GIUSEPPE BOTTAI E L’ARTE – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

 

 

lb1Distribuito in molte copie nelle varie Biblioteche statali italiane – alla chetichella, nel senso che gli esemplari, appena arrivati, sono stati accantonati in qualche angolo libero delle stesse – dell’ottimo volume di Giuseppe Bottai, ‘La politica delle Arti, Scritti 1918-1943’ (Libreria dello Stato, Roma 2009, pp. 339), anche noi siamo venuti in possesso con notevole ritardo, visto l’anno di edizione, e attraverso un amico, amante della cultura, a lui donato dal responsabile di una antica e ricca Biblioteca.

Visto che si tratta di una raccolta di scritti di un famoso esponente della politica degli anni del regime nonché competente Ministro, tra l’altro, dell’Educazione Nazionale – come dovrebbe chiamarsi e si chiama altrove il Dicastero della Pubblica Istruzione – da una parte, affermiamo che è facile intuire i motivi dell’inadeguata distribuzione del saggio e, dall’altra, ribadiamo, con Terenziano Mauro, poeta latino del II-III sec. d. C., che “Habent sua fata libelli”.

Ciò premesso in via preliminare, asseriamo subito che il lavoro di Giuseppe Bottai, una delle intelligenze più brillanti del periodo storico menzionato, non tradisce le attese per il semplice motivo che il florilegio, curato da Alessandro Masi, consta non solo di quarantuno capitoli di critica politico–storico-estetica, ma anche di un’Appendice, segnatamente  inediti e  Carteggi dell’Autore con alcuni importanti artisti dell’epoca come Dottori, M. Carli, Marinetti e Peppino Garibaldi. Anche la bella veste tipografica e la riproduzione di diverse fotografie inerenti al personaggio, ai suoi familiari ed ai suoi amici rendono il libro ancora più attraente e degno di considerazione.

La Presentazione, inoltre, di Alessandro Masi risulta acuta ed elaborata tant’è vero che questo è il giudizio, che il curatore dà, tra l’altro, del celebre ‘fascista critico’ e dell’uomo di cultura considerato ‘eretico’ rispetto all’ortodossia del capo del regime: “Bottai è stato un personaggio complesso la cui personalità merita oggi di essere scandagliata e messa a confronto con i protagonisti di quel controverso tempo della storia d’Italia”.

Gli scritti dell’Autore coprono, come abbiamo accennato, un arco temporale che si distende dal 28 novembre 1918, fine del primo conflitto mondiale, al 1° aprile 1943, anno in cui, ‘ex professo’, il gerarca prese posizione sulla valenza della filosofia esistenzialistica di cui proprio la sua Rivista, ‘Primato’, aveva promosso un interessantissimo dibattito avente come protagonisti pensatori del calibro di Gentile, Spirito, Carlini, Guzzo, Olgiati, Carabellese, Della Volpe, Abbagnano e tanti altri.

Anche nell’occasione, Bottai dimostrò non solo di essere informato sulla ‘vexata quaestio’, ma pure di reggere il confronto con gli specialisti della materia quando osservò che “il portare la finitudine” – noto cavallo di battaglia, quest’ultimo, del nuovo verbo speculativo, nato in Germania – “su un piano originario trascendentale non risolve ma sposta solo il problema di trovare poi la giustificazione e la possibilità di ciò che in noi non è finito, ma divino, di ciò che accomuna l’uomo all’altro uomo e lo distingue dagli altri esseri finiti. Diversamente l’esistenzialismo, rigorosamente condotto, arrischia di chiudersi in un trascendentale solipsismo assoluto”.

I saggi bottaiani riguardano, un po’ tutti, la questione dell’arte, salvo alcune comprensibili digressioni politiche, considerato che il Ministro era uno dei più accreditati uomini politici e di cultura del regime; e, sempre a proposito di cultura, giustamente l’Autore in un intervento, risalente al marzo 1941, riferendosi ai cosiddetti intellettuali italiani, non si fece sfuggire l’occasione per scrivere testualmente: “Antipatica questa parola ‘intellettuali’”, a conferma che questi ultimi e la borghesia italiana esigevano, sempre a detta di Bottai, “dall’arte la conferma della propria inerte, compiaciuta, domenicale esperienza della natura; appena abbellita d’accademia, per le signore, o intinta di scandaloso verismo, per uomini soli”. Gli interventi del politico ed uomo di cultura romano, riguardano un po’ tutte le problematiche relative ai beni artistici del proprio tempo, non escluse le tematiche concernenti le mostre e i dibattiti che si svolgevano nei maggiori musei delle più importanti città italiane, soprattutto a Roma e a Milano.

