Giovannino Guareschi – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

grschRicordando il mai dimenticato Giovannino (1908 – 1968) scrittore, giornalista, umorista, caricaturista, devo togliermi un peso dal cuore, così da poterne tranquillamente celebrare i pregi e le virtù.

  Per indole personale e ancestrale di emiliano della Bassa, egli fu incline al sentimentalismo, al pacifismo, e insieme aderente alla sua gente sanguigna, alla sua pianura ferace, estesa e terribile; fu stabilmente cattolico e si manifestò antifascista. Sono in lui convincenti l’onestà, lo scrupolo di obiettività, che piegò alla correzione le sue inclinazioni e il suo essere intellettuale e borghese, dedito, in origine, all’umorismo letterario, alla fervida invenzione iperbolica e paradossale, che lo apparentava a un Achille Campanile, quando era capo redattore del Bertoldo.

  Politicamente, ebbe vari punti in comune con Leo Longanesi, pur uscendo critico del fascismo soltanto dopo la sua caduta. Furono entrambi indisposti a cedere sulla libertà; entrambi irridenti sia la propaganda altisonante, sia una democrazia fatta schermo di basse convenienze; entrambi non vennero al dunque d’una realistica alternativa: quale forma di costituzione dello Stato? quale male minore, poiché un male sembrava inevitabile? Circa Guareschi, monarchico, aveva rotto i ponti con ogni dittatura; quando, l’altro irriducibile avversario del malcostume parlamentaristico, Longanesi, a rigor di logica, avrebbe dovuto ridursi a un arduo contemperamento di due sistemi antitetici da rettificare. Nella prefazione del Diario clandestino 1943-1945 (1949) Guareschi parla di una mirabile democrazia realizzata nel lager degli internati (sebbene, dal testo, essa non emerga in modo soddisfacente), ma altra è una comunità nel campo di prigionia, altro è il grande consorzio nazionale. Donde, la delusione da lui provata al rientro in patria e in seguito appare immancabile, ancorché avesse indubbi fondamenti.

   Tuttavia non sta qui il punto dolente cui prima accennavo. Il punto dolente ha carattere religioso e risiede in Don Camillo o, più esattamente, in due articoli del Candido, anno 1947, quando erano già comparsi sulla stessa rivista, avente direttore Giovanni Mosca, episodi dell’epico conflitto tra il grosso parroco e il grosso sindaco Peppone, mentre il primo volume di Mondo Piccolo sarebbe uscito l’anno successivo e il secondo, cioè Don Camillo e il suo gregge, fu pubblicato nel 1953.

  In una lettera immaginaria, l’autore dà un semiserio addio al suo reverendo, perché in Palestra del Clero di Rovigo, don Giovanni Saraggi, sotto il titolo Teologia Morale esaminando la posizione del “Confessore di fronte al voto politico dei penitenti”, tirava la somma deducendo che “il Confessore è tenuto, e sub gravi trattandosi di materia grave, a interrogare il penitente sulla sua professione politica”, e se costui “aderisce a un partito di principi anticattolici o acattolici (in Italia: Comunismo, Socialismo, Liberalismo, Demolaburismo e Azionismo) […] o promette una seria ritrattazione o si nega l’assoluzione”. Ma, poiché in politica conta nondimeno la pratica, il teologo aggiungeva che diventa immorale anche il voto dato a un partito di buoni principi, avente però una condotta ambigua.

  Pertanto, don Camillo era un prete di cattivo esempio assolvendo Peppone al confessionale, assolvendo i socialisti, i qualunquisti e i repubblicani, senza aver ottenuto una seria ritrattazione, e invitando a pranzo i liberali, benedicendo la Casa del Popolo. Inoltre, il pretone conversava col Crocifisso dell’altar maggiore in modo frivolo e inammissibile.

  dncmlNel pezzo successivo, l’ameno articolista si fa forte delle proteste dei lettori per la sua decisione di ripudiare il suo eroe in veste talare, e specialmente allega le rassicurazioni provenienti da  ecclesiastici, per i quali egli non ha violato capisaldi morali e dogmatici. Confortato, a proprio discarico, egli presta la giustificazione della buona fede al comunista che, infine, va alla ricerca di Dio dal quale non si è distolto, e spiega la confidenza tra Cristo e il sacerdote di campagna: dovuta alla rozza semplicità d’un uomo di tonaca pronto a fare ammenda dei suoi slanci e dei suoi impulsi irriflessivi. E poi, “la tesi di don Saraggi è del tutto personale”. Dunque, “con tutto il rispetto”, egli si sente autorizzato a inviargli uno scherzoso “succhiello-omaggio”, affinché si pratichi “quella terza narice [simbolo di chi opera coi paraocchi] che Peppone, pur essendo capo della sezione comunista del suo paese, non possiede”.

