Gesù e lo “skandalon”  –  di Carla D’Agostino Ungaretti  

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“Qui manducat meam carnem et bibit meum sanguinem, in me manet et ego in illo” (Gv 6, 56).

“Durus est hic sermo! Quis potest eum audire?” (Gv 6, 60).

“Hoc vos scandalizat?” (Gv 6, 61).

 

di Carla D’Agostino Ungaretti

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Tra gli innumerevoli tesori nascosti dell’antica Roma – che anche singolarmente considerati giustificherebbero un viaggio nella mia amata città, tanto maltrattata e mal governata[1], – vorrei ricordare un’immagine virile, con barba e capelli lunghi, tunica bianca e aureola, che fu ritrovata circa dodici anni fa tra i resti di una domus del IV secolo a Ostia Antica. Il ritratto è un opus sectile (mosaico di marmi preziosi dai mille colori) e a me piace pensare che raffiguri Gesù Cristo, anche se gli studiosi non ne sono del tutto sicuri ed anche se quel volto ha un’espressione severa e direi quasi terrificante, uno sguardo freddo e spiritato, non certo dolce e amorevole come siamo abituati a vedere nelle più conosciute immagini del Redentore.

Quando andai a vedere gli splendidi reperti della domus  ostiense di Porta Marina, sistemati provvisoriamente nel Palazzo delle Esposizioni di Via Nazionale, rimasi incantata ad ammirare i meravigliosi mosaici multicolori che avevano adornato quell’antica casa, ma quel volto virile dagli occhi di ghiaccio (caratteristica forse imputabile ai limiti espressivi che il mosaico incontra nel ritratto, come del resto li incontrano anche molte tecniche pittoriche e, nella scultura, lo stesso marmo bianco) in un primo momento mi fece pensare che forse avevano ragione gli studiosi propensi a identificare l’uomo raffigurato non come il Cristo, ma come un filosofo o comunque un maestro.

Del resto non era la prima volta che mi imbattevo in un volto severo di Gesù: alcuni anni prima, in occasione di un viaggio negli Stati Uniti, mi capitò di partecipare alla S. Messa domenicale nel Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione a Washington, la più importante chiesa cattolica americana dedicata alla Madonna[2], e lì fui molto sorpresa di vedere che il Cristo Pantokràtor, raffigurato in mosaico nel catino dell’abside, ha un volto severo e ciglia aggrottate. Più tardi, riflettendoci sopra mi sono detta: “Perché Gesù non avrebbe dovuto assumere, se necessario,anche  un’espressione severa, sia nella Sua vita terrena che da Pantokràtor e da Risorto? Non era Lui il “Magister noster unus”? E i maestri non devono sgridare e correggere i discepoli quando è necessario?”. Mi sono tornate in mente le molte occasioni evangeliche in cui Gesù pronuncia parole scomode per l’establishment del Suo tempo, o addirittura si arrabbia, usando parole che oggi definiremmo political uncorrect  e che si accorderebbero perfettamente con quello sguardo che sembra promettere più il castigo che la misericordia. E allora ho ripreso in mano i Vangeli e ho riflettuto sulle coraggiose e impopolari  parole che Gesù pronunciò in molte occasioni. Ne riferirò alcune tra quelle che maggiormente mi hanno coinvolto spiritualmente.

Nella Sinagoga di Cafarnao Gesù tenne un lungo discorso sulla Sua carne come cibo e sul Suo sangue come bevanda. Era la terza volta (Gv 6, 31 – 32; Gv 6, 49) che Gesù parlava del Suo corpo come vero pane della vita paragonandolo alla manna, il cibo con il quale Dio aveva quotidianamente sfamato gli Ebrei vaganti per quarant’anni nel deserto. Ma nella cultura ebraica del tempo, politicamente corretta, era vietato persino toccare un cadavere, specie se insanguinato, perché il sangue, segno della vita intangibile, contaminava chi lo manipolava. Allora si comprende la reazione di molti sbalorditi discepoli: “Questo discorso è “skleròs!”, cioè “duro”, inaccettabile. Lo stesso Gesù ne è pienamente consapevole e replica: “Questo vi scandalizza?” Al sostantivo greco “skàndalon” – che il vocabolario greco / italiano di Lorenzo Rocci traduce con “ostacolo, insidia per far cadere” –  l’Evangelista Giovanni attribuisce il significato di scandalo che ancora oggi gli attribuiamo noi moderni; infatti molti discepoli, scandalizzati, non riuscirono ad accettare quella rivelazione e abbandonarono Gesù; ma Lui, come in altre occasioni, parlava di avvenimenti futuri, predisponendo così i Suoi discepoli alla Fede: “Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà voi crediate” (Gv 14, 29).

