Gli immigrazionisti e il trucco dell’imperativo morale

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È una tattica sottile quella messa in campo dai “No Border” nostrani per legittimare le incursioni,
oggettivamente piratesche, delle navi delle Ong, con il loro carico di immigrati. Messi di fronte alle
nuove norme del decreto sicurezza (con il potere dato al Ministro dell’Interno di limitare o vietare
l’ingresso, il transito e/o la sosta di navi nel mare territoriale, qualora sussistano ragioni di ordine e
sicurezza pubblica, e il via libera a multe per comandanti ed armatori e proprietari di navi) i
sostenitori dei “No Border” si sono inventati l’appello all’imperativo morale superiore, in sostanza
un appello al buon cuore contro la legge.
E dire che eravamo convinti che il rispetto delle leggi fosse una delle bandiere di una sinistra
impegnata, senza se e senza ma, nella difesa del diritto a fronte di un Paese di furbacchioni e di
inadempienti. Contrordine compagni: ora nel nome della “legge superiore” si può trasgredire le
norme scritte. “Non in mio nome” è lo slogan inventato per sanare le ingiustizie. E dunque liberi
tutti, di adeguarsi o meno alle leggi scritte, magari evocando – a sproposito – il conflitto tra
Antigone e Creonte, tra le leggi divine e quelle umane.
Quanto c’è di “divino” nella posizione tutta ideologica di chi crede in una politica di accoglienza
senza limiti e per questo si sente legittimato a trasgredire le norme vigenti? Non c’è nulla di etico
nella disobbedienza civile della comandante della Sea Watch, santificata da tutta la stampa
progressista. C’è piuttosto l’uso, ben calcolato e strumentale, della disperazione del suo carico
umano, pervicacemente sballottato lungo la linea delle acque territoriali italiane per ben due
settimane, laddove avrebbero potuto essere individuate altre rotte (verso la Spagna e la Francia),
facilmente raggiungibili in pochi giorni.
Lo stesso appello alla Corte dei diritti dell’uomo, lanciato da Carola Rackete e da diversi Stati
africani al fine di costringere l’Italia a fare entrare la nave non ha sortito l’effetto auspicato visto
che – come indicato dalla Corte – le misure provvisorie sono previste solo in caso di un “rischio
immediato di danno irreparabile”. La situazione a bordo della nave non giustificava dunque alcuna
forma di coercizione nei confronti dell’Italia, la quale aveva comunque prestato assistenza alle
persone ferite, donne e bambini.
Malgrado questo, chi salva vite non può essere criminalizzato? In realtà, le recenti prese di
posizione a favore della “legge superiore” nascondono un uso strumentale del diritto, già visto nel
passato, rispetto al quale l’etica e le ragioni del cuore c’entrano poco.
Storie da Anni Settanta, in un’Italia in balia del peggiore ideologismo di classe, dove a farla da
padrona – secondo una visione “progressiva” del diritto – fu l’idea della “giurisprudenza
alternativa”, impegnata ad applicare fino alle loro estreme conseguenze i principi eversivi
dell’apparato normativo borghese. Allora la linea di rottura era “l’interpretazione evolutiva del
diritto”.
Oggi, in balia del relativismo etico, la sinistra tende ad affermare la sua visione moralistica,
scomponendo, di volta in volta, le basi stesse del diritto e della sua certezza. Si fa per il tema
dell’immigrazione, ma può valere, domani, per qualsiasi ambito, fino al punto da contestare, nel
nome di una “legittimazione superiore”, i meccanismi democratici che hanno portato ad approvare
certe norme. Michail Bakunin lo aveva detto già 150 anni fa: “L’ordine è un crimine. La rivolta è il
bene”. È il “rouge et noir” dell’anarchia. Con tutto quello che ne deriva.

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