Evviva il buon vino… e alla malora Polifemo

È pur vero che il costo del vino sta velocemente scivolando verso parametri fuori mercato per le tasche degli italiani, tuttavia, per quanto possibile è necessario bere vino e, per quanto permettono le nostre tasche, bere vini costosi. Per due ordini di motivi: il primo è che il peggior modo, il più volgare, di utilizzare il denaro è per fare altro denaro, aumentare l’indegno cumulo privando del necessario il prossimo, magari accatastando case e automobili di cui non possiamo usufruire contemporaneamente. Viceversa, il modo migliore è di sprecarlo in beni considerati futili, purché beni. Buttare il denaro in opere d’arte, in armi, libri, alcol e tasche altrui è il modo migliore di utilizzarlo. Migliore per noi, ci libera di un peso, migliore per chi lo riceve, perché ne ha bisogno. Il modo più gradevole in assoluto – dico gradevole per noi, perché fare l’elemosina, per quanto a tre zeri è gradevolissimo più che altro per chi la riceve -, è quello di buttare soldi in bottiglie costosissime.

Tutto questo perché? Perché si è invalsa la disgraziata pratica di pasteggiare col prosecco. Pratica il cui unico, magnifico, pregio è quello di buttare soldi in secchiate di vino. Bottiglie costosissime di bollicine versate non solo sul pesce, ma ad ogni giro di portata. Allora mangiate maiale arrosto accompagnato con la vodka come i russi e poi un bidone di tè, e buonanotte. Non so come sia potuto succedere, deve essere stato qualche snob di quelli che farebbero colazione con bergamotto perché la spremuta d’arancia è per i poveri, o chi non sa che il gas nel vino fa sembrar buono anche l’aceto, ad ogni buon conto ora ci ritroviamo col gravoso problema di aver cenato amabilmente con amici, sodali, dame e cavalieri accompagnati da una boccia gelata di bollicine, quando, inevitabile come la morte, arriva il dolce. Dramma. Cosa si beve col dolce adesso? Il fatto di bere il vino da dessert durante il pasto fa parte di un mondo postmoderno fuoriluogo, tutto scompaginato per seguire il business del momento, che arricchisce pochi cialtroni e svergogna masse di beoti. Tocca bere dolce col dolce.

A proposito di beoti e grecità. C’è sempre qualcuno a cui piace il vino dolce. Per esempio, ai bambini e agli eroi. Fino ai primi anni ottanta, dalle mie parti, i nonni erano soliti dare zuppa di pane secco e vino rosso zuccherato ai bambini (soprattutto fra gli otto e i dodici anni), qualora si avvertisse la necessità di un ricostituente. Sempre, però, con le dovute e sacre raccomandazioni della nonna contro l’ubriachezza e sul fare rivelazioni di sorta alla mamma. Non è mai morto nessuno, anche se forse è facile evincere che qualche conseguenza sia rimasta. In primis la cultura: il glykys oinos è nientemeno che omerico. Usato come bevanda conviviale, ma che dà forza ai combattenti, per esempio il Pramno o Pramnio noto per la sua finissima qualità e per le proprietà curative. Era un vino rosso, corposo, invecchiato, dolce e molto profumato, proveniente per alcuni dall’isola di Lesbo, da Smirne e dall’isola di Icaria, a sentire Omero, invece, originario della terra di Pramnos, nella Caria. Nell’undicesimo libro dell’Eneide (XI, 623 e segg. traduzione di Rosa Calzecchi Onesti), al campo degli Achei, nella tenda di Nèstore, la schiava Ecàmede, figlia di Arsínoo, lo miscela a formaggio e cipolle e miele (il famigerato ciceone) per togliere ai suoi ospiti la sete ardente.

«E una bevanda preparò loro Ecàmede riccioli belli,
che s’ebbe da Tènedo il vecchio, quando Achille la devastò,
figlia del magnanimo Arsìnoo; gli Achei per lui
la serbarono, ch’era in consiglio il migliore di tutti;
prima davanti a loro ella spinse una tavola
bella, piedi di smalto, lucida; poi sopra questa
un canestro di bronzo, e dentro cipolle, compagne del bere,
e miele giallo; e la farina del sacro orzo accanto.
Poi una coppa bellissima, che il vecchio portò da casa,
sparsa di borchie d’oro; i manici
erano quattro; e due colombe intorno a ciascuno,
d’oro, beccavano; sotto v’eran due piedi;
un altro dalla tavola l’avrebbe mossa a stento
quand’era piena; ma Nestore la sollevava senza fatica.
In essa fece il miscuglio la donna pari alle dee
Con vino di Pramno; vi grattò sopra cacio caprino
Con una grattugia di bronzo, versò la bianca farina
E li invitò a bere, quand’ebbe fatto il miscuglio.
I due, poi che bevvero, cacciarono la sete bruciante,
si ricreavano con discorsi, parlando tra loro».

Troviamo nell’Odissea un altro noto e potente vino dolce, questa volta trace, al libro IX, vv.200 e segg. :

«Lui m’offerse splendidi doni:
d’oro ben lavorato sette pesi mi diede,
mi diede un cratere d’argento massiccio,
e vino, versandolo in anfore, dodici in tutto,
dolce e puro, divina bevanda; nessuno
lo conosceva dei servi e delle ancelle di casa,
ma lui solo e la sposa e la dispensiera fedele.
E quando bevevano quel vino rosso, dolcezza di miele,
riempiva una sola tazza e in venti misure d’acqua
mischiava; e un odore soave dal cratere odorava,
divino; allora starne lontani non era caro davvero».

Un millennio dopo, Plinio scriverà di questo vino tanto forte da richiedere venti parti d’acqua, nella sua Naturalis Historia “che il vino più anticamente celebre è quello di Maronèa, prodotto nelle terre costiere della Tracia, proprio come testimonia Omero”.

Come sapevano anche i nostri nonni, che ci raccontavano la storia di Polifemo come coadiuvante delle citate raccomandazioni, il vino fu la fine del Ciclope. Infatti, sempre nel libro IX dal verso 353, troviamo Ulisse che si avvicina al mostro monocolo con un boccale di “nero vino”, passo che mette sete al solo leggere:

«lui prese e bevve, gli piacque terribilmente
bere la dolce bevanda e ne chiedeva di nuovo:
“Dammene ancora, sii buono e poi dimmi il tuo nome,
subito adesso, perché ti faccia un dono ospitale e tu ti rallegri.
Anche ai Ciclopi la terra dono di biade
produce vino nei grappoli e a loro li gonfia la pioggia di Zeus.
Ma questo è un fiume di ambrosia e di nettare”.
Così diceva e di nuovo gli porsi vino lucente;
tre volte glie ne porsi, tre volte bevve da pazzo.
S’arrovesciò cadendo supino e di colpo
giacque piegando il grosso collodi lato: lo vinse
il sonno che tutto doma e dalla gola vino gli usciva…»

Quindi, qualora aveste in programma di accecare un ciclope durante la notte, quel vino, chiamato però “mavroudi” si produce ancora oggi, fa proprio al caso vostro. Altrimenti, accuratamente sgombrata la sala da stocchi, pugnali, picche e punteruoli, fa ugualmente al caso vostro. Bevetelo alla faccia orrenda dei mostri disumani che vorrebbero cancellare la cultura classica dalle aule scolastiche.

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