Allora il Maestro, rivolgendosi ai Dodici, cioè gli Apostoli che Lui personalmente aveva scelto, rivolge loro una domanda radicale e ineludibile: “Forse anche voi volete andarvene?” Sarà Pietro a rispondere con la meravigliosa e commovente frase che io stessa ripeto ogni tanto tra me e me a mo’ di preghiera: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Il Mistero eucaristico appare incomprensibile per molti ascoltatori, allora come oggi, ma Gesù esige che i Suoi discepoli accolgano le Sue parole perché è Lui a pronunciarle. In questo consiste l’atto soprannaturale della Fede “per cui sotto l’ispirazione di Dio e con l’aiuto della Grazia, crediamo vere le cose da Lui rivelate, non per l’intrinseca verità individuata col lume naturale della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio rivelante, che non può né ingannarsi né ingannare” (Dei Filius, III). Pietro, sotto l’azione dello Spirito, in quel momento riuscì a superare lo skàndalon che aveva fatto incespicare molti altri nel cammino accidentato che avevano intrapreso seguendo Gesù, anche se l’intenzione espressa da quelle parole era destinata ad affievolirsi (come purtroppo succede spesso anche a me) davanti ad altre parole e a comportamenti “duri” del Maestro.

Altre parole “scandalose” le rivolge Gesù all’aspirante discepolo che aveva appena perso il padre e doveva partecipare al funerale: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti” (Mt 8, 22). Come si può pretendere che un figlio diserti il funerale del proprio padre? Ma Gesù non usa le mezze misure perché Dio non le ama e definisce “morti” coloro che si affannano per le cose caduche non preoccupandosi di quelle eterne. Altrettanto provocatorio e scandaloso Egli appare quando afferma: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26). In questo caso gli esegeti hanno cercato di addolcire il significato di queste parole così forti dicendo che il problema è di ordine linguistico perché la lingua aramaica che Gesù parlava non conosceva grammaticalmente il comparativo relativo che avrebbe significato “se non ama i suoi genitori meno di quanto ami Dio”. E’ un’interpretazione accettabile, anche se la terribile tassatività di quella frase non significa atteggiamento negativo o spietato, perché chi la pronuncia è lo stesso Gesù che invita ad amare i propri nemici e a dare la propria vita per gli altri, ma indica semplicemente che davanti a Dio non c’è compromesso che valga. Insomma, in parole povere, dobbiamo preoccuparci di accontentare Dio prima degli uomini.

Ma perché Luca (che era bilingue) ha mantenuto, scrivendo in greco, quella strana espressione aramaica? La lingua greca, estremamente versatile e ricchissima di sfumature semantiche, conosceva un’infinità di espressioni che avrebbero reso perfettamente il corretto pensiero di Gesù. Forse lo ha fatto per mettere in risalto il paradosso dell’insegnamento cristiano. Gesù non era un politico a caccia di voti e di potere, pronto a ogni compromesso: Lui non voleva seguaci poco convinti, pronti a lasciarlo alle prime parole sgradite (“Volete andarvene anche voi?”) ma il “piccolo gregge” ben consapevole della serietà dell’impegno preso e pronto a caricarsi sulle spalle la Croce per seguirlo.