  Viceversa, nel 1949, un Decreto del Santo Uffizio avrebbe dato ragione al prelato intransigente, con la scomunica dei fedeli che professassero la dottrina comunista, e definendo illecito l’appoggio dato al partito della bandiera rossa.

  Il motivo è elementare: anche ammessa l’innocenza di chi acconsenta all’ateismo e al materialismo, ossia a una forma qualsiasi di empietà, egli continua ad esserne il veicolo, continua a diffondere il male, cui sono soggetti molti, troppi esseri umani. Senza contare che, di regola, il pastore come il missionario, hanno il sacrosanto compito di togliere la pericolosa ignoranza all’innocente. Dopodiché, egli non è più tale, se non si ravvede.

  Per altro, Giovannino fu lungi dall’essere facilone nel campo religioso. Sempre sul Candido, il 31.5.1947 indirizzava una lettera a Pio XII, nella quale metteva l’accento sugli abusi perpetrati a danno della “Costituzione della Religione Cristiana”. La politica era un male necessario, un veleno da usarsi come contravveleno per reprimere idee e passioni omicide. Calmate le acque, i partiti cercavano di dimostrarsi ossequenti alla “Divina Costituzione”. Gli stessi comunisti, sofisticamente, intendevano appropriarsi del Signore facendone un “compagno Signore”, un falegname figlio di falegname. E i democristiani si adeguavano convergendo, per opportunismo, su un concetto analogo. I primi vestivano Carlo Marx da Messia, sfruttandone una certa immagine, quasi come sfruttavano Garibaldi. I secondi indulgevano al populismo, giacché l’uomo di domani era il lavoratore; indulgevano a quel “progressismo regressivo”. “Il nemico, insomma, cerca di entrare nelle anime semplici presentando alle masse un Cristo che non è più il figlio di Dio, ma il figlio del falegname Giuseppe”. D’altronde, mai prima si era tentato di far credere che “Gesù è il Figlio di Dio che si è fatto lavoratore”. No, Egli si è fatto uomo, e “occorre che qualcuno difenda il Regno dei Cieli”.

  Nonostante la sua attenzione alla difesa della fede, nel Don Camillo e il suo gregge, i rapporti tra il parroco paesano e il sindaco rosso sono mutati di poco: Giuseppe Bottazzi continua a tenersi il diavolo e l’acqua santa e, alle elezioni politiche, una volta di più sentimento e opportunità immediata prevarranno sull’obbedienza alla legge della Chiesa. Non basta che don Camillo assolva Peppone infliggendogli una penitenza esagerata di 15.000 Pater noster, e che una postilla avverta che, nel 1948, il decreto di scomunica dei comunisti non era ancora stato emesso. I Pontefici si erano già pronunciati ripetutamente contro la loro ideologia e la loro prassi. Non basta che l’antagonista del prete confidi al suo competitore, in fondo prediletto e necessario, d’aver messo nell’urna la scheda bianca, in seguito a una crisi di coscienza dovuta alla medaglia d’argento da lui meritata nella prima Guerra mondiale, ai delitti commessi dai suoi compagni, ai prigionieri italiani scomparsi in Russia, al massacro delle fosse di Katyn.

  Più tardi, tra diversi episodi di gustoso bozzettismo, sovente un po’ slegati, don Camillo si decide a benedire, con esito felice, il badiale trattore russo sempre inceppato, con cui Peppone deve procedere al dissodamento dell’arido terreno acquisito per il padano kolchoz della Cooperativa Agricola Popolare. – Non mancano gli eventi provvidenziali che fanno supporre il fatto miracoloso.

