GIOVANNI GENTILE E LA FRANCIA – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

 

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Aveva ragione Martin Heidegger quando osservava, in maniera significativa, che “Wer gross denkt, muss gross irren” (Chi pensa in grande, deve sbagliare in grande), non nel senso, beninteso, che colui che investiga e agisce, ad un certo livello, debba necessariamente, commettere gravi mancanze, ma nel significato che anche i grandi possono, nelle loro riflessioni e nei loro atti, compiere errori valutativi ed operativi.

Nel caso del menzionato filosofo, è vero che questi ha aderito al fascismo e ad esso ha conferito una dottrina, ma è altrettanto certo che egli, da galantuomo qual era, ha fatto tanto di quel bene, ivi compresi gli sbagli, da meritarsi da un suo seguace, Augusto Guzzo – pensatore spiritualista nostrano del Novecento – il seguente giudizio :” Molto gli sarà perdonato perché egli molto ha amato”.

E noi siamo sicuri della fondatezza della valutazione dello studioso napoletano perché tutte le azioni e le scelte del filosofo vanno in tale direzione ove si consideri la sua generosità verso gli amici e verso i nemici; e ciò, sia quando era cattedratico alla ‘Sapienza’ di Roma, sia, ancora, quando, si trovava, durante la Repubblica Sociale Italiana, a Firenze, dove fu trucidato da sei gappisti capitanati da Bruno Fanciullacci.

Ora, la notizia è di pochi mesi fa, in occasione di un Convegno alla Sorbona per la discussione di due opere del pensatore – ‘Teoria generale dello spirito come atto puro’ e ‘La rinascita dell’idealismo’ (Ed. Hermann) –  l’Istituto Italiano di Cultura ha definito, nella presentazione, Gentile il “filosofo dell’idealismo che fu teorico dell’atto puro e che finì tragicamente i suoi giorni, vittima della guerra civile del 1944, assassinato a Firenze da una banda di partigiani”.

Notizie indubbiamente vere, ma non gradite dal Presidente dell’ANPI di Parigi, Enrico Persico Licer – un Carneade di memoria manzoniana, quantunque quest’ultimo fosse un rilevante filosofo – il quale ha costretto il  Presidente del menzionato Istituto, Marina Valensise, a rettificare la presentazione nel modo seguente: ”Rifondatore del Liceo sotto il fascismo (…) che finì tragicamente i suoi giorni pagando i suoi errori politici in favore della dittatura, all’epoca della guerra civile e di Liberazione”.

A questo punto, occorre intendersi nel senso che se la presa di posizione fosse venuta da un pensatore della stessa levatura di Gentile, si sarebbe potuta aprire, al limite, anche un dibattito, ma da uno sconosciuto personaggio così arrabbiato – e ‘engagé’ in quel modo – proprio no, tant’è vero che lo abbandoniamo al destino degli illustri sconosciuti. Certamente, la retromarcia subìta non ha fatto onore al Presidente dell’Istituto Italiano di Cultura, la citata Marina Valensise, anche perché la presentazione primigenia esprimeva, intorno al filosofo, soltanto la più genuina verità.

E, sempre a proposito dell’Istituto Italiano, è giocoforza precisare che il filosofo era ed è presente da anni nel mondo culturale francese per il semplice motivo che di lui sono stati tradotti, tra l’altro, sia il saggio ‘Arte e religione’ – ‘Art et religion’ (Revue de Metaphysique et morale, 1923) – sia l’opera-manifesto dell’attualismo – ‘Teoria generale come atto puro’ (L’esprit acte pur’, Alcan, Paris, 1926) – ; non solo, molti studiosi transalpini si sono interessati del pensiero gentiliano, tant’è vero che basti controllare la vasta bibliografia, in ogni lingua, sul pensatore per averne la conferma.

