GIORGIO PETROCCHI E I PROBLEMI DEI SEMINARISTI – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

Giorgio Petrocchi (Tivoli 1921 – Roma 1989) a partire dal 1948 ha lasciato una profonda traccia nello studio delle lettere italiane in qualità di storico, filologo e critico. Professore a Messina fino al 1961, insegnò poi a Roma nei corsi universitari. Membro dell’Accademia dei Lincei, dal 1971 fu Direttore dell’Istituto di Magistero Maria Ss. Assunta. Si deve a lui una fondamentale edizione critica della divina Commedia, oltre a testi scolastici quali Letteratura Italiana, disegno storico, edito più volte negli anni ’50.

Ricordiamo questo autore cattolico. Del 1948 è la sua unica prova di narrativa: La carità, pubblicata dall’editore De Silva. Questo romanzo breve, di indubbio pregio letterario, nonostante alcune deficienze specie nella conclusione della vicenda, propone un tema immutabile soprattutto nell’ambito religioso, ancora di interesse al tempo della neonata Repubblica: la pratica della carità.

lpTre seminaristi, studenti di teologia, cui è affidata la disciplina dei piccoli allievi, sono i soggetti viventi della trattazione. Giovanni, il più sicuro nella dottrina, assume il ruolo di mentore verso i due compagni: Carlo, d’indole indulgente: un impasto di mitezza, indecisione e ingenuità, che non ha saputo risolversi a denunciare i ragazzi che hanno commesso un furto ai danni dell’Istituto, ed Elia, altrettanto incerto di fronte alla condotta da tenere in famiglia, essendo venuto a sapere dalla madre che la sorella Viola intrattiene un pericoloso rapporto sentimentale con un tenente di stanza nella città attigua al seminario. Egli ha preso consiglio dal rettore senza ricevere una precisa indicazione: faccia ricorso alla propria coscienza. Invece, Giovanni incita l’amico a compiere il suo dovere caritatevole anche informando il genitore severo e temuto. Le circostanze vogliono che Elia, determinatosi a compiere il passo, prima, metta in guardia sua sorella scarsamente ricettiva, quindi, informi il capofamiglia, che la terrà quasi segregata in casa per impedirle di ubbidire al suo avventato innamoramento.

Ma ora tocca a Giovanni cimentarsi con un caso della vita. Un vecchio uomo del paese viene a confidargli che sua moglie Ada lo provoca alla libidine. Il giovane seminarista, combattuto tra due risoluzioni, infine lo consiglia di non separarsi da lei, accettando di lottare contro le tentazioni. Tuttavia il ragazzo rimane sconvolto dal racconto dell’uomo; il demonio lo perseguita con le immagini della donna invereconda, ed è suo il combattimento per conservasi incontaminato, anche avendo sorpreso uno dei piccoli in atteggiamento sospetto di atti impuri.

A Elia, che gli riferisce il suo intervento in famiglia, Giovanni, nonostante sia tormentato dalla propria debolezza e dubiti della propria autorità, dice: “La Chiesa ha bisogno di energia, di decisione, di durezza di comando, per la guida delle anime in un tempo che muta”. E “la carità non è di sorridere al prossimo, ma di insegnare, prima di ogni altra cosa, a formare un carattere”.

Viola però, è fuggita di casa. Giovanni incita Elia affinché la cerchi e la ricuperi.

A Carlo, che si è reso responsabile di un’altra mancanza liberando un piccolo da un castigo piuttosto crudele inflittogli da Giovanni, accade un incidente mentre sta passeggiando sull’argine del fiume. Egli viene coinvolto, per insipienza e suo malgrado, in una marachella di ragazzini che sottraggono una barca a un uomo addormentato tra le frasche; e la barca, su cui egli insegna a remare ai monelli, rischia un naufragio. Sennonché il capo banda dei birichini è un traviato, inviso alla popolazione. Ne consegue un processo di Carlo piangente davanti al rettore, ai professori e agli studenti di teologia. Il giovane non riesce a difendersi, anzi, la testimonianza di Giovanni, da questi ritenuta doverosa – giacché anche il peccatore può curare le anime e compiere la giustizia -, aggrava la situazione dell’imputato.

Elia ha agito nella faccenda della sorella senza ferma convinzione, ed è in balia di sentimenti contrastanti, sentendosi estraneo alla propria famiglia, da sempre afflitta dall’aridità. Quasi giustificherebbe Viola che se ne è liberata. La sopravvenuta commozione della madre, che chiede la sua presenza nella casa colpita dalla desolazione, ove il papà è pure affranto dalla sventura, gli rivela e trasmette l’attaccamento affettivo che sembrava inesistente. Egli si reca dall’ufficiale, la cui insolenza è stranamente temperata dall’amore da lui dimostrato per la propria mamma, distesa su un letto e prossima al trapasso. Elia, non visto, assiste alla comparsa di Viola sulla tragica scena. Ella accusa l’amico di averla attirata con la pietà della sua condizione di figlio, e vuole svincolarsi da lui; scappa via tornando alla pensione dove è riparata.

Nel parallelismo delle vicende personali degli amici, troviamo il rettore che parla a Giovanni. Gli dice che Carlo è un buon giovane. Sarà trasferito in un seminario retto da secolari, donde uscirà prete maturo. Il discolo che, in un certo senso, ha compromesso il candido studente, proviene da una triste storia di abusi sessuali dovuti al parroco di un villaggio. Il prete, accusato dai paesani di fronte al vescovo, venne trasferito e messo sotto tutela; il ragazzino, senza famiglia, vagò come un’esca di peccato. A entrambi vada il castigo e la compassione, che non può e non deve giudicare. Il rettore intende che Giovanni, denunciando Carlo, fosse diviso tra la bontà e la giustizia, per la quale ha calcato la mano seguendo la propria natura. Si avvicini all’amico e lo ancoraggi prima della sua partenza, riferendogli che si è contenti di lui. Il rettore prevede che lo stesso Elia, assente da tre giorni, faccia un buon ritorno al seminario.

Si apre un quadro su Elia accanto alla sorella che dorme tranquilla nella pensione. Risvegliatasi, ella tenta di nascondere la relazione avuta con l’ufficiale; è sofferente e disposta a tornare a casa. Allorché se ne vanno, dalle frasi della padrona si capisce come si tratti di una casa disonesta. Elia non vede una soluzione nel ritorno di Viola dai suoi, tutt’altro che libera interiormente e senza il riscattato del pentimento. Al contrario, gli è parso pentito e bene intenzionato il tenente, che lo ha pregato di ricondurla a lui. Il fratello sembra propenso a ottenere la pacificazione dei due, sebbene il racconto finisca col dubbio sulla destinazione di Viola. “’La sto portando via da casa’ pensò Elia, ‘che cosa è mai tutto questo! la sto portando lontano!’”.

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