Genova, ossia la decrescita strutturale & mentale – di Piero Vassallo

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Le cinque piaghe della città progressiva

di Piero Vassallo

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zzzzlntrngnvL’accecante fumo di Londra. Il viaggiatore ignaro, che ha accesso casuale alla caffetteria genovese, frequentata dagli occupanti i vertici chic della città superba, è avvolto e stordito dal denso fumo di Londra. Lo smog è emanato dagli abiti liberali, indossati da oligarchi serotini, in solenne movimento sul palcoscenico del regresso mentale. Intorno alla piazza prospiciente al bar il giro vizioso/fumoso delle automobili. Sulla triste scena incombe la statua di un profeta ottocentesco, al quale la vox populi attribuisce poteri sfortunanti. A monte della malinconica statua un pubblico giardino è ridotto a ritrovo di cinedi e tossici.

L’alterigia rovesciata contro “il figlio della portinaia”. Il cardinale Giuseppe Siri è l’unico genovese (discendente, peraltro, da non genovesi) rammentato nei libri di storia del Novecento. Una tale qualità è giudicata imperdonabile dagli azzimati frequentatori della stimata caffetteria, in cui si incontrano i figuranti della ambidestra farsa cittadina. La fulminante idiozia dei genovesi rovesciati nell’imprenditoria fallimentare, si chiede come può il figlio di un’umile portinaia diventare principe della Chiesa e amico di un nobile pontefice. Il mormorio della città alta è tuttavia accompagnato dall’implacabile fruscio delle carte bollate, sulle quali è elencata la catena dei fallimenti totalizzati da armatori, industriali, grossisti, dettaglianti,  albergatori, trasportatori e artigiani di vario e secco ramo genovese.

Il monumento alla morte borghese. Oggetto dell’universale ammirazione dei necrofili e degli scrittori di guide turistiche a sfondo iettatorio è il cimitero monumentale di Staglieno. Il triste luogo espone le reliquie dei sussiegosi ascendenti degli avventori oggi stanzianti nella citata/pregiata caffetteria. Nel marmo violato e degradato da ignobili scalpelli, scultori prezzolati e impudichi hanno rappresentato il coito del cattivo gusto con la vanagloria di una eletta gongolante nei tenebrosi ambulacri e cortili della necrofilia.

L’immaginaria insurrezione. Il cardinale Siri ha osato confutare la mitologia intorno alla presunta  insurrezione genovese contro il tedesco invasore. La verità storica contempla infatti un colloquio (avvenuto nell’agosto del 1944) del vescovo Siri con il generale Meinhold, comandante dei reparti tedeschi occupanti Genova. Il citato generale confidò a Siri la sua ferma opinione sulla sconfitta incombente sulla Germania e annunciò l’intenzione di evitare inutili spargimenti di sangue quando fosse maturato il tempo della ritirata dei tedeschi da Genova. Alla vigilia del fatidico 25 aprile del 1945, Meinhold comunicò a Siri l’intenzione di sottoscrivere la resa dei tedeschi ai partigiani italiani, prima della pacifica ritirata da Genova. Firmato da Meinhold l’atto di resa, i soldati tedeschi abbandonarono la città dirigendosi verso il Brennero. L’insurrezione dei genovesi contro i tedeschi, pertanto, è una leggenda smentita categoricamente da Siri. Di qui il sordo e invincibile malumore degli esponenti della sinistra genovese. Lo storico Raffaele Francesca, dal suo canto, ha dimostrato che il cannone di piazza De Ferrari, esibito dagli storici quale prova dell’insorgenza partigiana, è un pezzo d’antiquariato, abbandonato dai tedeschi perché inutile.

La genoanite. L’orgoglio cimiteriale dei genovesi contempla inoltre due sommi valori: lo stile inglese e il socialismo tranviario.

Lo stile inglese, propriamente detto genoanite, contempla un vertice in cui si officia il culto degli scudetti ottocenteschi, che premiarono le scampagnate domenicali di pedatori anglo-italo-svizzeri.

Il socialismo tranviario incensa la memoria di un sindaco bigliettaio, celebrato  autore di inchini al cospetto della regina d’Inghilterra, gesti classificati dagli storici progressisti quali felici e intelligenti imitazioni dell’orsetto elettronico, che divertiva i bambini negli anni settanta del ventesimo secolo.

Si svela infine il mistero  di una città in perpetua/perfetta/armoniosa oscillazione tra gli eletti del bar esclusivo e le sezioni periferiche del proletariato. L’attualità di Genova, in ultima analisi, è la proiezione a sinistra di una storia che ha inizio dalla fuga delle navi genovesi dalla battaglia di Lepanto. Fuga dal rischio, fuga dall’avventura, fuga dalla storia. Fuga dalla realtà. La perfetta, superba, marmorea immagine di una città a struttura anticattolica, tombale e (ovviamente) antifascista.

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3 commenti su “Genova, ossia la decrescita strutturale & mentale – di Piero Vassallo”

  1. alberto ferrari

    Si. Piu’ o meno, tutto vero. Però a difendere Bisanzio nel 1453 c’era Giovanni Giustiniani Longo. Genovese.

  2. Quanto astio nei confronti di questi poveri genovesi. Tra l’altro quasi tutti i “foresti” hanno sempre avuto un primo impatto tremendo con Genova. Incomprensione o verità? E intanto si sono “meritati” un articolo su questo sito, nel bene o nel male. Non so quante regioni in Italia possano vantare un nome che identifica un popolo, una storia, una cultura (magari anche mediocre e discutibile), e un’identità che dura almeno da 25 secoli. Ma tanto tra poco ci uniranno al Piemonte, in una bella macro regione e gli ultimi Genovesi (termine che in ligure identifica tutti i Liguri) diventeranno stranieri in casa propria. Questa sì che è veramente una ingloriosa fine, forse tutto sommato meritata.

  3. Caro Vassallo, può raccontare più in dettaglio “la fuga delle navi genovesi dalla battaglia di Lepanto”? Questa storia non l’avevo mai sentita.

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