GAUDIUM ET SPES, UNA CRISTOLOGIA ANTROPOCENTRICA ? – di Piero Vassallo

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Vaticano II, un problema irrisolto

 

di Piero Vassallo

 

La rivista internazionale di ricerca e di critica teologica “Divinitas“, diretta dall’autorevole mons. Brunero Gherardini, pubblica un articolo di Paolo Pasqualucci dall’eloquente titolo “La Cristologia antropocentrica del Concilio ecumenico Vaticano II“.

L’autore, dopo aver citato l’articolo 22 della costituzione Gaudium et spes, in cui si afferma che con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo, obietta che “l’idea dell’incarnazione di Nostro Signore come unione con ogni uomo appare tutt’altro che chiara dal momento che, secondo il dogma, noi sappiamo essersi Egli unito (nell’unione ipostatica) esclusivamente alla natura umana di quell’uomo che è stato l’ebreo Gesù di Nazareth, unita quindi, la sua divinità (pur mantenendosi essa indivisa e distinta) alla natura umana di un solo uomo in carne e ossa, la cui esistenza è stata ampiamente provata“.

incarnazioneIl dubbio  manifestato da Pasqualucci sull’infiltrazione nella Gaudium et spes di una teologia inquinata dall’antropocentrismo (alimentato dall’oscura ipotesi panteistica, formulata da Teilhard de Chardin e acrobaticamente giustificata da de Lubac) non sembra campato in aria.

Nella Gaudium et spes si legge, infatti, che l‘uomo è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, giudizio a dir poco avventato, e senza dubbio in contrasto con la Sacra Scrittura, [Universa propter semetipsum operatus est Dominus. Prov. 16, 4] oltre che con la dottrina dell’Angelico [Sic igitur Deus vult se et alia: sed se  ut finem, alia ad finem”. Summa theol., I, q. 19, a.2], testi puntualmente citati da Pasqualucci.

Si stenta a credere che dalla tradizione, ossia dai testi citati da Pasqualucci, si possa trarre l’avventizia dottrina dell’incarnazione come unione di Cristo ad ogni uomo.

Pasqualucci di seguito dimostra che l’innesto della teoria antropocentrica sulla tradizionale dottrina di Cristo nuovo Adamo è del tutto arbitrario: “la celebre frase [della Gaudium et Spes] rivelando il mistero del Padre e del Suo amore, Cristo svela anche l’uomo a se stesso e gli rivela la sua altissima vocazione, non proviene da S. Paolo, né come frase né come concetto. Proviene invece, solo leggermente modificata, da Catholicisme di de Lubac, che la ricava da un’interpretazione distorta della Lettera ai Galati 1, 15-16“.

L’accusa a de Lubac di propalare una teologia contaminata dall’antropocentrismo era stata peraltro anticipata in Getsemani, opera in cui il cardinale Siri accusava il commentatore di Teilhard di aver manipolato il testo sacro al fine di indebolire la distinzione tra la natura e il Soprannaturale.

L’umanesimo esagerato e il progressismo proclamati da Teilhard e giustificati in qualche modo da de Lubac inducono a credere che nelle tesi formulate per addolcire e appiattire la nozione di trascendenza divina fosse contemplato lo strumento adatto a conquistare il favore degli atei comunisti, in quel tempo ritenuti vincenti. (Purtroppo Teilhard e de Lubac erano  all’oscuro del devastante processo involutivo avviato dai comunisti francofortesi. Processo che ha fatto discendere gli abbacinati utopisti nella figura umbratile del nichilista).

L’argomento che Pasqualucci espone nell’intento di sollevare il dubbio sulla tesi della Gaudium et spes è molto persuasivo: “… se l’uomo a differenze di tutte le altre creature, è una creatura che Dio ha creato per se stessa e non per Se stesso, ciò significa che tale creatura possiede un valore tale da giustificarne o richiederne la creazione da parte di Dio. Ma questo non è possibile, se l’uomo è stato creato da Dio dal nulla. … L’humanitas dell’uomo viene pertanto da Dio non dall’uomo stesso, quasi fosse una caratteristica sua indipendente da Dio che ha spinto Dio a crearlo”.

Impressionanti sono anche le pagine dedicate da Pasqualucci (che in questo caso ricorre alla sua ingente erudizione) alla dimostrazione che il magistero degli antichi concili non fornisce alcun spunto e giustificazione alla tesi esposto in Gaudium et spes 22.

Il Vaticano II, in sintonia con il Concilio di Calcedonia, “riafferma la dottrina sull’incarnazione nel suo aspetto concretamente e compiutamente umano, salvaguardando nello stesso tempo la necessaria, insuperabile distinzione tra natura divina ed umana in Cristo. Tuttavia da questa riproposizione assolutamente corretta della verità di fede, il testo conciliare sviluppa la proposizione singolare, secondo la quale la natura umana del Signore, assunta e non annientata nell’unione ipostatica, per ciò stesso è stata anche in noi innalzata in una dignità sublime“. Contro tale avventizia tesi conciliare, Pasqualucci dimostra appunto che in nessuno degli antichi concili si trova un riferimento a siffatto innalzamento della natura di noi ad una dignità sublime. 

In conclusione: non si può escludere a priori che il cardinale Siri e Pasqualucci abbiano preso un abbaglio e che il redattore della presente nota sia abbagliato da un abbaglio. Siri e Pasqualucci sono autorevoli ma non infallibili, chi scrive è solamente non infallibile. Il giudizio sulle obiezioni alla dottrina di Gaudium et spes, tuttavia, compete al Magistero, non alle redazioni dei giornali cattolici di osservanza bolognese.

L’apparenza incoraggia l’opinione di quanti vedono un contrasto insanabile tra la dottrina esposta nella Gaudium et spes e la dottrina insegnata dalla Chiesa preconciliare. Le differenze sembrano innegabili perfino a chi è sicuro della propria incompetenza a giudicare.

L’apparenza può ingannare. L’impressione non è la verità. Il legittimo dubbio sulla Gaudium et spes tuttavia è motivato e invincibile, dunque invoca legittimamente un preciso e definitivo chiarimento. Un chiarimento che è richiesto dalla confusione fibrillante in atto nella Chiesa postconciliare.

Mons. Gherardini chiede – supplicando – che il Magistero formuli una puntuale, esplicita definizione sulla continuità o la discontinuità della tradizione nelle discusse teorie esposte nei documenti del Vaticano II. Questa supplica è condivisa dai molti fedeli, che sono turbati dalla stranezza delle dottrine predicate da molti pulpiti.

La questione dell’indirizzo antropocentrico della nuova teologia, che Pasqualucci ha ultimamente sollevato con esatte citazioni dei testi conciliari, non può essere sepolta nel silenzio e nelle mezze parole.

Benedetto XVI ha  coraggiosamente sollevato la spinosa questione della continuità. Adesso è lecito attendere, con l’umiltà che costituisce un indeclinabile obbligo per tutti i fedeli, che si faccia chiarezza sui documenti nei quali la continuità sembra rovesciarsi nella discontinuità e addirittura nell’errore.

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