Spesso il discorso di Gesù poteva, come può tuttora, apparire oscuro perché Egli non vuole convertirci per forza e lascia che siamo noi, sotto l’azione dello Spirito, ad accogliere liberamente e responsabilmente la Sua Parola, ma quando è necessario non ha certo peli sulla lingua, si arrabbia di brutto – come, mi permetto di aggiungere io, dovrebbero fare oggigiorno anche i suoi ministri ordinati, di fronte allo sfacelo che vediamo verificarsi nella Chiesa di Dio, invece di passarci sopra per buonismo e un malinteso senso di “misericordia” –  e  “sbotta” anche Lui, da vero uomo (oltre che vero Dio), e gli esempi in cui  adotta un’espressione severa e corrucciata sono molti. Sbotta per esempio quando constata l’ingratitudine delle città di Corazin, Betsàida e Cafarnao che non si erano convertite nonostante i molti miracoli che Egli aveva compiuto in mezzo a loro (Mt 11, 20 ss); sbotta contro chi fomenta gli scandali (Mt 18, 7); sbotta lanciando ben sette maledizioni contro gli scribi e i farisei ipocriti, non perché essi osservano scrupolosamente la Legge e cercano di fare proseliti, ma perché “tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano i posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze … ” (Mt 23). Il loro scopo recondito quindi non è fare prima di tutto la volontà di Dio, ma cogliere un successo umano e mondano di cui potersi vantare.  Quei “guai”, secondo l’esegesi moderna, non sarebbero vere maledizioni, ma ammonimenti, richiami in vista della conversione, denuncia del peccato, minaccia del giudizio che può essere evitato con la conversione. Furono invece Giacomo e Giovanni (un po’ presuntuosi, in verità, e alludendo agli inospitali samaritani) a chiedere a Gesù: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Ma Gesù si voltò e li rimproverò” (Lc 9, 53 – 54).

Ma non era certo la stessa intenzione dei farisei quella di Simon Pietro quando – dopo che Gesù ebbe annunciato ai Dodici la Sua passione e morte seguita, dopo tre giorni, dalla Resurrezione – “Lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai” (Mt 16, 21 – 23). Pietro era animato da ottime intenzioni e, mosso com’era dal grande amore che aveva per Gesù, sarebbe stato pronto a difenderLo con tutte le sue forze, come poi avrebbe fatto più tardi nel Getsemani quando, per impedire l’arresto di Lui, tagliò di netto con un colpo di spada l’orecchio destro di Malco, il servo del sommo sacerdote (Gv 18, 10) ma in entrambi i casi – e a differenza di quanto era avvenuto in precedenza a Cesarea di Filippo – non era ispirato dallo Spirito Santo, ma dal proprio  giudizio umano, troppo umano, del quale non si era ancora spogliato del tutto.

E Gesù si arrabbia: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” perché vuole farci capire l’importanza decisiva che l’accettazione della Croce assume ai fini della salvezza. E’ il grande paradosso cristiano, è lo skàndalon, la pietra di inciampo per gli Ebrei che impedisce loro, allora come oggi, di riconoscere Gesù come il Messia, è la morìa per i pagani di cui parla S. Paolo, il quale (anche lui senza peli sulla lingua) usa un termine che in greco ha un significato molto forte, una vera parolaccia che le Bibbie moderne traducono pudicamente con “sciocchezza” o “stoltezza” che però rivela che Cristo è “potenza e sapienza” di Dio (1 Cor 1, 22 ss). Al pari di come succede a tanti di noi, Pietro impiegherà tutta la vita passata accanto a Gesù per interiorizzare questa consapevolezza, e riceverà la rivelazione decisiva sotto forma di uno sguardo del Signore al momento della Passione di Lui (Lc 22, 61 – 62).

Al termine del suo ministero pubblico Gesù entra nel Tempio di Gerusalemme e lo trova invaso da commercianti vari che vi svolgevano i propri lucrosi affari e per la prima e unica volta agisce con violenza, rovescia i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe gridando le parole del profeta Isaia (56, 67): “La mia casa sarà casa di preghiera” e al colmo dell’indignazione rinfaccia ai venditori l’esercizio di funzioni estranee al culto divino. Evidentemente anche al tempo di Gesù c’era una parte della classe mercantile che non godeva di buona fama, ma era protetta dagli stessi sacerdoti che consentivano certi abusi perché riscuotevano le loro tangenti. Niente di nuovo sotto il sole! Ma Gesù, giustamente scandalizzato, non esita ad usare un’espressione molto forte: “Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri”. Ora il Maestro si è infuriato davvero e le sue parole sono state udite anche dai sacerdoti e dagli scribi che cominciano a pensare come farlo morire.

