Gli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola – di Cristiano Lugli

di Cristiano Lugli

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Il motivo che mi ha spinto a scrivere le pagine che seguono è condividere una forte esperienza spirituale; inoltre mi sentivo tenuto (come ognuno di noi lo è) a fare apostolato con le persone a me vicine, e che hanno a cuore le cose riguardanti lo Spirito.

Fatta questa premessa vado dritto al cuore del discorso:

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z.ignazio-di-loyolaGLI ESERCIZI SPIRITUALI DI SANT’IGNAZIO

Come disse uno scrittore della corrente Tradizionalista dello scorso secolo, “I Santi sono orma indefettibile di Dio; sono voce, tuono, Luce di Dio” . Il loro pensiero, l’esempio di vita e la perseveranza che li caratterizza mostrano la totale volontà di restituirsi tutti a Dio.

Sant’Ignazio è assolutamente uno di questi e, come tale, ad un certo momento della sua vita da cavaliere ha trovato la profonda conversione leggendo la vita di Nostro Signore, decidendo da quel momento di servire non più un re temporale, ma il Re dei re, il Sempiterno.

Ricevendo dalla stessa Gran Madre di Dio i Santi Esercizi – nella grotta di Manresa – Sant’Ignazio iniziò così questa grande opera di apostolato, forgiando moltitudini di anime assetate di Dio, e procurando grazie – ancor oggi concesse agli “esercitandi” – tutto il popolo cristiano.

Al centro del metodo ignaziano vi è la riscoperta del senso di Eternità, l’unica e sola cosa che dovrebbe contare nella vita di ogni uomo e che si decide con la Salvezza o meno dell’Anima.

Oggi più che mai siamo portati a pensare superficialmente al nostro Fine Ultimo, che è Dio, che è servire e lodare Lui solo, conquistando così la Salvezza, senza la quale si è perduti per sempre, dannati per sempre… “ Discedite a me, maledicti”.

Dunque Sant’Ignazio scuote e sprona il cristiano a riaprire gli occhi, facendolo riflettere sul fatto che in gioco c’è l’Eternità, senza fine, e che quando verrà il Giudizio e l’Anima si troverà al cospetto con il Sommo Giudice dovrà rendere conto di ogni sua parola, ogni sua azione, ogni suo pensiero ed omissione. Quante volte noi mettiamo le creature davanti a Dio? Quante volte facciamo delle creature un fine e non il mezzo per giungere a Lui?

Ebbene, questi Santi Esercizi ci mettono innanzi alla triste realtà di ognuno, ovvero quella di agire sempre per contentare noi stessi, le nostre necessità, la nostra scarsa munificenza, dimenticandoci del motivo per cui viviamo e quello per cui moriamo.

Già, è proprio così, oggi la maggior parte delle persone non sa né perché vive, né perché muore. Alcuni ammazzano, altri vengono ammazzati… ma cambiano così tanto le sorti? Quanti oltraggi a Dio, quante percosse durante la sua flagellazione…

Il contesto in cui vengono svolti è certamente un tassello fondamentale per la maggior riuscita, poiché sant’Ignazio esigeva un assoluto silenzio dall’inizio sino al termine, silenzio che a Montalenghe ho trovato sommo, intransigente, ermeticamente chiuso, volto a portare alla “sola solitudine” con Dio, il quale ha sempre parlato nel silenzio: ce lo dicono i tanti episodi evangelici in cui Gesù si ritira su un monte, in disparte, nel deserto, la brezza leggera con cui il Signore si manifesta al Profeta Elia.

Rimanendo nel silenzio si ha così la possibilità di capire le nostre miserie, le nostre debolezze e quanto già noi nasciamo con un’implicita mancanza di Giustizia, conseguente al Peccato Originale.

Ciò che i Santi ci esortano inoltre a fare è costruirci un vero Timore di Dio, dono, ricordiamoci, dello Spirito Santo, facendoci tremare davanti a tutte le immagini di ribellione, disobbedienza, rifiuto grave e volontario nei Suoi riguardi, tutte cose che non possono non far meritare all’uomo moderno – spavaldo ed intimorato – l’Inferno eterno.

