Falangismo e fascismo, una lettura filosofico-politica – di Piero Vassallo

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Un fondamentale saggio di Giulio Alfano

di Piero Vassallo

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zzzzfalangismoefascismoDocente di filosofia politica nella Pontificia Università lateranense, Giulio Alfano è autorevole ispiratore e guida geniale e infaticabile del movimento dei cattolici irriducibili alle suggestioni neo-modernistiche, e perciò seriamente impegnati a ottenere il riscatto della tradizione, e la riabilitazione della calunniata  storia della Chiesa.

Oggetto della sapiente cura di Alfano e dei suoi numerosi allievi e collaboratori è la difesa delle verità filosofiche e storiche appartenenti alla genuina tradizione cattolica, un patrimonio inquinato dal progressismo politicante, alterato dal modernismo in corsa caotica nei pensieri dei nuovi teologi e infine umiliato dalle calunnie gridate dai media liberali, in corsa sfrenata su mediatici cavalli, nutriti dal potente/trionfante furore degli strozzini e degli iniziati ai misteri del vespasiano omo-lesbico.

La risposta alle rovinose mitologie e alle sordide calunnie, che alimentano e rafforzano i poteri della desolazione bancaria, Alfano la scopre nelle biografie delle geniali personalità del clero e del laicato cattolico, che furono attive nel Novecento (ad esempio Pio XII, Edith Stein, Luigi Gedda, padre Cornelio Fabro, Amintore Fanfani,  Francisco Franco, Ramiro de Maetzu, Marcel de Corte).

Le nobili figure dell’intransigenza cattolica animarono e sostennero la resistenza ai corruttori e agli sfruttatori prima di essere censurati, disprezzati o addirittura infamati da giornalisti corrotti dal denaro in uscita dalle casse del delirio massonico.

In un saggio, edito in questi giorni dall’infaticabile Marco Solfanelli, Falangismo e fascismo, una lettura filosofico-politica, Alfano ha avviato e proposto (ai militanti nella destra degli irrealisti, che si ostinano a parcheggiare le loro illusioni nell’area segnata dalla paralizzante cultura liberaloide e dalle grottesche/surreali suggestioni dell’esoterismo) una sagace e intrepida ricerca delle idee irriducibili alla mitologia liberale, idee che sono nascoste nella nube di errori, colpe e affrettate imprudenze sollevata dal fascismo italiano.

Alfano sostiene che l’approvazione nel marzo del 1938 del Fuero del Trabajo, legge fondamentale del regime falangista, introduce nella legislazione ispanica i princìpi enunciati nella Carta del Lavoro, emanata da Mussolini nel 1927 e perfezionati (grazie al contributo geniale di Giuseppe Beneduce) nel 1929, anno della fondazione dell’IRI.

In quello storico documento “si affermava che lo Stato era nazionale in quanto strumento totalitario al servizio dell’integrità della patria, ma anche elemento sindacale, perché rappresentava una reazione contro il capitalismo liberale ed il materialismo marxista, quindi di fatto un riconoscimento della terza via”.

Alfano, inoltre, si dissocia dagli scolastici dell’antifascismo totale e totalmente bendato, e osa rammentare che “Il Regime aveva distinto due tipi di investimento di profitto e di consumo ed iniziato l’intervento pubblico dello Stato nell’economia capitalistica, che poi nel secondo dopoguerra sarebbe stato ripreso dalla politica economica democristiana, soprattutto nel periodo del post-centrismo, con la nascita delle cosiddette partecipazioni statali, ma soprattutto con l’iniziativa di Amintore Fanfani (1908-1991), già anticipata negli anni Trenta dai suoi celebri ed ancor oggi studiati saggi di Economia politica”.

Nelle riforme attuate dai cattolici nella recente storia italiana, la cosa, detta destra in attesa di ottenere un nome dignitoso e appropriato, deve trovare la ragioni di una pronta alternativa a quel taboga liberale che è inclinato all’annientamento (sotto l’ingente peso carnale della cancelliera tedesca) della tradizione cattolica e della dignità nazionale.

Coraggiosa e veritiera è la messa a punto sulle pseudo ragioni dell’Inghilterra, “che aveva interpretato la libertà dei mari come libertà di comandarvi con la soverchiante potenza della propria flotta, così da adeguare, in pace e in guerra, la navigazione degli altri paesi ai suoi esclusivi interessi soprattutto economici”.

L’analisi di Alfano non è dissimile a quella proposta da Emilio Gin ne L’ora segnata dal destino, il saggio che dimostra i dubbi e i timori di Mussolini alla vigilia dell’intervento

Infine il saggio dimostra l’illegalità del colpo di stato compiuto il 25 luglio del 1943 da Vittorio Emanuele III, vero padre della confusione circolante nelle viscere dell’Italia post fascista.

