Figli della modernità: frustrati, rabbiosi e rancorosi

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Sono frustrati, incattiviti, pieni di rabbia e di risentimento: delle mine vaganti pronte a esplodere, non si sa quando, perché dipende dalla loro capacità d’immagazzinare frustrazione in silenzio, ingoiando una vita amara, vuota, desolante, ridotta a un deserto affettivo, intellettuale, spirituale, morale, e incapaci o privi dei mezzi necessari per dare una risposta positiva a tali sentimenti distruttivi, per reagire e trasformare frustrazione, rabbia e rancore in saggezza di vita e sublimazione delle passioni.

È il ritratto dei figli della modernità: uomini e donne sradicati, alienati, impoveriti, regrediti materialmente e spiritualmente, ma non – ecco il punto – tecnologicamente; anzi, forniti di sempre nuovi strumenti per operare a livello informatico e, soprattutto, per interagire sui social network e far sentire, ahimè, la loro voce. La quale non può essere se non mezzo di sfogo della loro frustrazione, della loro rabbia e del loro rancore.

Contro chi? Non contro i veri responsabili del processo d’impoverimento, di inaridimento, di declassamento, di regresso di tutta la società, dalla scuola alle professioni, dai pubblici servizi alla cultura, dalla finanza allo sport, i quali, d’altronde, sono pressoché irraggiungibili dalla vendetta o anche solo dalle rimostranze dei comuni mortali; ma contro il collega, il vicino di casa, o anche il semplice passante, il perfetto sconosciuto, chiunque abbia la sfortuna di cadere sotto le loro zanne e i loro artigli informatici, d’incorrere nella loro furia incontenibile, ma cieca e disordinata.

Fino a tre decenni or sono la frustrazione, la rabbia e il rancore di questi individui-massa non aveva alcuna possibilità di sfogo, se non in qualche scatto d’ira, in qualche banale lite di strada, in qualche battibecco col vicino di casa; e perciò si accumulava lentamente ma inesorabilmente, e, nei soggetti psichicamente ed emotivamente più fragili, poteva dare luogo, all’improvviso, a paurosi moti di furia distruttiva, come illustrato dal regista Joel Schumacher nel film Falling Down (Un giorno di ordinaria follia) del 1993, dove l’anonimo impiegato Michael Douglas, divorziato, disoccupato, impossibilitato ad avere la figlia da un’ordinanza del giudice e costretto a vivere con l’anziana madre, durante un gigantesco ingorgo stradale va fuori di testa, vaga per le strade di Los Angeles e, dopo varie disavventure, finisce per procurarsi delle armi e fare una strage, sparando a casaccio contro chiunque gli capiti a tiro.

Di fatti del genere, più o meno gravi, ne accadono ormai con notevole frequenza, non solo negli Stati Uniti d’America, ove, ad esempio, le stragi di studenti e professori nei campus universitari sono quasi all’ordine del giorno, ma anche in Europa e nel nostro Paese, anche se qui sono resi meno eclatanti dai limiti imposti dalla legge alla vendita di armi ai privati cittadini, limiti che oltreoceano non esistono.

E tuttavia, è probabile che il loro numero sarebbe assai maggiore se la gente non avesse trovato un altro modo per sfogare la propria aggressività impotente, un modo assai più facile e meno rischioso, che offre, in compenso, delle soddisfazioni, se così vogliamo chiamarle, se non altrettanto cruente, forse poco meno gratificanti a livello profondo: i social network. Oggi chiunque può usare la tastiera del computer, o anche i tasti del telefonino, come se fossero delle pistole automatiche, delle mitragliatrici o delle bombe a mano. Può fare, insomma, moralmente parlando, delle stragi vere e proprie: e la tentazione è talmente forte, le occasioni sono talmente ghiotte e frequenti, e le possibili conseguenze spiacevoli sono, o appaiono, così remote, così aleatorie, che sono pochi quelli dotati di sufficiente buon senso e padronanza di sé per resistervi.

Forse è un bene che sia così, almeno in termini di risparmio di vite umane; certamente, però, il meccanismo dei social finisce per autoalimentarsi, generando sempre nuova frustrazione, nuova rabbia e nuovo rancore, prima di aver assolto al “compito” di sfogarli e, così, disinnescarli; inoltre contribuisce alla crescente deresponsabilizzazione della rabbia, perché le persone che si servono di questo strumento per insultare, aggredire verbalmente, offendere e calunniare il prossimo, che spesso neppure conoscono di persona, non si rendono conto della effettiva portata del loro agire e non credono di fare nulla di particolarmente sbagliato o riprovevole.

Tale è il caso dei minorenni che postano frasi e immagini oggettivamente denigratorie e ricattatorie, passibili anche di conseguenze penali, delle quali non sembrano avere alcuna idea: valga per tutti il caso degli studenti che riprendono scene di bullismo e violenze vere e proprie, da loro commesse ai danni di compagni o professori, e poi le postano sui social, vantandosene e aggiungendovi commenti offensivi e irresponsabili, dai quali traspare tutta la loro assoluta, sconcertante inconsapevolezza, che sembra essere ormai slegata dal fattore intelligenza.