E, in merito, in un articolo del 1938, il Ministro affrontò anche il tema dell’’Esposizione del ‘42’, nella Capitale; ‘Esposizione’ che non poté, com’è noto, essere realizzata a causa dello scoppio della guerra. Ciononostante, egli non esitò ad osservare che, “nel 1942, noi sonderemo in profondità la società italiana, in ogni settore produttivo, intellettuale e morale non meno che economico; ne dimostreremo le forze, gli ordinamenti, le tendenze; ne chiariremo i possibili sviluppi; a noi e agli altri”.

‘Esposizione’, così proseguiva il gerarca, “non di questo o quel prodotto, non di questo o quel produttore, non di questo o quel gruppo, ma della Nazione produttrice nella sua unità e singolarità, (…) per far intendere la nuova parola di Roma”. Non mancano nelle pagine della ricca raccolta bottaiana puntuali riferimenti, come abbiamo accennato,  a questioni di stretta pertinenza storiografica, economica e politica.

Come, per portare qualche esempio, quello relativo alla Chiesa romana vista come “un fatto della vita nazionale” e quello concernente il Risorgimento concepito, “salvo residui ideologici del secolo XVIII”, quale “movimento religioso e consapevole dell’immensa forza della Chiesa, cui riguardò non come a organismo da eliminare, ma da inquadrare nella vita d’Italia”.

Lo stesso dicasi per i rapporti fra gli artisti e lo Stato corporativo; artisti che, secondo lui, dovevano avere una loro specifica organizzazione dato, altresì, che secondo la ‘Carta del Lavoro’ “le rappresentanze di coloro che esercitano un’arte concorrono alla tutela degl’interessi dell’arte e delle lettere”. E lo stesso valga, altresì, per le relazioni fra la cultura e la politica tenuto conto, secondo Bottai, che bisognava far piazza pulita di quel “falso pudore di certi zitelloni della cultura, che deplorano la contaminazione degli studi da parte di uomini  dominanti nella vita politica”.

Tornando agli argomenti di squisito carattere artistico, è giocoforza aggiungere che il Ministro si batté non solo per la difesa del patrimonio dei beni culturali nazionali, in tempo di pace e, in particolare, in tempo di guerra, ma lo stesso delineò pure le linee maestre della ‘politica dell’arte’, com’egli la chiamava, consistenti, a suo dire, nell’asserzione che “lo Stato del nostro sistema non si diletta di critica d’arte, ma educa il popolo alla coscienza delle sue responsabilità e della sua funzione nella civiltà del mondo”, non senza impostare, infine, “la realistica soluzione del problema delle condizioni dell’arte e degli artisti nel quadro della vita sociale contemporanea”.

Stabilito, inoltre, che “l’arte non solo non è apolitica (astorica, prodotto di liberissima fantasia creatrice) ma è concepibile solo come un prodotto politico (storico)”, chiarito che l’educazione musicale è parte integrante della cultura della Nazione, riconfermato che “il cinematografo, in quanto spettacolo, è scenografia; è, quindi arte figurativa”, Giuseppe Bottai discusse anche di umanesimo moderno.

