GIUSEPPE CAFASSO: UN SANTO DEL RISORGIMENTO. – il libro di Cristina Siccardi, nella recensione di Marco Bongi

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di Marco Bongi

 

Quest’anno ricorre il bicentenario della nascita di san Giuseppe Cafasso (1811 – 1860), maestro del clero torinese e spesso ricordato soprattutto per la sua attività di confessore dei condannati a morte.

Ma il ritratto che ce ne fornisce Cristina Siccardi nel suo recente volume “Giuseppe Cafasso: un santo del Risorgimento”, edito dalle Paoline, va senz’altro molto al di là di questo aspetto comunque importante della sua vita.

L’autrice infatti, seguendo un filone di indagine che l’ha portata, negli ultimi anni, ad approfondire il senso e l’autentico significato del sacerdozio cattolico, ha giustamente evidenziato, nelle sue pagine, il Cafasso prete e formatore di preti, così come sarà, un secolo dopo, mons. Marcel Lefebvre, altro protagonista di un suo libro uscito quasi contemporaneamente (“Maestro in Sacerdozio. La spiritualità di Monsignor Marcel Lefebvre”, Sugarco Edizioni).

cafasso

La storia terrena di don Giuseppe Cafasso” – ella afferma già nella prefazione – “morto a soli 49 anni, si è dipanata in una trentina di chilometri. Piccolo e gracile, una manciata di anni di vita, poca strada percorsa… eppure un capolavoro di Persona, “straripante” per gli effetti che dalla sua santità emersero e per i santi che plasmò con le sue mani”. (p. 9).

Qual era dunque il modello di sacerdote a cui si ispirava questo gigante del cattolicesimo ottocentesco? Il volume ce ne fornisce subito una chiave interpretativa molto eloquente:

Cafasso fu rigoroso nel dire che il prete deve fare il prete, cioè rispettare il suo stato e pertanto deve tendere alla santità, alla perfezione cristiana che la sua natura esige e tale santità, per don Cafasso, si può raggiungere attraverso tutto l’esercizio del ministero sacerdotale. La santità sacerdotale non è cosa facoltativa, bensì è richiesta dal sacramento che il sacerdote ha ricevuto e dal fatto che il servizio che egli deve rendere alla comunità cristiana è in ordine alla santificazione dei fedeli”. (p. 9).

L’agile lavoro ripercorre dunque la vita, non lunghissima in verità, del santo piemontese. Nacque infatti nel medesimo paese che vide venire al mondo, quattro anni più tardi, il più noto San Giovanni Bosco (1815 – 1888): Castelnuovo d’Asti, un villaggio davvero benedetto dalla Provvidenza.

Il volume è un intreccio di vita e di morte, per don Cafasso quest’ultima era la sola chiave di lettura per l’esistenza terrena:

Soltanto i giusti, i sapienti, riescono a comprendere che cosa sia veramente la vita e che cosa sia veramente la morte. San Giuseppe Cafasso ebbe il dono di saperlo, fin dalla giovinezza”. (p. 19).

Vivente già nella dimensione celeste egli non anelava altro che alle braccia del Paradiso ed ecco che il suo sentire era estremo:

Vieni pur, morte gradita, ma si celi il tuo venire perchè l’ora del morire non mi torni a dar la vita”. (p. 202).

La sua esistenza non è ricca di avvenimenti eclatanti. Fu sempre gracile di salute e debole di voce. Ciononostante era sempre assai richiesto come predicatore, per la chiarezza e la semplicità con cui riusciva a veicolare il messaggio cristiano.

Anche il confessionale rappresentò una solida “palestra” per la santità di questo prete subalpino. Ancor oggi, nella chiesa torinese di San Francesco d’Assisi, si conserva quello in cui trascorse buona parte delle almeno tre ore quotidiane che dedicava al ministero della confessione.

Un altro luogo che vide rifulgere le sue virtù fu senza dubbio il Convitto Ecclesiastico torinese, cioè il seminario diocesano. Vi entrò dapprima come studente, sotto l’attenta guida del teologo Luigi Guala (1775 – 1848), e vi rimase poi per tutta la vita come insegnante, direttore spirituale e infine come rettore.

Fra i suoi allievi ci furono anche il conterraneo San Giovanni Bosco e molti altri esponenti di quel clero torinese che generò tanti fiori di santità nel XIX secolo.