L’episodio della “cacciata dei mercanti dal tempio”, raffigurato da innumerevoli pittori, è stato narrato dai tre Evangelisti sinottici (Mt 21, 12 – 15; Mc 11, 15 – 18; Lc 19, 45) con poche parole e in una sola pericope, mentre Giovanni lo ignora del tutto.  Come mai? Da cattolica “bambina” quale io sono, ovviamente non so dare una risposta esauriente: immagino (ma non ne sono sicura e mi aspetto, come sempre, che chi ne sa più di me mi corregga) che Giovanni non fosse interessato a descrivere gli aspetti più “umani” del carattere di Gesù, come la capacità di spazientirsi e arrabbiarsi, per privilegiare la Sua natura di “Verbo” di Dio, mentre i sinottici avrebbero riferito l’episodio in questione in ossequio a quello che gli esegeti chiamano il “criterio della discontinuità”, vale a dire la necessità di riferire comunque un fatto che, di per sé, non sembrerebbe in armonia con il carattere mite e generoso del Protagonista, ma che si è veramente verificato e tacerlo non sarebbe onesto.

Ho citato solo alcune delle parole di Gesù che produssero skàndalon presso i benpensanti e le anime belle del suo tempo, ma non solo presso di loro: sono innumerevoli gli insegnamenti di Gesù che a noi moderni riesce difficile mettere in pratica, rendendoci ben meritevoli dello sguardo severo di cui ho parlato all’inizio, e meriterebbero di essere meditati uno per uno confrontandoli con la nostra vita quotidiana. Gesù è venuto come il Messia di pace, ma proprio il suo amore incondizionato, il Suo inaudito modo di rivelare Dio lo ha fatto diventare “segno di contraddizione”, come aveva profetizzato il vecchio Simeone quando, appena nato, fu presentato al Tempio (Lc 2, 34). L’opposizione scatenatasi nei suoi confronti dai suoi stessi parenti divide i cuori da duemila anni e Lui lo sapeva quando parlava di spada e di divisione, che avrebbero provocato sì la lotta quotidiana, portandoci però, se saremo capaci con il Suo aiuto di perseverare, al raggiungimento della vera pace, quella che il mondo non può dare (Gv 14, 27), a quella gioia che nessuno ci potrà togliere (Gv 16, 23).

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[1]Questa mia affermazione mi induce ad aprire una parentesi. Gli amici di Riscossa Cristiana mi perdoneranno se faccio spesso dichiarazioni di amore a Roma, ma non posso farne a meno perché io sono una “malata”di Roma. A Roma sono nata, sono cresciuta,  mi sono sposata con un altrettanto autentico romano,  sono diventata madre di famiglia, ho lavorato per36 anni e a Roma spero di morire. Il mio amore è aumentato dal dolore di vedere questa mia splendida città, fiore all’occhiello della civiltà occidentale in cui ogni pietra ha una storia da raccontare, così umiliata e bistrattata, ormai da decenni, da una classe politica incolta, incapace, incompetente, attaccata al potere, degna erede dei laicisti massoni che vollero per forza farne la capitale d’Italia, non per amore di Roma, ma per i loro fini di potere , ed io ne soffro così come si soffre nel vedere una persona cara malata che non si sa come aiutare. Roma infatti non ci teneva affatto a diventare capitale di quello stato laicista e massone che voleva spazzare via la più grande civiltà del mondo che a Roma si era incarnata, quella cristiana. Non è riuscito in questo intento, ma è riuscito ad avvilire una città che da quasi tremila anni era l’URBE. Ma mi sforzo di essere ottimista. In quei tremila anni di storia Roma ne ha viste di cotte e di crude: incendi, invasioni, saccheggi, occupazioni (da quella dei Galli nel IV secolo a. C. a quella nazista nel 1943 – 44) ed è sempre risorta. Risorgerà anche stavolta perché noi romani siamo sotto la protezione della Madonna “Salus Populi Romani” e perché è stato Cristo a scegliere Roma come Sede eterna del Suo Vicario.

[2] Altra parentesi. Questa chiesa, facilmente visibile su Internet, fu inaugurata nel 1959 ed è in stile romanico – bizantino, vagamente ispirata al S. Marco di Venezia. Non so se gli architetti fossero o no cattolici, ma a me piacque molto e la trovai infinitamente più mistica di tante chiese italiane moderne firmate da architetti famosi (di cui taccio il nome per non essere cattiva) atei o comunque di fede molto tiepida. Mi domando come la Chiesa istituzionale possa dare l’incarico di progettare la Casa di Dio a chi si professa non credente in Cristo.