In conclusione si può affermare, senza timore dell’azzardo, che l’area detta “destra” può trovare in Alfano il titolare dell’intelligenza cattolica necessaria a promuovere la liberazione dalle trappole liberali e/o iniziatiche scattate nella testa della destra spensante, scismatica e suicidaria.

La politica italiana deve ritrovare le ragioni delle scelte politiche sollecitate da San Pio X e da Pio XII, decisioni che contemplano l’attività di un politico in grado di interpretare fedelmente la dottrina sociale della Chiesa e l’obbligo di condurre la destra, oggi capitolarda e vaniloquente, nell’area in cui si trovano le sue storiche radici e le sue vincenti idee.

Il saggio di Alfano, pertanto, appartiene al numero ristretto delle opere la lettura delle quali è indispensabile agli aspiranti a una svolta nella (finora) fallimentare storia delle destre.

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5 commenti su “Falangismo e fascismo, una lettura filosofico-politica – di Piero Vassallo”

  1. Massimo Scalfati

    Caro Vassallo, da studioso del Falangismo leggerò questo libro che ci consigli. Va ricordato, però, che il Falangismo non era di “destra”, ma nazional-sindacalismo. Come d’altronde, il Fascismo stesso non era nato di destra, ma a sinistra, arrivando a superare entrambe le antinomia, dialetticamente in un tentativo di sintesi. Di recente ho letto un libro raro, scritto da Roberto Cantalupo che fu ambasciatore d’Italia nel 1937 presso il governo nazionalista del gen. Franco. Cantalupo racconta che quando egli (su richiesta di Farinacci) cercava di introdurre l’argomento di una maggiore valorizzazione della Falange, Franco ed i militari rispondevano “izquierda”, con ciò ritenendo che la Falange fosse quasi un movimento di sinistra. Certo non era un movimento conservatore, come loro avrebbero voluto, ma rivoluzionario sociale.

  2. Massimo Scalfati

    Sul tema della falange, quale movimento rivoluzionario sociale, nient’affatto conservatore, rimando alla lettura dei seguenti saggi (che tu certamente già conosci, ma che è bene segnalere al pubblico): Bernd Nellessen – La rivoluzione proibita. Ascesa e tramonto della Falange” (ed. Volpe, 1965); Adolfo Munoz Alonzo – Un pensatore per il popolo (ed. Volpe, 1972); Scritti e discorsi di battaglia di José Antonio Primo de Rivera a cura di Primo Siena (ed. Volpe, 1967); Paolo Rizza – La Falange spagnola. Origine ed essenza di un movimento rivoluzionario (ed. Solfanelli, 2011)

  3. Se il Falangismo era di sinistra io mi mangio il cappello! Caro Scalfati, mi risulta che ancora parecchi anni dopo la fine della guerra civile il regime franchista facesse processare e fucilare (giustamente) anarchici, socialisti e comunisti colpevoli di crimini commessi durante la crociata di liberazione dai rossi. I partiti della sinistra sono rimasti fuorilegge (giustamente) fino alla morte del Caudillo. Era un regime autoritario di ispirazione fascista e cattolico conservatore ( contrario al divorzio, all’aborto, all’omosessualità e ad altre aberrazioni).
    Quanto al Fascismo mussoliniano,è vero che aveva anche delle connotazioni di sinistra (soprattutto all’inizio e nella R.S.I.) ma l’anticomunismo
    di fondo lo caratterizza stabilmente come un regime di Destra…il Fascismo non può che stare a Destra così come ci stava il glorioso MSI-DN

  4. Piero Vassallo

    al camerata: glorioso il Msi prima di Fini – glorioso il Msi cattolico di Michelini e De Marzio, non il Msi di Armando Plebe e dei neodestri …

  5. Massimo Scalfati

    A Pietro Vassallo: il MSI cattolico di Michelini ? De Felice giustamente ha osservato che il neofascismo italiano nel dopoguerra dimenticò le origini sociali e la visione ottimistica della vita (“Giovinezza”) per adottare una concezione pessimistica di tipo spengleriano, guénoniano, evoliano, per la quale il mondo contemporaneo è da respingere in quanto frutto di un processo di degradazione della storia da una primordiale “età dell’oro” (che lei conosce bene avendo scritto il libro sui “Figli del sole”). Si trattava di una concezione germanizzata e, quindi, sostanzialmente neonazista, lontana dal Fascismo italiano. I cattolici erano minoranza nel MSI. La maggioranza (soprattutto i giovani militanti) erano ispirati da questa weltanshauung wagneriana della caduta degli dei, della nostalgia per una mitica (e mai esistita nella storia) età dell’oro. Ciò aveva anche legami con il pensiero massonico della “parola perduta” e del ritorno ad una concezione primordiale dell’umanità (Milton). Tutto da…

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