Sant’Ignazio dà dunque la possibilità di far scorrere nella nostra mente ogni peccato mortale commesso in vita, ognuno dei quali (ne basta uno) ci avrebbe fatto meritare l’eternità delle pene centinaia di volte.

“Initium Sapiéntiae timor Domini”. Senza di esso l’Anima, attirata dalle brame della carne, non si interessa più alla propria Eternità, a causa della lotta tra carne e Spirito di cui parla san Paolo: perciò l’esistenza di due modelli di timore, quello SERVILE, necessario per quelle anime che non riuscendo ad amare e ad onorare perfettamente Dio si salvino e non cadano in peccato mortale per paura della dannazione eterna; quello FILIALE, che non ci porta a peccare per immenso Amore verso Dio, come si diceva prima.

Ora, una delle grandi Grazie che sono concesse nei cinque giorni di Esercizi è la possibilità di potersi accostare al Sacramento della Confessione. Una Confessione però generale, di tutta una vita volta a compiacere se stessi e le creature.

Il santo di Loyola, dopo averci fatto lavorare su di una sincera e netta introspezione, ci fa la Grazia di poter regolare ogni “conto” con Dio, preparandoci ad una Santa Riconciliazione.

Proprio a questo punto il cuore inizia a stringersi, inizia a capire quelle parole “Si farà più festa in Cielo per un peccatore che si converte, che per 99 giusti (…)”, ho iniziato veramente a sentire  quella che è l’Infinita Misericordia di Dio, ubi caritas et amor, Deus ibi est, quell’ Eterno Amore con cui Dio ci ha amato di cui parla il Profeta Geremia ( 31, 3 ).

Il concetto di Misericordia oggi  in (ab)uso è falso, è oltraggiante, sminuisce Dio!

“Miser- Cor”, ergo Dio si è preso a “cuore” le nostre “miserie”; non lasciandoci impuniti od impenitenti, non cancellando l’idea di peccato, ma riaccogliendo fra le sue braccia quel misero figliol prodigo pentito, amareggiato.

Gesù Cristo ha sciolto l’obbligo dell’Antica Legge donandosi ; ciò che la Legge comandava, l’ Amore di Cristo offre, a chi elide se stesso, a chi si annulla, si mortifica, si svuota, per lasciare che solo Dio parli d’ora in poi per lui.

La Confessione dunque riunisce con Dio, sradica il male, uccide le strade degli uomini, spezza la volontà dell’umano per far posto alla Volontà del Divino, Volontà tutta volta a trasformare ogni atto in Contemplazione di Dio: “Marta porro unum est necessarium”!

Il  ritorno a Dio tramite un vero pentimento ed un vero proponimento di non sostituire mai più Dio con le creature ci ridona quel riscatto che Gesù ci ha donato e di cui siamo altamente responsabili,“non più servi ma Figli”, Figli come realtà ontologica e per contro anche Eredi, di quell’ “amabile commercio” fra Dio e l’uomo: Egli prende da noi la natura umana, donando a noi la Sua natura Divina. Siamo dunque Eredi di un’enormità, la natura Divina, che il Figlio tramite filiazione adottiva ci ha voluto donare, come similmente il rapporto che vi è tra la Prima e la Seconda Persona della Santissima Trinità.

Il cristiano è per doverosa conseguenza obbligato a comportarsi  conformemente all’Essere.  Più allora l’Anima in Grazia di Dio si distacca dalle cose esterne e dalla materialità esistenziale, più la Presenza di Dio si manifesta , per un concetto di merito.

Ecco perché il Cristianesimo vero contempla un grosso aspetto penitenziale, “mortificatorio”, per il quale bisognerebbe punire ciò che vi è di più esterno, tesi per la quale ora fa persino scandalo parlare. Per la mentalità “cattolica” moderna siamo ormai giunti alla tesi di un Oscar Wilde non ancora convertito, secondo cui l’unico modo per vincere la tentazione è cedere ad essa.

