“FUORI MODA” – un viaggio con Alessandro Gnocchi nel Mondo piccolo di Guareschi/III

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Cari amici,

prendiamoci un po’ di tempo per ristorare la nostra anima, il nostro cuore e il nostro cervello. Non permettiamo all’orrore e allo squallore che ci assillano ogni giorno di avere la meglio su di noi. Per questo, nel corso dell’estate vi invito a un viaggio nel Mondo piccolo di Guareschi. Nei secoli scorsi, aristocratici, grandi borghesi e intellettuali compivano un Grand Tour di formazione in Europa che li conduceva inevitabilmente ai piedi della modernità, caduca e miserabile. Noi, in fondo al nostro Petit Tour, avremo gli occhi colmi di ciò che non muore. Fuori moda.

Buon viaggio

Alessandro Gnocchi

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Viaggio a Mondo piccolo – terzo giorno

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Come dice don Camillo, c’è sempre qualche stupido di città che preferisce le sigarette. Ma è molto meglio un mezzo toscano: se si è avuto cura di accenderlo in riva al grande fiume, non ne serve di più perché il fumo faccia il suo dovere. Dietro quel velo azzurro, così concreto e così impalpabile, prende forma il mondo incantato della Bassa. Un territorio fatato, come quello che amava mostrarsi agli antichi narratori di storie tra le spirali profumate ed evocatrici dell’incenso o delle pipe di coccio. E’ il primo passo nella reale ed eterna magia della fiaba.

Poi, bisogna lasciarsi rapire dall’incedere liturgico del racconto, come facevano i contadini raccolti nelle stalle, ultimi custodi di riti celebrati nelle corti. Allora, quando il novellatore parlava, come in una cappella, le donne e gli uomini si spartivano in gineceo di ricamatrici e in androceo di fumatori, in mezzo i bambini. Tutti attendevano che il celebrante facesse quasi toccare con mano le meraviglie di mondi lontanissimi. Con un breve gesto, il raccontafiabe apriva un varco nel fumo rituale della sua pipa: e una creatura passava dal buio della prigione alla luce di un giardino fiorito. E non si poteva più dire dove arrivasse il racconto e dove la realtà.

Senza riposo e senza tempo, questa magia delle parole continua a ripetersi nelle pagine di Guareschi. Può testimoniarlo chi abbia avuto abbastanza cuore e delicatezza da fendere l’esile sipario azzurro con cui il mezzo toscano, lì in riva al Po, ha nutrito l’attesa della visione. Cuore e delicatezza ripagati dall’apparizione della fettaccia di terra che vive tra il grande fiume e il monte accompagnata da tutte le bizzarrie di cui è madre. Piatta solo per chi non abbia occhi disposti alla meraviglia, silenziosa solo per chi non abbia orecchi votati all’incanto. Terra popolata da destini apparentemente ordinari: dimenticabili, se non fossero toccati dalle bislacche esigenze del tragico e del comico attraverso le quali si manifesta la luce del soprannaturale.

Perché la Bassa di Guareschi vive nell’epifania luminosa del sacro. Nel bagliore che rivela definitivamente ciò che gli uomini troppo a lungo hanno dimenticato. Per questo, a Mondo piccolo, può essere segno di un destino anche il semplice incontro con un ritratto di famiglia. L’improvvisa apparizione di uomo o una donna di cui mille volte si è sentito parlare senza badarci. Immagini trascurate fino a quando una luce nuova svela che gli occhi di quelle creature hanno visto gli anni incantati della grande bellezza. Che le pupille luminose di quei vecchi custodiscono ciò che i nipoti e i nipoti dei nipoti cercano dalla nascita dentro e fuori dalla propria anima: l’ordine sacro delle cose e delle parole. Che è musica e luce. È ordito incessante di attimi colti al culmine del loro splendore. È fiaba.

Le tre “Storie” del prologo al “Don Camillo” sono lì a dimostrarlo, trapuntate di simboli e di ricordi in quel gioiello letterario che è “Qui con tre storie e una citazione si spiega il mondo di Mondo piccolo”. Lì dentro, sono fasciate in uno scritto che la levità del corsivo in cui è stampato rende prezioso e leggero come una veste bianca da battesimo e, allo stesso tempo, eccentrico e violento come un gesto creatore.

Bisogna cominciare da qui.

“Io da giovane facevo il cronista in un giornale e andavo in giro tutto il giorno in bicicletta per trovare fatti da raccontare”.

Guareschi aveva cominciato a scrivere nel 1929. Lavorava per la “Gazzetta di Parma” e per altre pubblicazioni della sua città, da “La Fiamma”, organo del Guf, all’estroverso e goliardico “Bazar”. Si firmava volentieri Michelaccio, un po’ alla maledetta e un po’ alla romantica. Per “La Fiamma”, nel 1932, scrisse una struggente “Esplorazione a Strapaese”. Roba da cronista, può darsi, ma ricamata con gioielli che poi impreziosiranno alcune storie di Mondo piccolo. Come la descrizione dei “festival”, quelle meraviglie ambulanti che giravano la Bassa per far ballare la gente. O come la storia della famiglia Cantoni:

“Nei pressi di Colorno, verso il 1890 viveva la famiglia dei Cantoni: era una famiglia patriarcale, attorno al cui capoccia si raccoglieva una coorte di figli, di nuore, di nipoti. Contadini, gli uomini e le donne, di buon mattino andavano nei campi a lavorare. Ma il vecchio rimaneva in casa a comporre valzer e mazurche, a concertare polche e marce. Il vecchio a una certa ora staccava dal chiodo la cornetta, usciva sull’aia e suonava a raccolta: le donne, i bimbi, gli uomini udivano e ritornavano a casa.

