FURTO DI PERSONAGGI ITALIANI: MARCO POLO E FRANCESCO PATRIZI – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano


 

mpLa notizia riportata, qualche giorno fa, da un quotidiano nazionale secondo la quale Marco Polo (Venezia 1254-Venezia 1334) sarebbe di nazionalità croata solo per il fatto che il navigatore veneziano sarebbe nato a Cùrzola, isola della Dalmazia, possedimento della Serenissima per tanti secoli e solo nel 1946 ceduta alla Jugoslavia, prima, e, per effetto della disgregazione della citata nazione, passata alla Croazia, dopo,  non è, in effetti, una grande notizia.

Per il semplice motivo, appunto, che da decenni le menzionate nazioni si sono impossessate non solo dei territori perduti dall’Italia per effetto della sconfitta successiva alla seconda guerra mondiale, ma anche dei personaggi nati colà. Marco Polo è stato addirittura ribattezzato col nome di Markus Polo, dato che il cognome non è stato possibile versarlo nella loro lingua. L’estensore del citato articolo – stigmatizzando il fatto – ha definito l’operazione finalizzata ad interessi turistici segnatamente in direzione dei cinesi i quali, come sappiamo, hanno sempre stimato ed ammirato l’autore de ‘Il Milione’.

Le cose, però, non stanno in questo modo per il semplice motivo che l’Istria e l’intera Dalmazia hanno dato i natali a uomini schiettamente italiani che si sono visti trasformati in nazionalità slava: jugoslava prima, e croata, poi. Ciò che, finora, non ha fatto, per fortuna, la Slovenia nei confronti di Giuseppe Tartini (Pirano d’Istria 1692-Padova 1770), uno dei più grandi violinisti che la storia della musica ricordi. Sicché anche se Marco Polo fosse nato a Cùrzola (oggi Korcula), quest’ultimo resterebbe sempre veneziano e, naturalmente, italiano.

Ma le nostre autorità politiche – spesso per inerzia – di ciò si sono sempre disinteressate ed anche in occasione – durante la presidenza croata di Tudjman – di una mostra, organizzata a Roma, di presunti capolavori croati, ereditati dopo il secondo conflitto mondiale, provenienti da musei e chiese ex italiani si sono comportate allo stesso modo; ma l’opinione pubblica romana e nazionale la quale ha smascherato l’operazione costringendo gli organizzatori alla chiusura.

L’azione, però, più clamorosa – sempre diretta a considerare croato l’umanista e filosofo italiano Francesco Patrizi (Cherso 1529-Roma 1597) – fu compiuta dalla Croazia ancora prima della disgregazione della Repubblica di Jugoslavia, nel senso che essa, ancora una delle sei repubbliche di quest’ultima nazione, si annetté lo studioso italiano cambiandogli il nome e il cognome in Frane Petric. Senza che anche, questa volta, le autorità italiane e, in particolare, i rappresentanti ufficiali della Filosofia italiana aprissero la bocca per smentire tale macroscopico falso storico.

E ciò, sempre in nome della salvaguardia dei buoni rapporti fra gli Stati.  Ora il grande studioso platonico Francesco Patrizi non solo si è sentito sempre ‘toto corde’ italiano vivendo, in prevalenza, a Padova, Ferrara, Venezia e Roma – dove riposa –  ma egli ha anche redatto le sue numerose opere sia in lingua italiana, sia in idioma latino. Ne citiamo alcune: ‘La città felice’ (1553), ‘Della Retorica’ (1556), ‘Della Poetica’ (1586), ‘Nova de universis philosophia’ ( 1591), ‘Discussiones peripateticae’ (1571), per limitarci solo ad alcune.

Pertanto, non ci sono dubbi sulla genuina italianità del filosofo veneto visto, altresì, che un altro umanista minore – Francesco Patrizi (Siena 1413-Gaeta 1494) – ha degnamente portato le generalità dello studioso di Cherso. Ma, ripetiamo, anche al cospetto di tale annessione da parte degli Enti filosofici croati, le autorità politico-culturali italiane sono rimaste in silenzio con buona pace dei migliori pensatori nostrani. Per concludere sul nostro Patrizi – anche il cognome rivela le origini dell’erudito dalmata – questi, in contrasto con Aristotele, intese sempre additare Platone, Plotino e il platonismo in genere, come le uniche ed  autentiche fonti del sapere speculativo.

L’Enciclopedia Filosofica, a cura del Centro di Studi Filosofici di Gallarate, ne traccia, tra l’altro, il seguente profilo: “L’opera filosofica del Patrizi rappresenta una delle più tipiche e forse più veementi espressioni del platonismo rinascimentale, caratterizzato, nel caso specifico, da una viva istanza religiosa, in nome della quale il Patrizi rifiuta il pensiero aristotelico. Ciò che soprattutto sollecita il suo interesse è la ricerca di scritti e dottrine che si possono ricondurre alla concezione cristiana: egli addita a tal fine l’opera di Platone e quella di Plotino”( Sansoni, Firenze, vol. IV, voce ‘Patrizi Francesco’, pp. 1403-1404).

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