La Via cristiana non è questa, i Santi non hanno mai dato questo esempio: alcuni di loro si sono buttati fra i rovi per vincere la tentazione (S. Benedetto), altri nudi tra la neve ghiacciata (S. Francesco di Assisi) , altri hanno ricorso alla flagellazione fino a farsi sanguinare (S. Luigi Gonzaga). Tutto ciò sembra assurdo visto da una prospettiva moderna, non è vero? Eppure questo hanno tracciato i veri Glorificatori di Dio e questo per 1960 anni la Santa Madre Chiesa ha insegnato.

Chi non muore prima a se stesso non può Risorgere con Dio; sant’Ignazio nel prologo degli Esercizi dice “Per vincere se stessi e ordinare la propria vita”.

SANTA MESSA

Riordinati dunque i drammi personali di una vita disordinata si giunge al cospetto del più grande atto di Amore che Nostro Signore ha lasciato: il Sacrificio della Santa Messa.

Consegnandosi volontariamente, e rimanendo sino alla più tremenda morte obbediente al Padre

-“Obediens usque ad mortem, mortem autem Crucis” – , Gesù Cristo spargendo il Suo Sangue e donandosi tutto, morendo prima di morire, vince la Morte e crea il Ponte che sussisterà fra Terra e Cielo fino al Giudizio Universale. La Croce diventa infatti il simbolo della plenitudine Divina proiettata ed innalzata verso il Cielo su cui si erge il Monarca Universale, restituendo così la creatura al Creatore, in tutta la Sua Purezza ed Innocenza, “scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani (…) Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”. (1 Cor. 1,23 ; 1,25)

Cristo ci lava con l’acqua che sgorga dal Suo povero costato trafitto, monda l’Anima dalle sozzure, dalle brame sotto cui la carne la imprigiona, e ci invita ad andare con Lui, portando la Croce, guardandola ed elevandoci con Essa, per trionfare un giorno nella Gloria dei Cieli. Ciò che era segno di scandalo e di umiliazione – dice Sant’Agostino – verrà poi ben presto a brillare rivestita di oro sulle Corone dei re.

Il quarto giorno di Esercizi è allora quello del grande ritorno della creatura monda all’Eterno Padre, la pecorella smarrita che il Buon Pastore ritrova; ci troviamo allora davanti all’Altar maggiore, pronti a rivivere il Sacrificio, in modo incruento, del quale l’offerente è Gesù Cristo nella persona del Sacerdote, divenendo un solo Essere: sta qui l’enorme mistero, il Salvatore non verrebbe sull’Altare se il Sacerdote non gli prestasse il suo concorso! Un solo Sacrificio, si compia esso sul Calvario o sull’Altare, diventa questo “Novi et Aeterni Testamenti”.

“Terribile Sacrificio quello cristiano – dice Dom Guéranger – che ci trasporta sul Calvario e ci fa vedere che è stata la Giustizia di Dio a voler una tal Vittima! Sacrificio che da solo sarebbe bastato a salvare milioni di mondi. Ma Nostro Signore ha voluto che si perpetuasse.”

Giunti al momento della Santa Comunione ci si rende allora conto che non vi è dono senza sacrificio, che chi non si abbassa non potrà mai innalzarsi, che chi non accetta la Croce non entrerà nella Gloria. Gesù Cristo offre tutta la Sua natura umana a Dio per offrire tutta la Sua natura Divina all’uomo, come detto precedentemente.

Senza offerta a Dio non vi è ritorno, ecco perché la Chiesa ha così premura della Sacrosanta Oblazione che si prolunga fino al “Memento defunctis” e che in sé racchiude tutto il sublime Mistero della transustanziazione.  Quam Oblationem Tu, Deus…Chiede a Dio di benedirla, BENEDICTAM, ABSCRIPTAM, RATAM.

Il Corpo ed il Sangue di  Gesù Cristo sono la vera Vittima, l’oblazione spirituale che rende sempre superflui e sterili gli altri sacrifici.