“Deponevano gli strumenti del lavoro e tutti, uomini, donne e bambini, levavano dalle custodie gli strumenti musicali, si raccoglievano attorno al vecchio e, intenti alla sua bacchetta, concertavano i valzer e le polche che avrebbero fatto delirare le folle raccolte attorno ai ‘festival’.

“C’è in questo qualcosa di profondamente diverso dal jazz e dall’Orquestra tipica, di infinitamente più grande. (…). I Cantoni (…) non han letteratura, ma rimangono vivi ancora nel ricordo dei vecchi che mi fan circolo attorno, mentre i cento Whitemann e Pettorossi, che riempiono dei loro nomi le gazzette di tutto il mondo, non rimarranno nel ricordo dei giovani che fan cerchio attorno al grammofono e alla radio.

“Perché i Cantoni son Strapaese e Strapaese è cuore, mentre il jazz è Stracittà e Stracittà è cervello”.

Roba da cronista, forse, se fosse nata e morta nel 1932 su “La Fiamma”. Roba da grande narratore, invece, poiché vent’anni dopo, con la descrizione del “festival”, tornò a pulsare nel cuore di un racconto come “La banda”. Una storia intima e visionaria di metamorfosi degli affetti in cui si misurano il marchese, nobile e agrario, e il Falchetto, plebeo e comunista. Uno fondatore e signore della banda musicale del paese, l’altro ultimo dei musici senza qualità. E se il marchese nutre un disprezzo supremo per il Falchetto, questi lo ripaga di odio e rancore. Fino a quando, la morte del vecchio agrario ripone ogni cosa al suo posto. Allora, dal disprezzo, come da una crisalide a primavera, sboccia in volo un’attenzione sublime e totale. Mentre l’odio migra in un amore quasi filiale. Tutto perché il vecchio ha lasciato il suo clarinetto, come dire l’anima, proprio a quel rosso vigliacco. E il comunista rancoroso, con tutta la banda, si presenta a salutare il corteo che accompagna il morto alla sua dimora con una serenata, “La canzone del Po”, il capolavoro del marchese. E si capisce che al Falchetto, con quel clarino, tocca la parte dell’allodola, quella che il vecchio sprezzante aveva sempre serbato per sé:

“C’era, dentro quel clarino che suonava ai piedi dell’argine, tutta l’animaccia del marchese, tutta l’animaccia del Falchetto, tutta l’animaccia di quella porca gente che vive là, in quella fetta di terra tra il monte e il fiume. E l’allodola saliva diritta nel cielo lasciandosi dietro una scia di note acute, come un sottile filo d’argento. E, arrivata all’ultima nota, si fermava facendola tintinnare. (…).

“E pareva che, lì sull’argine, ci fosse a dirigere la banda Giuseppe Verdi di persona, con la faccia raggrinzita dalla solita smorfia malgarbata della gente che ha un cuore grande come questo piccolo mondo.

“’Bene’ disse l’anima del marchese. E il carro riprese la sua strada”.

Solo il laico dei sentimenti si ribella all’idea che Verdi si scomodi per dirigere “La canzone del Po” al funerale del marchese. Il maestro, andato incontro alla morte che lo chiamava fra le righe del “Falstaff”, non può essere insensibile al destino di un uomo che ha riempito degnamente la propria vita per prepararsi al passo estremo. E che, in sovrappiù, ha riempito quella di un vigliacco come il Falchetto. Per il semplice motivo che il Falchetto, il marchese e gli altri squinternati abitanti di Mondo piccolo, come Verdi, vivono di incanto: che significa di fiaba, ma vuol dire anche dentro il canto. E’ tutta gente che osa desiderare e, in premio, riceve la chiave celeste di questo verbo che sa tanto di fiaba. E scopre che, separando con un trattino il “de” dal “siderare” la parola viene restituita al suo significato magico e arcano: portare giù dalle stelle. Però sa anche che questo non si traduce nel tentativo folle e blasfemo di rendere caduco l’eterno. Ma che, piuttosto, è la capacità di far cantare alla terra, anche solo per un istante, le melodie dei cori angelici.

Tradotto sulla pagina, tutto questo non è roba da semplice cronista. E’ un piccolo miracolo letterario di cui sono capaci solo pochi scrittori. E qui bisogna fare un passo avanti lungo il prologo.

“Io, nel mio vocabolario, avrò si e no duecento parole, e son le stesse che usavo per raccontare l’avventura del vecchio travolto da un ciclista o quella della massaia che, sbucciando le patate, ci rimetteva un polpastrello.

