Festival delle Religioni – di Pietro De Marco

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Festival è “manifestazione artistica a premi, che si svolge periodicamente, talora in forma di gara”, ci avverte il ‘Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana’ del De Mauro.  E nella costellazione dei termini affini, delle entità e attività connesse, troviamo fiera e passerella, indice di gradimento e Guest Star, totofestival e valletta. Mancava, dunque,  al fardello degli inconsulti sfregi che la mezza-cultura egemone porta quotidianamente alle forme prime della civiltà occidentale (tra cui anche scienza e filosofia, frequentati oggetti di Festival), solo che si mettessero anche “le Religioni” nel circuito della kermesse ‘festivaliera’.

di Pietro De Marco

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ZZZfstvrlgnFestival è “manifestazione artistica a premi, che si svolge periodicamente, talora in forma di gara”, ci avverte il ‘Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana’ del De Mauro.  E nella costellazione dei termini affini, delle entità e attività connesse, troviamo fiera e passerella, indice di gradimento e Guest Star, totofestival e valletta. Mancava, dunque,  al fardello degli inconsulti sfregi che la mezza-cultura egemone porta quotidianamente alle forme prime della civiltà occidentale (tra cui anche scienza e filosofia, frequentati oggetti di Festival), solo che si mettessero anche “le Religioni” nel circuito della kermesse ‘festivaliera’.

Le Religioni, tutte, sono delle totalità incorporanti, a misura di civiltà, sono scambi con la Trascendenza, istituti radicali per l’uomo, non oggetti di cui parlare come si  presentano canzoni  o si sciorinano prodotti e curiosità di folklore. Più ancora che irriguardoso è manipolatorio. La Chiesa cattolica, intendo Roma, che sempre ha tenuto nelle sue relazioni mondiali, politiche e religiose,  una posizione antirelativistica (anche nei rischiosi incontri di Assisi, comunque promossi in autonomia), almeno fino alla soglia Bergoglio,  avrebbe dovuto guardarsi dall’entrare nel gioco di un “Festival delle Religioni” (clicca qui e qui) per sottolineare, al contrario, la propria realtà originaria e proteggere anche quella delle altre confessioni cristiane e delle religioni non cristiane. Né il cristianesimo, né l’islam, né l’ebraismo  né altre “religioni”  sono enti da convocare ad un tavolo/spettacolo, per iniziativa di un ‘terzo’ superiore e giudicante. Forse solo la Chiesa, “che non riconosce [nel mondo] nessuna potestà superiore a sé”, ha la consapevolezza di questa dignità delle grandi fedi positive, e il linguaggio appropriato per dirlo; da ciò la sua responsabilità.

Così, a mio avviso, hanno sbagliato anche gli altri ‘rappresentanti’ delle “religioni” a prestare logo e presenze; perché farsi ‘cosificare’ e relativizzare come capi da esposizione o performances cui il pubblico darà (e lo darà, seppure informalmente) un voto?

Vi sono dunque due ordini di ragioni per non fare, o non legittimare, un Festival delle religioni. L’una  è il messaggio fatuo e ridicolizzante  che, riguardo alla Religione, la parola Festival trasmette ad un’opinione pubblica senza difese. L’altra è la sostanza paternalistica dell’atto di ‘offrire spazi d’incontro’ alle Religioni, in realtà a loro ‘rappresentanti’ (senza considerare che, a rigore, ‘rappresentare’ una Religione, che è più delle proprie istituzioni e uomini, è impossibile). Comunque, ‘offrire spazi’, siano congressi, tavoli o edifici, alle “religioni” per il dialogo, esprime una sorta di supponente, scarsamente benevolo, giudizio di qualcuno sull’incapacità, l’immaturità,  delle ‘religioni’ all’autocritica e al dialogo, considerati come valori assoluti cui esse andrebbero educate o convertite. Su una linea fallimentare già sperimentata: Templi delle religioni, Cappelle delle religioni, Musei delle religioni; con la stessa astratta ignoranza di cosa siano l’uomo e la società,  con cui l’architetto utopista del Novecento progettava ‘piazze’ che nessuno mai avrebbe frequentato o edifici comunitari poi mutati in inferni.