    Rispetto al primo volume, qui la narrazione si fa più seria; gli argomenti sono tali da stridere con l’ironia, la parodia e un sostrato bonario. Il temperamento facilmente acceso e manesco di quella gente, in realtà, troppe volte trasmodava ancora in ferocia per niente scusabile. Non erano portati alla cattiveria soltanto gli incalliti compagni cittadini.

  In alcuni capitoli dall’esito tragico (un ragazzo, testimone dell’assassinio di suo padre, uccide l’omicida venuto per eliminarlo; una coppia di mezzadri, occupanti il podere dell’ex podestà, si fanno scoprire soppressori del fascista e della sua consorte, traditi dalla vanità della nuova signora che si mette il vistoso anello della morta, dopodiché i colpevoli muoiono in un conflitto a fuoco con i carabinieri; la rivalità tra due ragazzini, appartenenti a opposte fazioni, porta alla caduta mortale di uno di essi, salito in fuga su un traliccio, credendo di aver accoppato il piccolo nemico) anche i piacevoli tocchi del colore locale languiscono o sono estinti.

  “È la guerra che ha rovinato la gioventù. Non si deve parlare di colpevoli, ma di vittime”. Però le violenze proletarie del 1919 e quelle squadriste del 1922 nascevano dopo una guerra vinta, e i loro strascichi perduravano ancora. In generale, la febbre politica era troppo forte, accendeva un odio viscerale, inestinguibile, di cui, altrove, l’autore è costretto a prendere atto.

  Perciò, nel complesso, si avverte un ripensamento rispetto al primo Don Camillo; che protestava quando il sindaco non voleva celebrare il 4 novembre per non commemorare guerre, perché saltavano fuori il nazionalismo, la monarchia, le speculazioni della reazione sull’Istria, sulle foibe, sulle presunte malefatte di Tito e di Stalin. E, sentendo Peppone pentirsi di non aver disertato prima dell’armistizio, sentendolo gloriarsi di aver combattuto ben altrimenti, quando era andato partigiano in montagna nel ’43, il pretone si accontentava di dirgli questa facezia: “Per un italiano combattere contro avversari politici italiani è sempre una cosa più simpatica”.

  Siamo giunti alle elezioni comunali (verosimilmente del 1951, quindi successive al famoso decreto di scomunica). Di nascosto, il sindaco, sforzando una porta, si introduce in chiesa ad accendere un cero, assolvendo il debito della grazia ricevuta: la sua rielezione. Chi vigilava, messo in sospetto da precedenti visite notturne rimaste misteriose, gliene chiede conto e, conosciuto il motivo, lo accusa di sacrilegio: “È un delitto lavorare per il nemico di Cristo! Tu sei al servizio del nemico di Dio!” Poi, il Crocifisso gli risponde che l’importante è credere nel Signore. Non sia troppo severo con il confuso. Un bel giorno, la fede illumina chi la nutre e toglie la confusione.

  L’ambiguità vizia l’ammonimento. Resta più facile prenderlo alla lettera, ossia come una regola da seguire, piuttosto che come divina preveggenza. “Un giorno comprenderà… perché oggi non conosce la verità” è previsione umanamente impossibile, e la sua eventuale natura di onniveggenza doveva essere inequivocabile.

  Di nuovo, non migliorano la situazione il voto promesso e dato alla Democrazia Cristiana dal singolare devoto che milita sotto l’insegna della falce e martello, e, peggio, la croce tracciata su quel simbolo dal parroco mezzo pentito: “Che Dio mi perdoni”, ma deciso a fare di tutto perché un capo peggiore non si insedi nella casa comunale.

  “Ho fatto un sacrilegio” si accusa colui che, impietosito davanti a una vecchia madre che lo chiama, ha dato la benedizione pasquale a una casa di scomunicati. E, di nuovo, il Signore gli si mostra indulgente.

  Quando, nell’attuale momento calamitoso, ce la prendiamo con le fonti corruttrici e i loro mezzi di diffusione cha avvelenano il popolo, riconosciamo il potere dell’opera di persuasione, riconosciamo che chiunque contribuisca al contagio va ammonito alla stregua di un suo strumento. Lo stesso fa la democrazia condannando gli stessi perdenti suoi avversari, elogiatori della dittatura. Lo stesso fece indefessamente il Vaticano nei confronti di eresie o dottrine anticattoliche.

