FERMENTA COGNITIONIS: SHAKESPEARE CATTOLICO ? – di Fausto Belfiori

di Fausto Belfiori

 

Con buona pace della signora Frances Yates e dei suoi colleghi, abituati a prendere ed a presentare tutto ciò che è anticattolico per oro colato, il regno di Elisabetta I si fondava su governanti senza scrupoli, chierici disponibili all’apostasia per desiderio di potere, intellettuali in maggioranza servili, migliaia di spie, “orecchie perfide”, poliziotti spietati come la loro regina, seviziatori, boia specializzati negli squartamenti di cattolici, agenti provocatori e avidi che si inventavano congiure di “papisti” per far piacere alla regina ed alla corte e conseguentemente per accrescere il ricavato delle loro calunnie.

Una monarchia afflitta dalla “paranoia antiromana”. Tanti erano i modi ed i luoghi “di morte e dolorosa esecuzione” che segnavano il calvario dei cattolici intransigenti – i cosiddetti ricusanti- nel periodo elisabettiano.

In questo clima politico non si può chiedere a tutti di essere eroi: è duro affrontare la persecuzione, la tortura, il martirio. Di fronte ad un regime implacabile, è comprensibile che ci siano persone in angoscia non soltanto e non tanto per sé ma, spesso, soprattutto per i vecchi genitori, per il o la consorte, per i figli ed anche per gli amici con i quali si condividono sentimenti ed ideali. La “straordinaria vitalità” di cui si parla a proposito o, meglio, a sproposito della società elisabettiana comprende pure tanto dolore e tanta infamia. Basti pensare al massacro dei cristiani seguaci di Roma delle regioni del Nord.

Questo momento storico era stato il tema di un libro di Elisabetta Sala che aveva delineato un profilo della trista regina aderente alla realtà. Non le è stato difficile, perciò, offrire un quadro della Londra del XVI secolo come premessa ad una, non del tutto nuova ma avvincente e persuasiva proposta di un Guglielmo Shakespeare ben diverso dalla persona, dall’uomo di teatro e dal poeta su cui ha insistito una storiografia dimostratasi in molti casi scientificamente non troppo affidabile.

Infatti, lo scopo del paziente lavoro di restaurazione compiuto da Elisabetta Sala è di provare ciò chelibro sala“ancora molti non ammettono”, vale a dire, “che il Bardo dell’Avon abbia fatto parte di ambienti cattolici per tutto l’arco della sua vita e della sua produzione artistica”. Alla Sala preme riportare alla luce “il legame che connette Shakespeare alle grandi famiglie cattoliche di quella regione settentrionale che era rimasta praticamente impervia al protestantesimo di Stato.” Le stesse famiglie cattoliche che rimasero vittime di quelle che la storica definisce, senza esagerazione, “macellazioni rituali”.

Ho parlato di paziente lavoro dell’autrice, ma non ho usato un aggettivo laudatorio: è soltanto la constatazione di una attenta analisi che permette al lettore di pronunciarsi sulla fondatezza della tesi.

Sala affronta “L’enigma di Shakespeare” – questo è il titolo del libro – in modo che, alla domanda se il drammaturgo sia stato cortigiano o dissidente, il lettore stesso abbia gli elementi necessari per rispondere. I dati che fornisce, i particolari che pone a disposizione sono tali da non creare difficoltà a formulare la risposta.

Si veda, per portare un esempio significativo, la differenza del trattamento riservato ai sacerdoti cattolici rispetto a quello che usa per presentare i pastori anglicani: gli uni “sono sempre individui di tutto rispetto che evocano un senso di rimpianto per un mondo perduto per sempre” , gli altri “difficilmente fanno una bella figura”.Un altro esempio di non minore entità: numerosi studiosi dei nostri giorni- registra l’autrice – asseriscono che Cesare, nella tragedia omonima, rappresenta “l’autorità papale e la chiesa di Roma, afflitta da difetti e bisognosa di riforme nel suo lato umano, ma santa e inviolabile nel suo lato divino”.

Talvolta – certifica la Sala – le posizioni religiose e politiche antielisabettiane di Shakespeare sono di una tale “evidente audacia” da far pensare a “protettori potenti per Will di Stratford e la sua compagnia”.

A questo punto è opportuno sottolineare due aspetti dell’accurato lavoro di Elisabetta Sala che non si limita a collocare in evidenza quella che, a suo giudizio, è la cattolicità di fondo della creazione shakespeariana, ma va alla ricerca e alla scoperta di tutte le componenti che offrono una così viva ed imperitura testimonianza di passione per l’arte, di dedizione al teatro ed alla poesia come quelle che si manifestano nel prolifico Guglielmo. Inoltre il suo rispetto per la scienza storica non la chiude a interpretazioni diverse dalle sue che vengono sempre esposte in maniera lucida ed esauriente.

Questo non conduce Elisabetta Sala a spostare il suo angolo visuale che le assicura il più ampio scenario. Tra l’altro le permette di dare maggiore risalto al modo con il quale Shakespeare ha descritto una società che, dalla corte alla plebe, appare moralmente sfaldata perché permeata di menzogna, di tradimento, di corruzione, di doppiogiochismo: un degrado che è conseguenza della abiura di Enrico VIII e della figlia, degna di occupare un trono immerso nel sangue. “Nello stile declamatorio ed altisonante che era in voga nei primi anni novanta del Cinquecento – scrive l’autrice de “L’enigma Shakespeare ,edito da Ares – si snodano e si narrano atti tra i più turpi e raccapriccianti che mente umana possa concepire…” E’ evidente che l’uomo di teatro, ormai signore del terreno in cui agisce, adopera la storia – le vicende succedutesi nei secoli ed i loro protagonisti – al fine di inchiodare i potenti ed i subalterni che vede intorno a sé agitarsi per finalità tutt’altro che nobili; di condannare il furore anticattolico che spinge a profanare le chiese, a fare a pezzi le statue di Maria (celebre quella della Madonna vulnerata) – il comportamento dei teppisti non cambia, come abbiamo registrato in questi giorni – ed a negare la dottrina della fede nonché la validità dei sacramenti. Pure per l’abilità nel servirsi del passato al fine di descrivere il presente ed ammonire, il grande William – ricorda Sala – è chiamato il “maestro dei doppi sensi”.

Tante sarebbero ancora le sollecitazioni a parlare di questo libro dove non disturba l’insistenza della storica nel ribadire “la consueta, ricorrente, accennata, velata e sempre negabile dissidenza” in un teatro che si impone e va oltre i vari gusti e le tendenze dei secoli. In queste pagine è offerto all’intelligenza un piatto che è piacere ed alimento, ma mi paiono sufficienti queste righe per indurre alla lettura ed alla meditazione. Ci si rende conto, in tal modo che è ben più di una “ipotesi cattolicista” considerare Shakespeare cattolico o per lo meno sostenitore della causa dei “ricusant i”,cioè, di coloro che intendevano rimanere fedeli a Roma e al suo credo.

C.S. Lewis, un altro scrittore credente che rischia con Chesterton e Belloc di essere frainteso e scadere a moda, rilevò ironicamente che oltreoceano “ogni settimana un intelligente studente americano, ogni trimestre un insignificante cattedratico americano, scoprono per la prima volta il significato autentico di un’opera shakespeariana”.

Ebbene, Elisabetta Sala non vuole fare alcuna scoperta, ma si propone di contribuire a prendere atto di una realtà.

 

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