Ancora i Santi, tra cui Ignazio da Loyola, vogliono farci capire l’importanza di questo “mysterium fidei” per il quale Dio ha compiuto il più grande Sacrificio, che è quello Divino. Per ovvie ragioni San Bernardo dice che “si merita di più ascoltando devotamente una Santa Messa che col distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze e col girare pellegrinando tutta la vita”, poiché lì tutto si compie oggi come allora.

z.ignsrczLa Chiesa Post-conciliare, ahimé, non si accorge più di questo, non solo a causa della Riforma Liturgica del 1969 che ha protestantizzato il Rito avvalorando il Memoriale e – ovviamente sotto i veli dell’ambiguità – cancellando de facto l’azione sacrificale, ma anche ( logica conseguenza ) banalizzando la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucarestia: papi che non si inginocchiano, comunioni date in mano, calpestate in grandi manifestazioni, Adorazioni Eucaristiche fatte con un’irriverenza scandalosa e altro ancora vi sarebbe da dire. La verità è che la Chiesa cambiando il proprio linguaggio di sempre ed interessandosi ai cambiamenti antropologici dell’uomo, ha creato tutto questo, dimenticandosi e vergognandosi (mi vien da pensare) del Sacrificio che Dio ha compiuto per la Salvezza delle anime. Una grande nebbia regna tra coloro che dovrebbero essere i Principi della Santa Romana Chiesa; cinquant’anni sono tanti e hanno ormai creato un varco che solo la venuta di Nostro Signore potrà riparare.

Oggi più che mai l’Anticristo si è fatto forte sul principio di ambiguità e scimmiottatura sotto cui tutto vela: sta ai grandi uomini, quelli ancora in piedi in mezzo alle rovine, saper discernere. San Tommaso d’Aquino ci ricorda che vi sono diversi gradi di ignoranza e che l’ignoranza dei pagani fu meno grave di quella dei farisei. Quanto ancor più grave sarà allora quella dei cristiani? “ Deus non irridetur”, dice l’Apostolo delle genti.

Ciò a cui allora bisogna rimaner fedeli e che non può da nessuno esser cambiato è il Depositum Fidei, composto da Sacra Scrittura e Tradizione, chiusosi con la morte di San Giovanni Evangelista e tramandato tramite la tradizione della Santa Chiesa di sempre, vivificata – come diciamo nel Credo – dallo Spirito Santo.

La Rivoluzione LIBERAL-MASSONICO-MODERNISTA ha invece ormai distrutto e cambiato qualcosa di immutabile perché già rivelato e scritto in Cielo.

Svolgendo questi Santi Esercizi ci si ritrova a constatare in modo davvero viscerale la differenza palese tra la Chiesa pre-conciliare e quella postuma. Sembra purtroppo davvero un confronto tra due differenti religioni. Un sincero ringraziamento mi sento per contro di rivolgerlo a Mons. Lefebvre per la grande opera da Egli fondata e senza la quale oggi chissà a qual più basso fondo saremmo.

Nostro Signore Gesù Cristo però ci chiama alla battaglia con la Sua sete di anime, ci arma e ci invita a servire Lui, Sommo Re, Sacerdote, Vittima, Ostia Consacrata.

Chi combatte sotto il Suo Stendardo, chi patisce per Lui, chi si sottomette in obbedienza a Lui solo, si farà Suo e godrà eternamente nella Gloria del Regno del Padre.

Sant’Ignazio invita alla penitenza, al vincere gli affetti e tutto ciò a cui i nostri sensi sono inclinati, garantendoci quell’assistenza che Gesù Cristo ha promesso a chiunque portasse la Croce con gaudio… “Iugum enim meum suàve est, et onus meum leve”.

Si tratta insomma di riconoscere Gesù Cristo come unico e vero Fine, come unica strada, mettendo Lui sopra ogni cosa, sopra ogni desiderio.

Il ladrone alla destra del Signore si è salvato per un vero pentimento, sapendo ingiusta la Sua Crocifissione e riconoscendo Gesù come Figlio di Dio; per questo Sant’ Agostino dice che “egli ha rubato per tutta la vita e riesce a farlo anche all’ultimo momento: rubando il Cielo.”

Non possiamo però pensare in questo modo, dobbiamo prepararci per tutta la vita, vivendo lontani dal peccato e tremando davanti all’idea del Giudizio particolare.

