L’angolo di Gilbert K. Chesterton – grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

chesterton

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16 marzo 2015

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Perché non si deve avere paura del passato?    = = = = = = = = =     

di Fabio Trevisan

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Perché non si deve avere paura del passato ?

zzgkc160315“I grandi ideali del passato sono falliti non perché sono vissuti troppo, ma perché non sono vissuti abbastanza”.

Con quel suo stile paradossale e folgorante che illuminava le menti, Gilbert Keith Chesterton ammoniva nel 1910 in Ciò che non va nel mondo (What’s wrong with the World) tutti coloro che rifiutavano il confronto con il passato. Rigettando le ipocrisie e le falsità costruite attorno all’età medievale, lo scrittore inglese poneva le basi per una nuova fase di slancio e di recupero del passato: “L’umanità non ha superato il Medioevo. Piuttosto si è ritirata da esso disordinatamente. L’ideale cristiano non è stato tentato e trovato manchevole ma è stato trovato difficile e per questo lo si è lasciato intentato”.

A coloro che anche ai suoi tempi predicavano che non si poteva tornare indietro, egli rispondeva senza mezzi termini: “La coscienza moderna è spinta a forza verso il futuro dal senso di stanchezza (non disgiunta da paura) con il quale guarda il passato”. Ma cos’era questo passato che incuteva tanto timore? Perché, secondo il grande scrittore cattolico, non si doveva avere paura del passato? Chesterton era ben conscio che la sua generazione fosse sollecitata positivamente dalle generazioni e dalle tradizioni passate e credeva fosse essenzialmente benefico il confronto con esse: “Sono le generazioni passate, non quelle a venire, che bussano al nostro uscio”. Non dovevamo chiudere pertanto la porta in faccia alla nostra storia, ai nostri padri! Non dovevamo temere in alcun modo il nostro passato e, con un’immagine tipica del suo riproporre le convinzioni più profonde, Chesterton illustrava in modo impareggiabile quello che noi moderni a fatica rappresentiamo come radici cristiane: “Per qualche strana ragione l’uomo pianta sempre i propri alberi da frutto in un cimitero. L’uomo può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti”.

Il rapporto vivificante con i propri morti, con le proprie tradizioni era riassunto da Chesterton con altre suggestive pennellate che qualificavano la natura dell’uomo: “L’uomo è un mostro deforme, con i piedi rivolti in avanti e la testa girata indietro. Può creare un futuro lussureggiante e ciclopico soltanto fintanto che pensa al passato…tutti gli uomini che, nel corso della storia, hanno davvero realizzato qualcosa avevano lo sguardo rivolto al passato”. Chesterton rivendicava in modo audace e imponente la libertà di restaurare ed a chi lo interrogava provocatoriamente chiedendogli se si potevano spostare indietro le lancette dell’orologio, egli rispondeva in modo perentorio ed inequivocabile in questo modo: “Sì che si possono spostare”. A coloro che pensavano di coglierlo in errore chiedendogli: “Ti sei fabbricato un letto, adesso ti ci devi coricare” egli rispondeva ancora una volta in modo energico: “Se il letto che ho costruito è scomodo, a Dio piacendo lo rifarò!”.

Anche ai nostri tempi di prolungata e difficile crisi sembrerebbe impossibile e sconsigliabile il ricorso alla saggezza dei tempi antichi ed in questa bramosa frenesia di ricerca affannosa delle novità potremmo rispondere intelligentemente con Chesterton: “Siamo costretti a cercare cose nuove perché non ci è permesso cercare cose vecchie. L’intera faccenda si basa sulla convinzione secondo cui abbiamo già estratto tutto ciò che vi era di buono nel passato. Ma questo non è vero”.

2 commenti su “L’angolo di Gilbert K. Chesterton – grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan”

  1. Perché non si deve avere paura del passato?
    Quanto scrive Chesterton e la sua relativa chiara analisi lo spiegano benissimo: perché nel
    passato ci sono le nostre buone radici!

  2. Tutte le volte che vado al cimitero a trovare i miei cari morti e passeggio ritrovando qua e là volti di chi un tempo ho conosciuto, non mi assale la tristezza al pensiero che alla fine la morte ci attende tutti; provo invece un senso sereno e appagante di appartenenza a tutto ciò che non è più, eppure esiste ancora, radicato in noi: ecco il dottore della mia infanzia che a casa si fermava a raccontare storie e a sorseggiare un bicchierino così che anche questo serviva per guarire; ecco il mio insegnante di religione delle scuole elementari: un prete santo per davvero alla cui vista tributavamo sempre fragorosi applausi; ecco la vecchietta che io chiamavo nonna senza che lo fosse perché di nonni non ne ho conosciuti mai nemmeno uno; e poi non solo i genitori, gli zii e quei nonni visti solo nelle foto e i bisnonni, impettiti nei loro abiti di fine ottocento. E penso che si appartiene sempre e che nulla saremmo senza passato, senza le impronte indelebili di coloro che nella normalità della loro vita hanno formato la nostra. E che insomma è vero che “tutti gli uomini che nel corso della storia hanno davvero realizzato qualcosa” (grande o piccola non importa), “avevano lo sguardo rivolto al passato”.

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