Nel reality Il Collegio, dove dieci ragazze e dieci ragazzi fanno la vita di un collegio di quasi quarant’anni fa, ma sotto l’occhio vigile delle telecamere, un gruppo di studenti aveva deciso di fare una bravata notturna in classe, mentre una loro compagna si era rifiutata di parteciparvi; nei commenti postati prontamente sui social, gli altri le auguravano la morte: uno diceva: Che ti possa venire il cancro; e un altro: Verrò a farmi una pipa al tuo funerale. In un certo senso, è come se il porto d’armi fosse stato totalmente liberalizzato e chiunque, anche un bambino, si sentisse autorizzato a sparare alla cieca, proprio come faceva, ma con suo rischio fisico e personale, il povero impiegato neo-licenziato ed esasperato Michael Douglas, che non aveva più nulla da perdere, nel film testé citato.

Ma c’è un altro aspetto di questo fenomeno, più specifico, sul quale vale la pena di soffermarsi a riflettere: quello più propriamente culturale. La scuola di massa e l’università di massa sfornano ogni anno decine di migliaia di giovani semi-istruiti, cioè semi-ignoranti, i quali, venuti in possesso di un diploma, si sentono perfettamente autorizzati a fare gli esperti di qualsiasi cosa in ambito intellettuale per il resto della loro vita.

Ci sono milioni di persone semi-istruite, cioè semi-ignoranti, che pensano e pretendono di essere depositarie di una scienza ineffabile, alla quale tutti gli altri si dovrebbero inchinare, e che smaniano dal bisogno compulsivo di comunicarla al maggior numero di persone possibile. Un tempo non lontano questi maniaci, afflitti da narcisismo patologico, tempestavano le redazioni dei giornali con le loro lettere verbose, sconclusionate, farneticanti, sgrammaticate, e poi si lagnavano di essere stati censurati per il fatto che non venivano pubblicate, sostenendo di essere vittime di un progetto di manipolazione globale dell’informazione.

Oppure andavano a tutte le conferenze possibili, non per ascoltare ciò che il relatore aveva da dire, magari dopo un’intera vita di studio, ma per intervenire e fare la loro mimi contro-conferenza, oltretutto dando la pagella e assegnando il loro insindacabile giudizio a chi, parlando per un’ora o due, aveva esposto il risultato delle sue ricerche e delle sue riflessioni. Erano sempre lì, pronti ad alzare il dito per chiedere la parola, non appena il relatore aveva concluso l’ultima frase; e attaccavano subito non ricollegandosi a ciò ch’era stato detto e soprattutto non per far domande o chiedere chiarimenti, ma per sfruttare lo spazio e il microfono che veniva messo a loro disposizione, e così pontificare abusivamente e strappare cinque minuti di visibilità, fino a quando il fastidio degli astanti si trasformava in brusio di malcontento e, finalmente, il moderatore si decideva a levar loro il microfono; al che, non di rado, lasciavano la sala furenti e minacciosi, sostenendo di essere stati ignorati a motivo delle cose troppo acute che avevano detto e delle verità troppo scomode che avevano affermato.

Ora però, con l’avvento dell’era informatica e specialmente dei social, tutti questi piccoli frustrati, rancorosi e rabbiosi hanno trovato il palcoscenico adatto per far sentire la loro presenza e far rifulgere la loro intelligenza, la loro cultura e la loro saggezza. Non c’è blog sul quale non imperversino: inveterati parassiti anche in questo, di solito non creano un loro blog, ma sfruttano quelli degli altri e li tempestano con commenti sprezzanti, a volte ingiuriosi, dai quali traspare tutta la loro pochezza, ma essi, accecati dalla presunzione delirante che li affligge sono i soli a non rendersene conto, e di fronte al silenzio o alla censura dei curatori dei blog s’indispettiscono ancor più, s’incarogniscono, diventano velenosi, astiosi, vendicativi. In genere trasferiscono la loro rabbia e la loro frustrazione su un secondo, poi su un terzo blog, e poi un quarto e così via, ovunque replicando lo stesso copione, il solo che conoscono: far sentire la loro presenza, stupire tutti quanti col loro sapere, e poi far piovere gli insulti e le scomuniche di fronte all’indifferenza di quanti non riconoscono prontamente i loro meriti, o addirittura si permettono di snobbarli. Nel modo di fare di queste persone concorrono quasi tutti i sentimenti negativi umanamente possibili, dall’aggressività, alla gelosia, all’invidia, esasperati dalle dinamiche della comunicazione informatica.

D’altra parte, non si deve credere che le cose vadano molto diversamente fra quanti sono riusciti a sfondare e a emergere, grazie ai loro meriti o alle loro amicizie e raccomandazioni, non solo nell’ambito dello spettacolo, ma anche in quello della cultura, o spacciato per tale, dal momento che nell’era della spettacolarizzazione generalizzata tutto diventa spettacolo: politica, economia, scienza e cultura comprese.