  Nella premessa al Don Camillo del ‘48, Guareschi avvertì che la propria coscienza, dava voce al Crocifisso, e che non aveva maggiori pretese. Ma era un debole assunto.

  Detto questo, Don Camillo sarebbe da mettere all’Indice? No, per tutto quello che di buono esso contiene, al giorno d’oggi specialmente. Rinverdisce tanta nativa devozione, tanta liturgica integrità, tanta cura pastorale e anche una qualche saggezza politica, contrapposte al presente tralignamento ecclesiastico e civile. Ciò nonostante, come passare sopra alle sentimentali libertà prese con l’eterna dottrina? Se il loro cedimento fu poco pregiudizievole per il suo tempo, fin d’allora preludeva al neo-modernismo del tempo veniente. “Finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno della Legge” (Mt. 5, 18).

  Per il resto, la fantasia guareschiana, il ritmo sciolto e impeccabile, la proprietà di linguaggio veristico che li corrobora, sono ammirevoli, sovente stupefacenti, e l’abbondanza dei casi impedisce ogni loro compendio.

  Nel 1950, il burlesco polemista, che prendeva a frecciate roventi i caporioni del Fronte Popolare e i seguaci trinariciuti, altresì dicendo il fatto suo alla borghesia d’ogni tendenza, diede notizia di un’etichetta su bottiglie di vino, dove il produttore Luigi Einaudi, Capo dello Stato, oltre a esporre il proprio nome, vi premetteva il titolo di senatore. L’incauto giornalista venne condannato in giudizio per vilipendio del Presidente della Repubblica, con la condizionale.

  Nel 1954, venuto in possesso di due lettere con le quali, nel 1944, Alcide De Gasperi, ospite del Vaticano, invitava gli inglesi a bombardare il suburbio di Roma, onde fiaccare il morale del collaborazionismo filotedesco, verificò l’autenticità di quei documenti assai infamanti e li diede alla stampa. Altro processo, per diffamazione. Altra condanna, ritenuta iniqua, tanto che il padre di famiglia Giovannino volle rinunciare a ricorrere in appello, preferì scontare i 12 mesi di carcere, ai quali si sommò la pena di cui aveva perso il beneficio della condizionale. Totale: 409 giorni in gattabuia.

  dstcltdChi si sia pasciuto degli scritti satirici, mai venati di cattiveria, e delle loro vignette, o delle umoristiche e colleriche questioni dei paesani nella Bassa padana, chi abbia amato le fedeli pellicole in cui Gino Cervi e Fernandel diedero vita alle amate pagine, non crederà ai propri occhi prendendo in mano per la prima volta Il destino si chiama Clotilde. Sarà proprio Guareschi, questo narratore di raffinate peripezie che trapassano nel surreale, popolate di tipi eccentrici sino all’inverosimile, e tuttavia suscitatori di curiosità e di affezionata simpatia?  Il romanzo è del 1942 e, come Il marito in collegio (1944), ebbe varie ristampe lungo gli anni seguenti. Tuttavia, benché la delicatezza dell’autore non si sia smentita neppure nelle più forti caricature, quelle due squisite prove letterarie restarono alquanto scollegate e distanti dalla sua fama. Merita invece riesumarle.

  Clotilde Troll, giovane milionaria, bella e tumultuosa, ha invitato a un trattenimento sul suo panfilo Filimario, giovanotto di carattere fermissimo, del quale ella sembra essersi invaghita. A lui la ragazza riesce antipatica, ma egli ha dovuto acconsentire all’incontro che dovrebbe preludere alle nozze. È ridotto sul lastrico, avendo rifiutato di ingollare un bicchiere d’olio di ricino: conditio sine qua non per riscuotere la cospicua eredità d’una madre stravagante al pari di suo figlio. Salito a bordo del Delfino, l’irriducibile Filimario si trova in compagnia dei signori Settembre Nort e Pio Pis. Tutti e tre sono destinatari di una lettera dell’ospite assente, che annuncia d’aver voluto allontanare le mille miglia dalla sua città i detestabili signori. Nel frattempo, infatti, il capitano ha intrapreso il viaggio malaugurato, nell’imperturbabilità di colui che i compagni eleggono a loro guida: Nort imita pedissequamente ogni suo gesto e segue il suo volere; Pis, animo gentile e irresoluto, tentenna e trepida nell’adeguarsi alla situazione.