A costoro, e a tanti altri seminaristi, seppe trasmettere una fede solida e fortemente radicata nella vita quotidiana:

È il sacerdote delle certezze e non dei dubbi amletici, ‘totalmente assente nel modello di prete del Cafasso quello spaurito interrogarsi sulla propria identità e missione che ha angosciato o almeno interpellato, ad esempio, una parte del clero dei nostri tempi’ . È il sacerdote con afflati mistici, solidissimo nel suo credo, che non cerca nei libri la soluzione ai quesiti esistenziali, ma la ricerca esclusivamente in Cristo e nella Trinità, attraverso le Sacre Scritture e la tradizione della Chiesa”. (p. 11).

Fu forse proprio questa impostazione in un certo senso “pre-conciliare”, unitamente al fatto che egli non fondò alcuna congregazione religiosa che potesse perpetuarne attivamente la memoria, che contribuì ad un innegabile oblìo del suo pensiero dopo le manifestazioni per il centenario della morte avvenute nel 1960.

Una sorte, in qualche modo, comune a quella del Santo Curato d’Ars la cui recente proclamazione a modello per tutti i sacerdoti del mondo fatta da Benedetto XVI suscitò non pochi malumori fra “cattolici adulti” e “preti aggiornati”.

Di questo oblìo, patito anche dal card. Guglielmo Massaia (1809 – 1889), altro personaggio astigiano recentemente raccontatoci da Cristina Siccardi, si avvide addirittura il card. Severino Poletto, arcivescovo emerito di Torino, che ebbe a scrivere:

Il variare dei tempi e la sostituzione della permanenza nel Convitto Ecclesiastico con altre proposte di formazione permanente hanno di fatto diminuito il contatto del giovane clero torinese con la figura di San Giuseppe Cafasso che rischia così di essere meno conosciuta’. (p. 13).

Non resta, a questo punto, che accennare, sia pur brevemente, alla particolare missione per cui, ancor oggi, il Cafasso è più conosciuto nell’immaginario collettivo dei cattolici piemontesi: l’assistenza spirituale dei carcerati e dei condannati a morte.

I dati ufficiali, fedelmente riportati dall’autrice, ci riferiscono che il santo accompagnò al supplizio, nel corso della sua vita, ben sessantotto condannati. Pare che sia riuscito a convertirli tutti prima dell’esecuzione, confessandoli, comunicandoli ed amministrando loro gli ultimi sacramenti.

“… convertì e accompagnò al patibolo sessantotto condannati a morte, quelli che lui chiamava ‘i miei santi impiccati’, convertiti grazie al sangue versato da Cristo sulla croce, quella croce che Cafasso faceva loro baciare per prepararli, come il buon ladrone sul Calvario, all’ingresso immediato in Paradiso”. (p. 15).

Invano cercheremmo, fra i numerosi scritti del santo, invettive contro la pena di morte o “scioperi della fame” per fermare “in extremis” il boia. Tutto questo armamentario rientra nella prassi “post-conciliare” ed era del tutto sconosciuto alla morale di quel tempo.

Ciò che davvero interessava il Cafasso era invece la salvezza eterna di quelle anime; per questo fine era disposto a dare tutto se stesso e riuscì nell’intento.

La dottrina dei “novissimi”, di cui la morte era il primo ed ineludibile momento, permeava profondamente la sua spiritualità. Il libro si sofferma parecchio ad illustrare tali riflessioni:

Il vero senso della morte permette di vivere liberi, nella pace, avulsi dal turbamento e dall’inquietudine, dall’ansia e dallo sconforto che l’esistenza, posseduta soltanto nel suo aspetto materiale, è chiaramente, prontamente e inevitabilmente portata a subire. Fu proprio questo senso cattolico di ‘sorella nostra morte corporale’, come la chiamò san Francesco d’ Assisi, che permise a don Cafasso di avere una grande maestria pedagogica nei confronti dei condannati a morte sui quali progettò un disegno davvero ambizioso: prenotare, per ognuno di loro, viaggi diretti per il Paradiso, senza passare per il Purgatorio”. (p. 15).

Vale dunque davvero la pena di addentrarsi fra le pagine avvincenti di questo volume, scritte con un linguaggio semplice ed accessibile a tutti. Da esse emerge con chiarezza, come del resto anche in altre opere recenti di Cristina Siccardi, l’urgenza, per gli uomini di Chiesa contemporanei, di riscoprire anche oggi l’autentico significato del sacerdozio istituito da Nostro Signore Gesù Cristo. Cafasso non è sostanzialmente differente dal Curato d’Ars, dal Cardinal Newman, dal Cardinal Massaja o da Monsignor Lefebvre. Questa è davvero la continuità che si esprime nei secoli, in circostanze storiche diverse, ma sempre nel solco dell’unica e immutabile Tradizione cattolica.

 

Cristina Siccardi: “Giuseppe Cafasso: un santo del Risorgimento”, ed. Paoline, euro 15,50.

 

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