Ma c’è di più perché un valente storico della filosofia francese, Jean-Louis Dumas, nella sua ‘Histoire de la pensée’ (Tallandier, 1990), ha parole sincere e serene nei riguardi del filosofo italiano sia quando nell’Introduzione – ‘Néo-hégéliens italiens’ – parla della “puissante influence” di Gentile su Croce, sia quando, nella disamina della speculazione del filosofo italiano, esordisce affermando che “’la forme la plus cohérente’” de l’idéalisme est representée par la philosophie de Giovanni Gentile (1875-1944), qui à reçu le nom d’’actualisme’”. Dopo aver messo in evidenza la brillante carriera universitaria del filosofo, lo studioso d’oltralpe mette in rilievo non soltanto l’attività di organizzatore della cultura dello stesso – segnatamente, la poderosa e ponderosa realizzazione dell’’Enciclopedia Italiana’ – ma anche il merito di aver scritto “‘La Philosophie de Marx (1899), que Lénine tiendra en estime: il y étudie le marxisme comme philosophie de la ‘praxis’”.

Assodato che “Gentile ha messo in luce con una coerenza assolutamente perfetta la necessità di considerare la conoscenza come un riassorbimento dell’oggetto nel soggetto”, il Dumas sottolinea la vicinanza della dottrina di Gentile a quella di Fichte, fermo restando che il primo resta un vero e proprio hegeliano anche se accusato, osserva lo studioso, “à tort, de solipsisme”, mentre, al contrario, la sua filosofia resta un vera e propria condotta di vita, “reposant sur une profonde convinction théorique et practique, et elle a suscité les plus grands enthousiasmes”.

Lo storico della filosofia francese, giudica con molta serietà il sistema attualistico mettendo in rilievo che “on trouve assurément chez Gentile les maximes triomphalistes de l’idéalisme absolu”. Chiarito che egli “nega di identificare il suo ‘atto’ con l’Uno ineffabile del misticismo”, il Dumas aggiunge anche che il filosofo italiano fece un’attiva lotta contro la scuola laica”.

Concludendo, da una parte, che ”son attitude envers le christianisme s’éclaire en fonction de la place qu’il attribue à la religion parmi les formes nécessaire et absolues de l’esprit” e ribadendo, dall’altra, che in qualità di Ministro dell’Istruzione pubblica, realizzò, nel 1923, una globale riforma della scuola, dalla primaria – mercé l’esclusione del “dualisme pédagogique entre élève et maitre”, visto che nell’atto educativo lo stesso maestro si trasforma – alla secondaria.

Dopo aver accennato all’estetica gentiliana – racchiusa soprattuto nell’opera ‘La filosofia dell’arte’ (1931) – concepita come “’expression du sentiment’” e, come tale, di schietta osservanza romantica – lo studioso francese chiude la sua indagine sul sistema del filosofo siciliano con le seguenti significative dichiarazioni.

Da un lato, che “Gentile eut encore plus de succès que son ancien disciple et ami Croce” e, inoltre, che “on voyait en lui un ‘excubitor ingeniorum’, une ‘sentinelle des intelligences’”, e, dall’altro, che, parole sempre di Dumas, “per delle ragioni politiche facili da indovinare, delle defezioni si verificarono nei ranghi dei gentiliani più convinti”, ad iniziare, conclude lo storico, da Guido De Ruggiero, passato ‘d’emblée’, nelle file crociane.

Com’è facile notare, le citate ragioni politiche pesano ancora, come un macigno, sull’uomo e sul pensatore fermo restando che egli rimane, senz’ombra di dubbio, il più grande filosofo italiano del Novecento ed uno dei maggiori esponenti della speculazione europea del XX secolo. Negare ciò, significa negare l’evidenza.

Ciononostante, tra i tantissimi avversari e nemici del pensatore è da annoverare pure qualche studioso francese. Uno di questi – Jean Wahl, un divulgatore dell’esistenzialismo contemporaneo – ha parlato testualmente, di “nefasta influenza di Gentile”, in Italia. (Il pensiero moderno in Francia, La Nuova Italia, Firenze, 1965, p. 141). Le solite accuse, dettate soltanto dalla scarsa conoscenza dell’uomo e della sua opera.

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