  Essi vengono sbarcati sulla solitaria isola di Bess. Nella dimora di diporto in cui devono prendere alloggio, li riceve un bandito; a proposito del quale si inserisce una serie di vicende fortunose e strabilianti, protagonista un inatteso soggetto narrante, figliolo di famiglia argentina numerosissima, che entrerà successivamente nella storia principale.

  Il “povero ragazzo”, disconosciuto da sua madre come ultimo figlio suo, mandato dal padre presso lo zio Filippo, si racconta indifeso quanto inconsapevole delle malefatte da lui perpetrate, in cui lo coinvolse a più riprese soprattutto lo zio, personaggio attento a dimostrare la corrispondenza delle proprie imprese con gli insegnamenti della Bibbia. Essi si prendono, si lasciano, si ritrovano qua e là vagabondando nel Continente sudamericano, sino al Messico. Leggiamo allora svariate faccende di ruberie, di commerci illeciti, i cui candidi autori ci si rivelano spesso di sorpresa e, ogni volta, sul finire. Abbiamo l’occasione per sorridere delle tipicità folcloristiche (cavalli, pampa, pistole, contrabbando sulle Ande, traffici malavitosi nei porti cileni del Pacifico) e dei giri viziosi militar-politici che imprigionavano quei paesi latini. Né sarà poi risparmiato dalla canzonatura il genere di vita nuovayorkese; canzonatura tanto lieve e sfumata quanto efficacissima.

  A villa Troll, isola di Bess, Filimario non teme il bandito Bill, alle dipendenze di Ketty, una seducente fuorilegge. Ella pretende un riscatto per gli ostaggi catturati. L’unico che potrebbe pagarlo prende tempo, essendo riluttante a bere l’olio di ricino per entrare in possesso del denaro occorrente. Pressioni, vessazioni, seduzioni non hanno effetto su di lui. Finché, tutti prendono il mare sulla Jannette, mediante la quale la masnadiera pratica il contrabbando. Avvistano il Delfino con sopra Clotilde, la capricciosa adorata dagli uomini, eccetto Filimario, amata dalle donne quando si era parsa la notizia che avesse cambiato sesso. Viene con lei Giorgino, il suo fidanzato brutto, grassoccio, sottomesso e sofferente per gelosia. Viene ad accertarsi che i tre amici non siano periti nel prendere terra sull’isola con una banca che fu investita dalla tempesta. Clo si sdoppia con il povero promesso sposo: ora cara verso di lui, ora insensibile e crudele, ansiosa di farsi desiderare da Filimario, che ha spedito nel cuore dell’Oceano perché egli l’aveva ignorata e respinta.

  Adesso, i doganieri abbordano la Jannette. Comincia la perquisizione. Il terzetto viene spacciato come composto di naufraghi tratti in salvo. Ma i loro bauletti risultano pieni di oppio. I malcapitati sono trasferiti a Nuova York, dove la polizia, al posto dello stupefacente, troverà delle patate. Il gentiluomo perseguitato dal destino chiamato Clotilde, spiega che gli scambi del contenuto sono stati opera dei responsabili di bordo, prima e all’ultimo momento. Brutta faccenda per dei galantuomini:  si aprono loro le porte del carcere. Sarà confessione o terzo grado. Ma, grazie all’intervento del console, eseguito il riconoscimento, Filimario e soci sarebbero messi in libertà, se il commissario e i doganieri non temessero la cattiva stampa e il ridicolo, dopo lo scalpore fatto dai giornali sulla cattura degli stranieri. Dunque, essendo salpato il console per una licenza in lieti lidi, i nostri eroi sono trattenuti in prigione. Pressato dai compagni, Fil chiama il notaio che dispone dell’eredità. Porti il bicchiere dell’odioso purgante e, in seguito, si rifarà delle spese sostenute per il suo trasferimento in America.