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7 commenti su “Gesù e lo “skandalon”  –  di Carla D’Agostino Ungaretti  ”

  1. Ringrazio vivamente la Signora Carla per la meravigliosa meditazione proposta.
    Come Lei, anche io “Mi domando come la Chiesa istituzionale possa dare l’incarico di progettare la Casa di Dio a chi si professa non credente in Cristo.”
    Qualche giorno fa, parlando con un sacerdote, tra l’altro le ho detto che la chiesa attuale, “quella più progredita”, s’intende, non percepisca quanto siano distanti dalla Fede gli architetti che attualmente progettano le Chiese, che sembrano pensate apposta per allontanare da Dio.
    Questo sacerdote “amico”, naturalmente, non capiva dove stesse il problema. Gli ho fatto notare che molte volte si prendono ad esempio le opere degli artisti di una volta per poter spiegare la grandezza e la bellezza della nostra Fede, ma ho avuto l’impressione che questo “amico” non abbia percepito il “problema”!
    Che tristezza.

  2. Bravissima. Da “nordico” condivido con lei (se posso) l’amore viscerale per la città di Roma, davvero eterna, specchio di mille anime e di mille storie che nei secoli si sono stratificate in ogni tempio, pietra, strada, chiesa. Forza e coraggio, un giorno la rivedremo splendida, più bella di prima, e ci ricorderemo di questo scempio come di un’altra brutta parentesi nella sua storia millenaria.
    Per quanto riguarda l’episodio della cacciata dei mercanti da tempio, ricordo che l’episodio è inserito dai sinottici (almeno due dei quali rivolti ad un pubblico ebraico) nel contesto dei molti episodi predetti dai profeti e dai salmisti dell’A.T., onde sottolineare che effettivamente Gesù è il Messia atteso da secoli. Viene in questo contesto citato il Salmo 68: “lo zelo per la tua casa mi consuma” o “divora” in altre traduzioni. Giovanni appartiene invece ad una tradizione mistica e teologica “nuova”; da assoluto profano in studi biblici, oserei chiamarlo “purista” della Nuova Alleanza per la sua dirompente enunciazione cristologica, più slegata dal vecchio Testamento.

    1. Carla D'Agostino Ungaretti

      La devo ringraziare tre volte, caro amico “nordico” Alessandro2! Per avermi letto, per condividere il mio amore per Roma e per avermi fatto riflettere su alcuni aspetti dell’esegesi del NT che non avevo trovato da nessuna parte. E’ vero: il Corpus Giovanneo è il meno dipendente dall’AT e forse segna già quel passo avanti della maturazione cristiana che Gesù aveva preannunciato come azione e opera dello Spirito Santo.

  3. Mirella/Aloisia

    Vangelo secondo Giovanni (2, 13-22) 13-Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù sali’ a Gerusalemme, 14 trovò nel Tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, la seduti i cambiamonete. 15 Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del Tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse:”Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio, un mercato. 17 I suoi discepoli si ricordarono che stà scritto:”Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. 18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero:”Quale segno ci mostri per fare queste cose?”19 Rispose loro Gesù:”Distruggete questo Tempio ed io in tre giorni lo farò risorgere”.20 Gli dissero allora i Giudei:”Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni, e tu in tre giorni lo farai risorgere?” 21 Ma Egli parlava del Tempio del suo corpo.22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla Parola detta da Gesù”.

    1. Di granchi ne prendo molti, ma questo è il più grande. Lo cucinerò alla griglia, innaffiandolo di abbondante Franciacorta brut :). Grazie Mirella/Aloisa.
      Resta però secondo me valida la considerazione che ho fatto, avvallata dall’Autrice dell’articolo, riguardo all’originalità cristologica giovannea.

    2. Carla D'Agostino Ungaretti

      Grazie anche a lei, Signora Mirella/Aloisia! Scrivendo di getto, ho assimilato (sbagliando) Giovanni ai sinottici che invece collocano l’episodio in un momento diverso della vita di Gesù.
      Anche io, come Alessandro2 cucinerò il mio granchio alla griglia e già pregusto l’ottimo Franciacorta brut con cui lo innaffierò alla salute di tutti gli amici di Riscossa Cristiana.

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