meta verso la quale indirizzare attese, sforzi e speranze.

È da sottolineare che Sant’Agostino si trovò a vivere al confine tra il crepuscolo di un mondo antico un tempo grandioso e l’alba di una nuova era dai contorni ancora incerti, e insegnò che la storia è guidata dalla Provvidenza e che quindi ogni avvenimento – dalla piccola vicenda personale alle grandi svolte dell’umanità – possiede un significato che dissipa l’oscurità e sorregge le forze dell’uomo. Le rovine, i numerosi segni di civiltà cresciute, ascese a grandezza e poi irrimediabilmente finite e dimenticate costellano ovunque la Terra di Mezzo, ricordandoci la caducità della Città terrena.

Se la storia è questa, è necessario affrontarla con eroismo, secondo la concezione che di esso ne offre Tolkien: non è quello della forza e dell’orgoglio, ma dell’amore e del sacrificio. Oltre che l’eroismo, Tolkien ci invita a cercare la bellezza, che è segno visibile della Grazia. Il ritorno al Bello e al Vero auspicato dallo scrittore di Oxford venne realizzato da lui attraverso il ricorso e il ritorno al Mito, per ridare sanità e santità all’uomo moderno. “Il Mito è qualcosa di vivo nel suo insieme e in tutte le sue parti, e che muore prima di poter essere dissezionato”, disse Tolkien parlando ai suoi studenti di una delle sue opere preferite, il Beowulf.

Il libro di de Turris analizza la produzione dei due autori attraverso il prisma della “crisi del mondo moderno”. Evola, con la sua Rivolta, si oppone alla desacralizzazione della vita e promuove una visione esoterica e spirituale della realtà, mentre Tolkien, come detto, rifiuta la tecnocrazia e i guasti dell’industrializzazione in nome dei valori cristiani che si inverarono nel Medioevo. E anche questo è un elemento comune ai due. Una delle migliori produzioni saggistiche di Evola fu lo studio sul Mistero del Sacro Graal. Tra civiltà medievale storica e miti e leggende, Evola e Tolkien seppero accendere la fantasia e le speranze di una generazione. Un ruolo che potrebbero avere ancora oggi.

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