GIORGIO PERLASCA E GIOVANNI PALATUCCI: DUE EROI DI UN’ITALIA MIGLIORE – di Giovanni Lugaresi

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di Giovanni Lugaresi

 

 

Non sempre, ma di quando in quando, celebrandosi la Giornata della memoria, riguardante soprattutto l’Olocausto (ma si dovrebbe pur avvertire del genocidio armeno perpetrato dai signori Turchi! – o no?) vengono menzionati due nomi, vengono additati due esempi: Giorgio Perlasca e Giovanni Palatucci, i quali, uno riuscendo a portare a casa la pelle, l’altro rimettendocela, si resero eroicamente benemeriti nel salvare migliaia e migliaia di ebrei perseguitati.

Palatucci, funzionario di polizia (“l’ultimo questore di Fiume”) di quello stato fascista che era l’Italia, non ebbe dubbi, anzi, tanto coraggio, nell’aiutare gli ebrei, con la complicità peraltro di uno zio, monsignor Giuseppe Maria, vescovo della diocesi di Campagna (Salerno).

Di Palatucci, soltanto in questi ultimi anni si è parlato e scritto. Prima ancora, era emersa la vicenda di Giorgio Perlasca (1910-1992), ex volontario (fascista) in Spagna, che si era trovato a Budapest a commerciare carni per conto del Regio esercito, quando lo aveva colto l’8 settembre. Data fatidica: di scelte decisive, o di compromessi di convenienza. O, ancora, di fedeltà all’ideologia piuttosto che ad una coscienza ricca di umanità.

A Perlasca non mancava, come del resto non mancò a Palatucci, quel senso di umanità, di altruismo, che lo portarono a soccorrere, a sottrarre alle grinfie naziste e degli uomini delle “Croci frecciate” tanti ebrei: cinquemila, è stato appurato, per quanto riguarda Perlasca.

La vicenda di questo personaggio, che si sarebbe salvato due volte: dai nazisti e dall’Armata Rossa entrata a Budapest, è legata a memoriali, libri e a una fiction interpretata da Luca Zingaretti, fiction che vedemmo anni fa sugli schermi della televisione pubblica e che poi, regolarmente, viene riproposta un po’ su tutte le emittenti private.

Uno dei libri pubblicati a firma Giorgio Perlasca riguarda i suoi diari, che la casa editrice bolognese Il Mulino diede alle stampe nel 1997 con l’emblematico titolo “L’impostore”.

Già… l’impostore, e non a caso, perché, dopo l’8 settembre 1943, rifugiatosi nella sede dell’ambasciata spagnola a Budapest, sempre ospitale nei confronti di chi avesse  combattuto nel 1936 dalla parte dei franchisti, l’italiano si era spacciato per console di quella nazione, appunto, onde poter aiutare  gli ebrei perseguitati.

Le cose erano andate così. Una volta trasferitosi, secondo le disposizioni del suo governo, l’ambasciatore spagnolo da Budapest in Svizzera, Giorgio era diventato Jorge, console spagnolo e come tale responsabile delle “case protette” (extraterritoriali, in linea di principio) nelle quali ospitava gli ebrei. Aveva ovviamente falsificato i suoi documenti, Jorge Perlasca, e a migliaia (quelli degli di ebrei) ne avrebbe falsificato in seguito, correndo il rischio di venire scoperto e finire davanti ad un plotone di esecuzione, o appeso ad una forca.

Invece, tutto andò nel migliore dei modi. E con raggiri, velate minacce, mezzi ricatti, corruzioni, questo eroe armato soltanto di una bandiera spagnola, e di un coraggio non comune, riuscì nel suo intento…

Venutasi a sapere, tardi per la verità, nel dopoguerra, questa avventurosa, se non romanzesca, vicenda, Giorgio Perlasca ricevette onorificenze da Israele (c’è, fra l’altro, un “albero dei giusti” a suo nome nello stato ebraico), dalla Spagna, dall’Ungheria – buona ultima, come sempre, l’Italia!

Ma adesso c’è di più. Quel tal libro “L’impostore”, di quindici anni fa, già ristampato dal Mulino, è stato tradotto in lingua ungherese e pubblicato in quello stato, titolo “A ‘szélhamos’” – per i tipi di Mundus Novus, con l’aggiunta di documenti vari, interventi di studiosi, autorità ebraiche, nonché di una articolata documentazione iconografica nella quale hanno parte foto di scena del film con Luca Zingaretti, di lapidi e monumenti eretti in Ungheria all’eroe italiano. Vi figura anche un testo-testimonianza del figlio Franco. E in tal modo, pure i lettori ungheresi potranno rendersi conto dell’eroica azione di un italiano nel quale il senso di umanità veniva prima di tutto, prima anche della propria incolumità.

 

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questo articolo è stato pubblicato anche su:

La Voce di Romagna, 6 marzo 2013

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