Nell’occasione, additò come esempi sia l’’iter’ speculativo di Marino Gentile, sia quello di Armando Carlini – noti studiosi di filosofia di quel periodo – non trascurando di definire la ‘tecnica’ un “pensiero senza parole, quasi un pensiero espresso dalle mani e dallo strumento di lavoro” ; alla fine, di tale lungo discorso, l’autore della ‘Carta della Scuola’ (1939), dimostrò tutta la sua competenza in materia di umanesimo facendo sua un’osservazione – oggi sembra pacifica, ma che alla fine degli anni Trenta era ancora tutta da acquisire – e vale a dire che “Non ci sono, diceva uno studioso di scienze, due umanesimi, l’umanesimo letterario e l’umanesimo scientifico, ma vi è un solo umanesimo, di cui le scienze fanno parte”. Alternando sempre manifestazioni d’arte – Triennali,  famosa la VII di Milano,  Quadriennali, Premio Bergamo,  Istituto Centrale del Restauro etc. – e soggetti politici, culturali e filosofici, il Ministro delle Corporazioni discettò, da par suo, pure intorno a motivi di attualità come la  ‘giovinezza’, concepita quale ‘novus ordo’ del futuro.

E proprio sulla Rivista ‘Primato’,  da lui fondata,  il 15 luglio 1942, Bottai offrì un saggio della sua perizia su di una materia così delicata; dopo aver sostenuto che la “giovinezza è una mitologica indicazione d’un mondo, che ha bisogno di rinnovarsi per non perire” e dopo aver ribadito che non si è giovani solo perché si è nati ieri: si è giovani quando, nati ieri, si sa intendere che ad ogni momento della vita un improvviso imperativo della coscienza può trasformarci interiormente, rinnovarci nel profondo, farci rinascere a nuova vita”, il Ministro affrontò un altro problema di grande attualità.

Quello, cioè, del capitalismo e del bolscevismo: il secondo, inteso come aberrazione per “aver fatto dell’etica una concezione numerica”- dato che esso “consiste nel credere che le grandi verità si facciano con i numeri”-; il primo visto, per converso, come dottrina chiusa nel “feroce individualismo di chi crede, che la misura dell’universalità sia la pienezza sazia di ciascuno”. L’Autore così proseguiva, nella serrata critica, alle due ‘Weltanschaaungen’, comunismo e liberismo,  due facce della stessa medaglia.

“Nell’una e nell’altra ideologia non c’è posto per i giovani, i quali consapevolmente o inconsapevolmente aspirano ad essere sé stessi per poter fare degno dono di sé agli altri”. La raccolta bottaiana si chiude, come abbiamo già evidenziato, col saggio intitolato, ‘L’Esistenzialismo in Italia’ ed avente come data di pubblicazione il 1° aprile 1943, quattro mesi prima, cioè, del famigerato Gran Consiglio di cui è ricorso proprio in questi giorni il 70° anniversario.

Sicché la domanda che nasce, a questo punto, è la seguente. Dopo tante dichiarazioni – di cui il volume ‘La politica  delle Arti’ trasuda in ogni sua pagina – di fiducia e di fedeltà al Fascismo, che egli scrive ognora con la lettera maiuscola, e di sincera obbedienza al suo Capo, quale si evince dalle innumerevoli righe del libro,  com’è stata possibile una ‘metànoia’ così fulminea dell’Autore, ferma restando la libertà – valida per tutti – di cambiare opinione?  Vent’anni – anzi, ‘Vent’anni e un giorno’, come suona un famoso diario del gerarca – di milizia politica, e al massimo livello, data la statura dell’uomo, tra le file del regime di allora, non sono una bazzecola.

gb1Ragion per cui suona per lo meno stonata, a nostro parere, la confessione bottaiana secondo la quale il rifugio nella Legione Straniera (1944-1948), era servita come lavacro per gli errori commessi quando egli era ‘qualcuno’ nelle file del fascismo e di cui aveva condiviso la maggior parte delle scelte ricoprendo incarichi di primissimo piano

Era in corso la guerra, è vero, una terribile guerra, ma un personaggio del suo livello avrebbe dovuto, sempre a nostro giudizio, dimostrare più accortezza e  dignità – senza fuggire all’estero sotto il falso nome di André Jacquier – ed assumersi la responsabilità delle sue azioni. Cosa che egli fece sì durante il Gran Consiglio, ma con la consequenziale decisione, però, di riparare all’estero.

A questo punto, lasciando che il verdetto definitivo lo emetta la storia, ribadiamo, la generale pregevolezza del saggio e la particolare scorrevolezza che, foscolianamente, lo governa.

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