GIOVANNI XXIII E IL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II – di Piero Vassallo

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Paolo Pasqualucci, “Giovanni XXIII e il Concilio Ecumenico Vaticano II”, Editrice Ichtis, Spadarolo (Rn)


di Piero Vassallo

 

L’uso sobrio e rigoroso di un’ingente mole di notizie e la felice combinazione di fermezza dottrinale e carità, hanno consentito a Paolo Pasqualucci di affrontare l’imbarazzante problema posto dalla presenza – indisturbata, quando non incoraggiata e approvata ufficiosamente – della screditata teologia progressista, fumo di satana penetrato nella Chiesa cattolica, come ebbe a definirla (tardivamente) Paolo VI.
La rumorosa sopravvivenza della teologia conformista, che fu generata da uno stupore disarmato davanti a figure ideologiche fatiscenti e destinate ad essere travolte e sepolte a Berlino, costituisce, motivo di umiliante disagio per la cultura cattolica.
Smentite tutte le ragioni del trionfalismo mondano, è evidente, infatti, la malinconica dissolvenza delle pie illusioni intorno alle magnifiche sorti e progressive. La fede leopardiana e schopenhaueriana, professata senza ritegni dall’affranto guru Scalfari, dimostra, appunto, che l’infatuazione progressista appartiene al passato. Le autentiche ragioni della speranza stanno rientrando pur con fatica nella casa dell’ortodossia cattolica.
Se non che l’imperiosa e torrentizia verbosità dei teologi sedicenti aggiornati, mantiene una vasta area del mondo cattolico incollata al fotogramma della moviola, che ha registrato le suggestioni del progressismo furoreggiante nei remoti (e non ancora del tutto superati) anni del Vaticano II.
Nelle pagine della sua magistrale opera, Pasqualucci dimostra che, per uscire dal vicolo cieco in cui langue la cultura postconciliare, è necessario rammentare la dipendenza dei nuovi teologi (Rahner e Küng, ad esempio) da uno stato d’animo abbagliato dalle luci della ribalta progressista. Una ribalta peraltro devastata dal corso sfavorevole degli eventi e dall’involuzione dei pensieri “a monte”.
Un teologo autorevole, quale Brunero Gherardini ha scritto che la nuova teologia mette una pietra tombale sulla metafisica “spogliando la ragione umana della sua capacità di pervenire alla verità, di scoprirne l’essere, d’isolarne l’atto di essere”.
Il difficile compito dei restauratori cattolici, in ultima analisi, consiste nel rianimare la perplessa e depressa maggioranza dei credenti, dimostrando che il potere, tuttora esercitato da novatori tanto ostinati quanto esausti e sorpassati, non discende dalla presunta evoluzione del dogma ma dall’esagerata fiducia riposta in ideologie perdenti.
Durante gli anni Sessanta il potere della suggestione era a tal punto influente che perfino un uomo cauto e scrupoloso come Giovanni XXIII dichiarò ammirazione “per il meraviglioso progresso del genere umano”, in pratica per le conquiste vantate dai propagandisti della rivoluzione illusionista.giovanni 23°
Nell’Allocuzione inaugurale Gaudet Mater Ecclesia papa Roncalli tratteggiò due scenari divergenti: un Concilio indirizzato alla risoluta, intransigente conferma dei dogmi (“il Concilio deve condurre ad un sempre più intenso rafforzamento della fede”) e un Concilio orientato ad evitare la condanna degli errori moderni, visto che “ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensi a condannarli”.
In una fase storica caratterizzata dall’incubazione dell’anarchismo sessantottino, Giovanni XIII affermò addirittura che gli uomini contemporanei sembravano “più inclini a recepire gli ammonimenti” della Chiesa cattolica.
Di qui la convinzione, illusoria dato il furore delle persecuzioni anticristiane in atto nell’Unione sovietica e in Cina, oltre che nel mondo islamico, che si potesse giudicare avvenuto “l’ingresso in una nuova età, la quale, fatta salva la sacra eredità trasmessaci dalle generazioni precedenti mostra un meraviglioso progresso nelle cose che riguardano l’animo umano”.
Evidentemente la visione di un mondo verniciato di rosa non può essere equiparata all’errore teologico, perciò nessuno mette in discussione la fedeltà di papa Giovanni al dogma, fedeltà che fu peraltro autorevolmente attestata da Cornelio Fabro. L’infallibilità non copre le opinioni dei papi sull’effimero, tanto meno sacralizza gli abbagli
Senza dubbio erronea è, invece, la teologia progressista, avanzata sotto l’ombrello dell’immaginario contemplante i progressi spirituali della modernità, fino a raggiungere il punto di non ritorno che è rappresentato dalla teoria di Karl Rahner sui cristiani anonimi. Teoria in cui Cornelio Fabro vedeva il rovesciamento della teologia in antropologia.
Le suggestioni diffuse dai nuovi teologi hanno purtroppo inquinato il dibattito conciliare, imponendo una soluzione interlocutoria e minimalista, la “pastoralità”, che ha escluso il radicamento delle costituzioni conciliari nell’infallibilità ma non ha impedito la circolazione tra i novatori di una surrettizia opinione infallibilista, affermante l’inviolabilità dell’ecumenismo latitudinario, che era giustificato soltanto dagli immotivati entusiasmi intorno alle ideologie.
In seguito, l’infallibilismo è stato usato come copertura offerta dall’esorbitanza dell’ortodossia ai teologi che, in nome del “concilio” erano intenti all’erosione del depositum fidei. Per un singolare paradosso, il partito dei nuovi teologi ha trovato rifugio nella deformazione infallibilista dell’intransigenza dottrinale dichiarata da Giovanni XXIII durante la cerimonia inaugurale del Vaticano II.
Per ridare vitalità e slancio missionario alla Chiesa cattolica è necessario sciogliere i lacci che tengono unito l’incontrollato entusiasmo dei novatori all’intransigenza dottrinale, cioè interrompere il giro vizioso che si è stabilito tra l’eccesso infallibilista e il deficit prodotto dal precipitoso avventurismo teologico.
Occorre specialmente che questa delicata operazione sia compiuta, come propone Pasqualucci, con rigore ma senza ventilare lacerazioni irreparabili.
L’interruzione del giro vizioso della teologia è tuttavia impensabile senza la preventiva rinuncia alle anacronistiche illusioni intorno agli splendori della modernità. Si tratta di trarre le dovute conseguenze dall’invito all’autocritica della modernità e del cattolicesimo modernizzante, formulato da Benedetto XVI nella Spe salvi.
È questa, infatti, la condizione necessaria a ottenere la liberazione del pensiero cattolico dal peso morto e mortificante della moderna utopia. Nei testi del Concilio pastorale (e non dogmatico) un illuminato esercizio del senso autocritico può, infatti, scoprire e rimuovere le tracce dell’ingenuo ottimismo professato da Giovanni XXIII, quindi avviare, senza inscenare drammi, l’attesa separazione del dogma cattolico dalle temerarie opinioni dei teologi privati.


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