Genocidio armeno: Don Orione si mosse in aiuto dei cristiani di Anatolia

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Genocidio armeno: Don Orione si mosse in aiuto dei cristiani di Anatolia

(Fonte: Zatik)

Oggi è la memoria del genocidio armeno. Ricordo lei e il padre Berg, ex allievo di Don Orione. Ho scritto qualcosa in solidarietà con la Memoria del genocidio del popolo armeno e può vedere la notizia sul nostro sito www.donorione.org Dio la benedica! Don Flavio Peloso

 E’ una pagina poco conosciuta dalla storia, ufficialmente ancora negata: il genocidio del popolo armeno, avvenuto nel 1915 per opera della Turchia, per sole ragioni razziali e religiose. Il 24 aprile si celebra la “Giornata della memoria del genocidio armeno”.  Su questa triste pagina della storia, San Luigi Orione ha scritto qualche linea di carità per salvare un gruppo di orfani di quel genocidio, accolti nel 1925 nel suo istituto agrario nell’isola di Rodi. Erano prediletti da Don Orione perché “figli di martiri” che hanno testimoniato con il sangue la fedeltà a Cristo. Nel rapporto della Commissione dei Diritti dell’Uomo all’ONU, nel settembre 1973, il massacro degli Armeni viene definito come il primo genocidio del XX secolo perpetrato a danno di un popolo fortemente legato al perdono evangelico. Il 9 Novembre 2000 anche Giovanni Paolo II – in occasione dell’incontro in Vaticano con il Patriarca degli Armeni, Katholicos Karekin II – in un comunicato congiunto con il Katholicos, denunciava: «Il genocidio degli Armeni, che ha dato inizio al secolo, è stato il prologo agli orrori che sarebbero seguiti. Due guerre mondiali, innumerevoli conflitti regionali e campagne di sterminio deliberatamente organizzate che hanno tolto la vita a milioni di fedeli». Finalmente, anche negli USA, in una risoluzione (non vincolante) approvata il 4 marzo 2010 dalla Commissione Esteri della Camera di Washington, per la prima volta definisce “genocidio” il massacro di un milione e mezzo di armeni avvenuto nel 1915 ad opera dei turchi”.  Mons. Hovsep Kelekian, rettore del Pontificio Collegio Armeno di Roma, racconta a ZENIT che “Gli armeni non hanno fatto una guerra contro i turchi, ma sono stati massacrati, oppure deportati nei deserti e lasciati morire lì. Senza un atto di riconoscimento ufficiale di questo fatto, ogni riconciliazione è impossibile. La chiesa stessa non può perdonare colui che non chiede perdono. Vivevano in Turchia come cittadini esemplari e non hanno mai pensato di ribellarsi al Paese”. “Questa Chiesa ha avuto pure i suoi martiri: vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, come anche decine di migliaia di fedeli”, informa Kelekian. “Sono state distrutte tutte le nostre chiese e scuole, e le abitazioni dei nostri fedeli sono state confiscate, come dovunque in Anatolia – considerata l’Armenia Occidentale – e in Cilicia.  I Paesi che non hanno ancora accettato ufficialmente il genocidio armeno come tale temono delle rappresaglie da parte della Turchia che, ancora oggi, nega il fatto. Le relazioni diplomatiche con la Turchia impediscono a questi Stati di partecipare ufficialmente alle celebrazioni di commemorazione del Genocidio armeno. Purtroppo, questo ferisce ancora di più i sentimenti del nostro popolo, che non può capire come possano esserci nel mondo dei governi che non vogliono credere alla realtà di questo passato doloroso. Fu Mons. Fr. Cirillo J. Zohrabian, su consiglio del senatore Ernesto Schiaparelli, ad affidare nel 1924 all’Istituto orionino di Rodi un gruppo di orfanelli della terribile persecuzione turca contro gli armeni-cristiani. Otto di quegli orfanelli, in seguito, manifestarono vocazione al sacerdozio. Su desiderio di Don Orione, quegli otto giovani

giunsero in Italia, il 3 luglio 1928. Li attendeva, a Via delle Sette Sale 22, Don Orione stesso.“L’8 agosto furono trasferiti nella casa di Monte Mario, diretta da Don Orlandi, ove iniziarono il ginnasio”, ricordò poi uno di quei ragazzi armeni, divenuto sacerdote, Pietro Sciamlian. “Sette di loro, (uno era ammalato) fecero la vestizione, con la talare armena, l’8 aprile 1929, quattro giorni dopo Pasqua: nell’occasione Don Orione parlò del profondo significato della cerimonia, indicando che li vedeva come futuri apostoli tra la loro gente, per ricondurre all’unità della Chiesa i loro fratelli scismatici e affermando che la fascia rossa era un segno dei martiri armeni.Ci espresse la sua contentezza di avere nella sua Congregazione degli orientali nella persona di noi armeni, ci parlò dell’Armenia martire e della recente persecuzione. A pranzo ci fece cantare nella nostra lingua”.

 Per approfondimenti:

Clerici Paolo, Don Orione padre degli orfani del genocidio armeno, MESSAGGI DI DON ORIONE, n.122 (1/2007), p.5-43.

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