Ed ecco il celebre storico o il noto filosofo, ospiti fissi dei vari salotti televisivi, i quali sfoggiano una perfetta messa in piega e capelli e barba meravigliosamente tinti, in modo da sembrare più giovani di dieci anni di quanto non siano in realtà; ma più spesso personaggi dalle origini oscure, spacciati per giornalisti, ma in sostanza opinionisti chiamati a pontificare su qualsiasi cosa, dalle grandi questioni etiche all’emergenza educativa e dallo smaltimento dei rifiuti di plastica al problema delle sette e dei falsi maestri spirituali.

Inutile dire che vengono chiamati così spesso perché hanno il merito di dire esattamente ciò che i proprietari delle televisioni vogliono che venga detto al pubblico, anche se si tratta di vere e proprie mistificazioni, o, nel migliore dei casi, di pie banalità che chiunque, senza pretendersi esperto di alcunché, sarebbe capace di dire quanto loro e, forse, anche meglio di loro. Tuttavia, il loro obiettivo principale non è quello di far conoscere la loro riverita opinione su questo o quel problema monetario, etico, sociale, scientifico, legislativo, quanto di occupare uno spazio che, altrimenti, verrebbe prontamente afferrato da un altro, il quale sarebbe automaticamente, e solo per ciò, un loro temibile concorrente e quindi un mortale nemico.

Anche fra questa razza di pseudo intellettuali di successo, la preoccupazione numero uno non è la trasmissione di un sapere o l’affermazione di una verità, ma la difesa a oltranza della posizione di visibilità raggiunta dopo tante fatiche (o dopo tante raccomandazioni, specie a livello partitico) e la lotta senza quartiere contro rivali effettivi o potenziali. Anche per loro la molla fondamentale è fornita dalla gelosia, dall’invidia e dalla rabbia, sicché essi non fanno altro che replicare, su una scala maggiore le stesse dinamiche dei tantissimi signor nessuno frustrati e rancorosi che impazzano sui social.

Il fatto che non di rado il confronto fra questi bei campioni degeneri in una rissa e che volino gli insulti al posto dei ragionamenti, con minacce di querele e controquerele (e non solo minacce), mostra di qual pasta siano fatti costoro e quale sia il livello di onesta informazione e di pacata riflessione, debitamente argomentata e documentata, che il pubblico può aspettarsi da loro. Del resto, il pubblico serio non li segue affatto; a seguirli sono i telespettatori più sprovveduti, più superficiali e un po’ cialtroni: quelli che attribuiscono al numero e alla quantità un valore intrinseco di verità; che adorano l’audience e non chiedono affatto un’occasione per crescere e sviluppare il loro spirito critico, ma uno spettacolo d’intrattenimento, tutto sommato l’equivalente culturale della corrida o della partita di calcio.

Concludendo. Il dato da cui bisognerebbe partire è la frustrazione, che insieme alla rabbia e al rancore rende tantissime persone aggressive, malevole, pronte a scattare come una molla, contro chiunque, alla prima occasione. Da che cosa nasce un tale groviglio di sentimenti negativi? E la petulanza, la presunzione, la gelosia dei tanti, troppi geni incompresi, da cosa nascono?

A nostro avviso, entrambe le dinamiche, la frustrazione aggressiva e la sindrome del genio misconosciuto, vengono originate da un lato dalla crescente spersonalizzazione dei rapporti sociali, dove le persone si sentono messe in un angolo e non di rado devono interagire con le macchine invece che con altre persone (segreterie telefoniche, prenotazioni e informazioni informatiche, biglietterie automatiche), anche quando avrebbero un vero bisogno di aver di fronte persone sollecite e capaci di ascoltarle, e dall’altro da una continua sollecitazione del proprio ego, specie da parte della pubblicità, ma anche di altre agenzie che adottano stili comunicativi tipicamente pubblicitari, alla quale, però, non fa riscontro una vera gratificazione, perché questa avviene, o è possibile, solo nella relazione personale e rimane insoddisfatta, invece, quando i rapporti sociali sono dominati dalla impersonalità. In altre parole, viviamo in una società che lusinga la vanità narcisista di ciascuno, ma non gli offre i mezzi atti a soddisfarla, bensì solamente dei surrogati di mediocre valore: com’è tipico, del resto, di ogni meccanismo consumistico, ove i bisogni artificialmente creati o esasperati non trovano mai un reale appagamento e perciò generano necessariamente dipendenza, delusione e, da ultimo, frustrazione e scontento. Come si può uscire da questo meccanismo infernale che si autoalimenta e crea sempre più frustrazione, rabbia e rancore? Semplice: tornando a esser se stessi e rifiutando i ricatti dell’ego.

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1 commento su “Figli della modernità: frustrati, rabbiosi e rancorosi”

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