“Quindi niente letteratura o altra mercanzia del genere: in questo libro io sono quel cronista di giornale e mi limito a raccontare dei fatti di cronaca. Roba inventata e perciò tanto verosimile che mi è successo un sacco di volte di scrivere una storia e di vederla, dopo un paio di mesi, ripetersi nella realtà. E non c’è niente di straordinario, è semplice questione di ragionamento: uno considera il tempo, la stagione, la moda e il momento psicologico e conclude che, stando così le cose, in un ambiente x possono verificarsi questa e quest’altra vicenda”.

In poche righe, Guareschi condensa alcuni passaggi fondamentali del celebre saggio di Tolkien “Sulle fiabe”. In particolare, quello in cui viene descritta la possibilità di utilizzare gli elementi della realtà quotidiana per costruire un mondo coerente e vero: un’arte che l’autore del “Signore degli Anelli” chiama subcreazione e di cui accredita pochi scrittori: “Costruire un Mondo Secondario dentro il quale il sole verde risulti credibile, imponendo Credenza Secondaria, richiederà probabilmente fatica e riflessione, e certamente esigerà una particolare abilità, una sorta di facoltà magica. Pochi si cimentano in compiti così ardui; ma quando li si affronta e li si attua in misura maggiore o minore, si ottiene un risultato artistico senza pari: arte narrativa, insomma, elaborazione di racconti nella forma primaria e più pregnante”.

Al figlio della Bassa bastano duecento parole per compiere un simile miracolo narrativo. E sono tutte parole poverette, buone per i piccoli fatti di tutti i giorni. Vocaboli che non si ingegnano in costruzioni ardite o in combinazioni da baraccone. Non si curano delle ripetizioni o delle prospettive ingenue nelle quali vanno a inciampare. E meno ancora dell’insistenza degli stilemi o dell’abbondanza di espressioni in cui tornano sino alla sazietà.

Nella sua spregiudicatezza antiletteraria, Guareschi non si preoccupa della parola, se non per considerarla simile a un seme che, affondato nel terreno, sparisce per liberare alla luce il fiore di cui era, misteriosamente, portatore. Nasce in tal modo un linguaggio che danza con i chiaroscuri, le trasparenze, i colori. Che esorta alla contemplazione e alla comunione con il divino. In cui le parole, usurate dall’incuria degli uomini, possono compiere il loro ufficio solo riattingendo alla propria forza originaria.

Guareschi elaborò questa teoria dopo aver scritto le tre “Storie”, quando era rinchiuso nei lager tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Lassù, come in un eremo, aveva purificato la propria anima e aveva trovato le ragioni del suo fare e del suo dire. Il 5 gennaio 1945, con il titolo di “Resurrezione delle parole”, annotava in quello che poi sarebbe diventato il “Diario clandestino”:

“Egli si accorge che si ripete, ma non cerca nuove parole. Qui tutto si ripete: i giorni e i sogni sono sempre uguali, e il suo vocabolario è sempre quello. Ma ogni parola si amplifica, diventa un capitolo: Patria, libertà, costume, coscienza, amore, onestà. Le parole diventano concetti”.

Per Guareschi, la parola è intimità con il mistero. E più è misera e caduca, più è materiale e quotidiana, tanto più inizia a una sapienza soprannaturale: se chi la dice abbia avuto cura di riportarla allo splendore originario. Non vi è simbolo più adeguato dell’oggetto concreto per raccontare le cose del visibile e dell’invisibile. Perché simbolo significa unione e solo una parola che rappresenti carnalmente la realtà può unire gli uomini con i loro simili, con le cose e con il Creatore. Il linguaggio stesso, insegna Guareschi, non è altro che un grande atto di fede nel simbolo. E’ il simbolo assoluto, universale: ponte tra creature che cercano il proprio compimento. E’ strumento che dice una sofferenza bisognosa di ragioni. Gli uomini non parlerebbero e non scriverebbero se non soffrissero. Nella gioia, basta la danza. La scrittura è vocazione al dolore.

Fedele a questa chiamata, il narratore va in cerca dei luoghi in cui si danno appuntamento spazio, tempo ed eternità. Piccoli santuari che offrono visioni celesti e, insieme, riconducono lo sguardo sulla terra fredda e polverosa. E, quando li trova, poco gli importa che gli si spacchi il cuore se questo è il soldo da pagare per poterlo dire.

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(3 – Continua)

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1 commento su ““FUORI MODA” – un viaggio con Alessandro Gnocchi nel Mondo piccolo di Guareschi/III”

  1. Insomma, se dovessi dare un titolo a questo ulteriore stupendo articolo che mi pare riduttivo definire così, perché in verità qui si tratta di profondità fatte parola, sceglierei :”L’importanza di un trattino” . Perché è proprio quell’astuto trattino che separa il de dal siderare a dare senso e sapore alla vita degli uomini che sanno guardare. Non è certo un’operazione per adulti, ma per bambini, in senso evangelico. Tutto il resto viene di conseguenza.

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