  Kelly, che ha un debole per l’erede schifiltoso, gli manda una pagnotta contenente gli arnesi per evadere, complice un corrotto secondino. Ma Clo, tornata in campo, ha già versato la cauzione, e Fil sarebbe scarcerato, se non ricusasse di approfittarne. Sega l’inferriata della finestra; i prigionieri evadono calandosi in strada.

  Per i fuggitivi è dura escogitare espedienti con cui sopravvivere. Un’agenzia li arruola. Reciteranno la parte di gentiluomini europei al ricevimento della signora Thompson. E nell’affare, a partire dai modi del rozzo sensale, aleggia un deciso sentore della corruttela e della volgarità, che maggiormente pervadono gli sviluppi dei successivi incarichi affidati a Pio e a Settembre, e che avvolgeranno le mosse sulla terra ferma o al largo della metropoli.

  Impersonando un conte francese, con la sua galanteria Fil conquista la padrona di casa, e fa la conoscenza d’una contessa spagnola, nei cui panni si nasconde Ketty. Ella sta cercando di farsi sposare da un corpulento straniero, giunto a braccetto d’una fiera ragazza: Clotilde Troll. Sì, lui è Giorgino. Arrivati all’isola, un biglietto lasciato da Pio Pis li informò del loro rapimento sulla Jannette. Pio ora si dà d’attorno al servizio di Clo, mentre Giorgino, sguinzagliato dalla fidanzata sulle tracce di Fil, si è innamorato della contessa De la Sierra, alias Ketty, avventuriera in via di mettere la testa a partito.

  Alla festa, Fil e Clo stanno uno di fronte all’altro. Lui però se ne andrebbe, se lei, avendolo minacciato di fargli perdere il compenso dell’agenzia, non lo trattenesse piuttosto facendo appello al patriottismo che li unisce e alla parola data, alla madama che l’ha ingaggiato, d’essere cortese. Sulla terrazza, la macchinatrice gli chiede di perdonarla: lo ama. Egli osserva quanto siano monotone le spasimanti, e si fa odiare. Altra monotonia, quella del loro odio. Clo scappa furiosa, portandosi via Giorgino. Settembre ha paura della vendetta.

  Basta. L’alternarsi delle manovre delle due rivali (Ketty divide il suo cuore tra Fil e Giorgino), l’intrico delle avventure suscitate cui, per accidente, tornano a partecipare il narratore e lo zio Filippo e, dall’alto di una nuvoletta di provenienza ultraterrena, la comparsa dei genitori di Filimario, in disaccordo sulla clausola testamentaria circa l’olio da bere, bisogna che giungano all’epilogo del rimpatrio sul Delfino, arrestando l’inesausta carica della giocosa inventiva.

  Congedi e grigia ripresa della normalità. Sennonché, qualche tempo dopo, un equivoco procura l’incontro-scontro di Filimario con Clotilde. Al voltarsi ostinato delle maschili spalle, dalla nuvoletta piove la disapprovazione del padre che, rivolto alla madre, apostrofa il loro figlio sciocco. Quasi per sùbito effetto, egli ritorna sui suoi passi e bacia l’amata. Sposalizio. Luna di miele sul fatidico panfilo. Un giorno, ben sistemati nella loro città, Clo, sollecita della salute dello sposo, gli reca un bicchiere d’olio di ricino. Piange, alla sconoscente ripulsa del marito, il quale, commosso dalle dolci lacrime, trangugia il rimedio disgustoso. In quella, da un tendaggio sbuca fuori il notaio, che stabilisce e annuncia l’acquistato diritto all’eredità, trattandosi del vecchio olio irrancidito, prezioso retaggio della mamma passata a miglior vita.

  Il denaro servirà a ripianare il profondo deficit finanziario di Clotilde, senza che su di lei gravino sospetti: il suo amore per Fil si è reso completamente sincero e irreprensibile.

  Non si può tralasciare un cenno al Diario clandestino 1943-1945, edito nel 1949: somma di ricordi della vita sofferta nei lager tedeschi, misto di concretezza sovente amara e di surreali evasioni dalla penosa condizione di prigioniero.

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