Sant’Andrea Avellino in punto di morte era così spaventato nel pensare alla Sua anima pronta davanti al Signore per essere giudicata, che spostava il letto su cui era disteso dai tremori del corpo.

L’Antico Avversario, ci fa dire l’Ufficio di Compieta, “(… ) tamquam leo rugiens circuit, quaerens quem devoret” ( 1 Pt. 5-8,9 ) , conoscendo ogni nostro punto debole alla perfezione.

L’uomo moderno vive costantemente nell’illusione dell’illusione: se l’uomo antico, anch’egli figlio del Peccato Originale, doveva combattere contro l’illusione della vita e delle sua transitorietà, l’epoca attuale meccanicizzata e demonizzata da ogni “progresso” scientifico e tecnologico, super-esalta le passioni , le brame, gli onori dell’Io, aprendo i cancelli del sub-umano, così da svolgere al meglio il piano anticristico preparato sin dalla Notte dei Tempi.

L’illusione risulta dunque doppia, e anche le migliori anime cristiane sono distratte e vittime dell’immanentismo dell’attuale civiltà.

Molto spesso siamo schiavi di malsane attività quotidiane tra cui il “demone dell’informazione”: bisogna sempre essere aggiornati, bisogna sempre essere “sul pezzo” spendendo tutto il giorno a guardare chi ha detto cosa.

Tutto ciò è sottile orma demoniaca, che donandoci il “pane giusto” per noi, ci distoglie dal Fine Ultimo.

I Santi Esercizi richiamano e scuotono l’Anima a fare questo, a disprezzare il mondo, a centripetarsi in se stessi per smantellare tutto ciò che non è adatto a servire Dio. Se un cristiano odierno legge l’Imitazione di Cristo, può certamente accorgersi di quanto la sua condotta di vita sia lontana dalle applicazioni di quello che viene anche chiamato il “quinto Vangelo”.

IMPORTANZA DEGLI ESERCIZI

Avviandomi verso la vera e propria conclusione vorrei tornare ancora sull’importanza dei Santi Esercizi e di quanto essi possano essere per ognuno di noi una corazza contro le insidie e le lusinghe proposte dal mondo, nonché dalle tenebre che pervadono l’attuale umanità.

Per mia personale esperienza posso dire di esserne uscito seriamente rinforzato, financo nelle cose che pensavo di aver già fatto mie in precedenza.

Non si esce santi, tanto meno perfetti; certo però a chiunque aprirà sinceramente il cuore a Dio non sarà fatta mancare la forza di una netta conversione connessa alla virtù della perseveranza, necessaria per il perenne combattimento: la lotta contro noi stessi.

Pio XII, nel discorso al Collegio Germanico del 1952, aveva a dire che “Quanto all’ascetica del libro degli Esercizi, potremmo pensare che sant’Ignazio l’abbia scritto specialmente per la nostra epoca”.

Consiglio dunque a tutti, con animo apostolico, di accostarsi alla pratica dei Santi Esercizi secondo il metodo ignaziano di sempre, aventi luogo 6 volte all’anno per gli uomini e altrettante 6 volte per le donne, presso i priorati della FSSPX, di Montalenghe e Albano Laziale, approfittando altresì dei quattro turni estivi, due per uomini e due per donne. Le date precise sono facilmente reperibili sul sito della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

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Chiedo perdono se ho impegnato a lungo il lettore; ritengo però che laddove si parli di cose che riguardano Dio non sia saggio ridurre.

Spero infine, nella mia inutilità, di aver contribuito al volere del Signore, stimolando qualcuno a partecipare ai Santi Esercizi.

Tutto sempre AD MAIOREM DEI GLORIAM.

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Non nobis domine, non nobis.

In Corde Matris

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“ Tutte le opere buone riunite non equivalgono al santo Sacrificio della Messa, poiché esse sono opere degli uomini e la Messa è l’opera di Dio. Al confronto il martirio non è nulla: è il sacrificio che l’uomo fa a Dio della propria vita, la Messa è il Sacrificio che Dio fa all’uomo del proprio Corpo e del proprio Sangue.”    (Santo Curato d’Ars)

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