Altri sono gli Assoluti delle tradizioni religiose; altri dalla correctness i canoni superiori cui il membro di una Città di Dio in terra deve conformarsi: si tratta, dalle origini, della salvezza personale e cosmica, e della edificazione di nuove comunità sante. Le ragioni per comunicare tra credenti di fedi diverse, com’è sempre avvenuto senza patrocini esterni, sono interne alle fedi e sotto la loro iniziativa e giurisdizione. Con tutto il rispetto per relatori di rango, che cristiani, ebrei, musulmani debbano sedere come scolari/spettatori ad ascoltare la lezione/spettacolo di intelligenze eccentriche, o ostili, all’idea stessa di Tradizione religiosa, siano Paolo Mieli o Vito Mancuso, Emanuele Severino o Marco Vannini, suona spiacevole paradosso. E segnale di disorientamento in alcune delle guide cui cristiani, ebrei, musulmani si affidano.

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pubblicato sul Corriere Fiorentino del 3.5.2014

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5 commenti su “Festival delle Religioni – di Pietro De Marco”

  1. conosco solo la Religione, quella vera. quella di Gesù . Tutte le altre sono opere del principe di questo mondo. Per cui non capisco la necessità di fare comunella con le altre false religioni,ma gli infedeli non si dovrebbero convertire ?. Se non si proclama il vangelo a tutte le genti della terra, affinchè si salvino dalla perdizione eterna, qualcuno mi sa spiegare a cosa serve la Chiesa ? A cosa sono serviti le migliaia e migliaia e migliaia di martiri che nel corso dei secoli hanno proclamato la loro fedeltà alla SS. Trinità ( di cui non si parla quasi più ) . Sono stati dei poveri illusi ? Se tutte le” religioni”sono giuste, allora che ci stiamo a fare? Cosa stiamo a perdere tempo andando alla S. Messa, il tempo dedicato alla preghiera, cercando di comportarci in modo onesto, non facendo del male a chi ci perseguita, perdonando, etc.etc. E’ meglio che ci coltiviamo il nostro orticello, e come la va’ la va’, tanto ci salvano tutti. !!!!

  2. piero nicola

    Le religioni non cattoliche sono “assoluti” dannosi per la Verità e per le anime. Esse contengono errori gravemente pregiudizievoli per la salvezza. Perciò, possono degradarsi a loro piacere senza gran danno, Dio permettendolo.

  3. Quanto sopra, ovviamente, non si riferiva al dottor De Marco, ma all’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che ha parlato dei valori familiari nell’epoca di Papa Francesco, infarcendo il suo discorso di slogan sessantottini che vogliono precludere ogni discussione sul merito, punto su punto, mettendo a tacere l’interlocutore già in partenza: se non concordi vuol dir che sei un fondamentalista, un bieco reazionario (così ragionavano gli estremisti di sinistra all’epoca in cui io ero all’università, appunto, nella seconda metà degli anni ’60). Qui si nasconde (nemmeno poi tanto) l’intolleranza, la spocchia, l’aria di saccenti insofferenti, preludio di una dittatura del pensiero e dell’azione (la persecuzione dei F.F.I. e le defenestrazioni di Padre Livio ne sono conferma innegabile). Pace e bene a tutti.

  4. Meno male che io sono:fondamentalista, bieca reazionaria, criptolefebrviana,e tutto quello che a questi ” bravi arcivescovi ” può dar fastidio.

  5. un cieco che conduce un’altra cieco finiranno tutti e due nel fosso. Solo GESÙ CRISTO e’ la VIA, la VERITÀ e la VITA. Non ci sono due o più verità

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