Girasoli a Nikolajewka. Pellegrinaggio nell’epopea alpina

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E adesso, eccolo fra i girasoli. Testimone e protagonista a un tempo, per avere percorso vari itinerari: di fede, di storia, di… varia umanità, in primis il Cammino di Santiago di Compostella, non poteva, da alpino (servizio di leva nella brigata Julia), compiere una nuova esperienza in terra di Russia, e renderne partecipi commilitoni, amici e altra gente attenta e sensibile alle vicende delle Penne Nere.

Così, eccoci, sulle strade degli Alpini nella ritirata di Russia, da Rossosch a Nikolajewka, con Luciano Della Toffola. E come per quel Cammino di Santiago ci aveva dato un libro, con questo più recente (giugno 2019) viaggio-pellegrinaggio ce ne ha dato un altro: testimonianza interessante, se non coinvolgente in tante parti, arricchita come appare di riferimenti e citazioni a e da testi “classici” di quella campagna di guerra: Giulio Bedeschi e Mario Rigoni Stern in primis, e quindi Nuto Revelli, don Carlo Chiavazza, Enrico Reginato.

Ma una premessa è d’obbligo, dovendo occuparci di questo singolare imprenditore di Trevignano (Treviso), il cui nome, con quelli paterno e dei fratelli è legato alla multinazionale (nata come semplice officina) specializzata nella produzione di macchinari per l’enologia, l’industria delle bevande e il trattamento delle acque, con stabilimenti in Italia, Francia, Argentina, Spagna, Cile, Australia, Stati Uniti, con settecento dipendenti.

Classe 1946, Luciano rappresenta un caso raro di passioni: il camminare, come si è detto, poi l’attaccamento al suo essere alpino, il piacere del canto, e da ultimo, ma non ultimo, un senso-sentimento della memoria che lo ha spinto, appunto, a intraprendere quel viaggio-pellegrinaggio in terra di Russia, del quale ci racconta in Girasoli a Nikolajewka, sottotitolo In Russia nei luoghi degli Alpini (Edizioni DBS; pagine 194; s.i.p.) con la (consolidata da tempo) collaborazione di Angelo Ceron. Al quale Ceron si deve una puntuale, precisa prefazione riguardante il contesto storico nel quale avvenne la presenza italiana sul fronte russo, incominciando dall’infame accordo Molotov-Ribbentrop che vide, fra l’altro, i russi invasori di parte della Polonia, delle Repubbliche Baltiche e della Finlandia.

E veniamo a Della Toffola, persona semplice, schietta, dal senso pratico decisionista. La spinta ad andare in Russia non in gruppi organizzati, come spesso accade, specialmente a partire dal 1993, quando venne inaugurato l’Asilo Sorriso, dono dell’Ana alla popolazione di Rossosch, ma da solo, era derivata da quel senso del pellegrinaggio, che innanzitutto è di carattere religioso, ma che finisce poi per coinvolgere tutta la persona: spirito e corpo. Percorrere quelle strade degli alpini collegate nel tempo (1942/1943-2019) e nella memoria, nel sentimento del cuore, all’insegna di una profonda pietas, dunque.

Ed ecco allora il Nostro organizzarsi alla meglio. Non gli andava, avverte, di “cercare ogni sera un nuovo alloggio, con il rischio di qualche brutta sorpresa. Ho diviso il cammino da Rossosch a Nikolajewka in dodici tappe (oltre 400 chilometri, ndr), che ho fatto tutte a piedi in compagnia della mia guida. Ogni mattina sua madre ci portava al punto di partenza e alla sera ci veniva a prendere al punto di arrivo fissato, dove poi ci riportava la mattina seguente per farci riprendere il cammino da dove lo avevamo interrotto”. Un sistema un po’ complicato, ammette, “certamente impegnativo, soprattutto negli ultimi giorni, perché i chilometri da percorrere in macchina la mattina e la sera erano parecchi, ma sono convinto di aver fatto bene a scegliere questa modalità”.

La guida? Un giovane, Alexandr, conoscitore della lingua italiana, ovviamente. Nella narrazione scorrono, sfilano, nomi di località evocatrici di eventi, che parlano di sacrificio, di dolore, di sofferenza, di morte, che inducono Luciano a riflessioni, a considerazioni, a giudizi su quella campagna di guerra e su chi la volle, mandando giovani vite alla perdizione.

Rossosch e Nikolajewka, dunque, e poi Novo Kalitva, Podgornoje, Belogorie, Opyt, Postojalyi, Quota Pisello, il Don, naturalmente, sulla via del “Calvario degli Alpini”. Storia e memoria, sentimento e onore ai Caduti con soste a cippi, monumenti, fosse comuni, per deporvi corone, girasoli a forma di croce, accompagnati magari da un canto, dopo esser stato ritto, sull’attenti, per diversi minuti in silenzio. Fino al terrapieno della ferrovia di Nikolajewka, dove avvenne la “svolta”, quel 26 gennaio 1943, che permise a tanti di tornare a baita.

Ma diamo a lui la parola: “Vado sotto quel ponte della ferrovia e canto ‘Signore delle cime’ in ricordo di tutti gli alpini che sono andati avanti. E la mia voce unita all’eco prodotto dal tunnel sembra un vero coro di alpini. Sono commosso sino alle lacrime”.

Chi non abbia contezza degli eventi di quel lontano tempo di guerra, chi non conosca il senso della memoria, i sentimenti degli alpini, potrà magari sorridere leggendo di quest’uomo che in solitudine si mette sull’attenti davanti a una lapide, depone girasoli intrecciati, canta un dolente motivo.

Ma per chi con quel mondo, il mondo degli Alpini, con quel popolo, il popolo degli Alpini, ha dimestichezza, il pellegrinaggio di Luciano Della Toffola (con annessi e connessi, per così dire, dettati da sentimento e consapevolezza) non sorprende, anzi, conferma quell’idea che delle Penne Nere si è fatto. Gente per la quale esistono ancora valori da tanti italiani purtroppo cancellati, come memoria, dovere, sacrificio, generosità, solidarietà, dignità.

Attraverso le pagine di questo libro, si entra in una realtà affatto diversa da quella che viviamo generalmente nella quotidianità. È uno degli esempi di letteratura che induce alla riflessione, e che, per dirla col Foscolo, esorta alle istorie…

Prima di dare alle stampe il suo testo, Della Toffola lo aveva fatto leggere alla poetessa Lina Spanu, che vi ha trovato ispirazione per una lirica: “26 Gennaio 1943”. È il sigillo ideale del viaggio-pellegrinaggio del vecio alpin. Ecco il finale della poesia:

“… Braccati da fame e gelo/ passaron sotto la ferrovia/ con muli, slitte, feriti,/ invocando il nome di Maria.// Si sentirono traditi,/ sacrificati in quel raggiro./ Solo la MADONNA DEL DON/ ne ha raccolto l’ultimo respiro.// Per i pochi ritornati/ e segnati per la vita/ solo questo a consolare:/ che la strage sia finita!”.

Nel segno della fede, della Madonna consolatrice, il degno epilogo del libro, e dunque del pellegrinaggio di Luciano Della Toffola, così come allora, e non soltanto a Nikolajewka, il nome di Maria venne sussurrato nell’invocazione di tanti morenti sulle steppe gelate di Russia

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