GLI OPPOSTI PROFILI DEL CONCILIO VATICANO II – di Piero Vassallo

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La continuità e la discontinuità

 

di Piero Vassallo

 

Con istinto profetico, il cardinale Giuseppe Siri, strenuo difensore della vera fede, denunciò l’insorgere di una teologia d’opinione, contaminata e alla fine alterata dai pensieri circolanti nella cultura di massa: “Si dice che la teologia deve essere ripensata al tempo presente: non ha quindi più un valore permanente. Il riferimento al tempo presente avverrebbe assumendo il fatto che le opinioni dominanti nella cultura di massa e nei suoi intellettuali sono il criterio di rinnovamento della teologia. Criterio non sarebbe dunque, logicamente, né la Scrittura né la Tradizione né quanto viene garantito da magistero. Tutto questo sarebbe perfettamente logico se dovessimo accettare una teologia d’opinione” (Cfr. “Il convegno di Bruxelles”, in “Renovatio”, rivista di teologia e cultura, Genova ottobre-dicembre 1970).

A una Chiesa modernizzata e perciò discontinua nei confronti della Tradizione, i teologi radunati a Bruxelles assegnavano il compito di accogliere tutti coloro che avevano compiuto una scelta etica. In gaudium et spesultima analisi il convegno dei teologi progressisti  affermava la convenienza di affidare la teologia alla libertà e alla ricerca, senza anticipare nulla. Un programma che contemplava l’intenzione di contestare e abbattere la qualunque autorità ecclesiastica, che fosse ritenuta  dogmatica e repressiva.

Dopo essersi domandato che cosa sarebbe rimasto della cristologia ove fosse prevalsa la teologia d’opinione, il cardinale Siri denunciò la diffusa tendenza ad alterare e svuotare le grandi formule teologiche: “La reinterpretazione è il grande palliato trabocchetto della demitizzazione, la quale suona distruzione” (Ibidem).

L’oggetto della denuncia di Siri era l’opinione dei teologi devianti (“uomini che si sono mostrati fuori della teologia“) radunati a Bruxelles, per dimostrare che nelle formule imprecise e nebulose, insinuate nei documenti del Concilio Vaticano II, era lecito ammirare il profilo di un religione nuova e diversa da quella tradizionale.

Nella ricorrenza del decennale del Vaticano II, Siri intervenne nuovamente, per rammentare che durante lo svolgimento del concilio “non mancò un’illusione, nella quale furono travolti forse più sacerdoti che laici, più teologi che parroci: per costoro il concilio rappresentava la conversione della Chiesa alla cultura moderna, pura e semplice, il rovesciamento agognato del Sillabo di Pio IX” (Cfr. “Dieci anni dall’inizio del secondo concilio Vaticano”, in “Renovatio”, ottobre-dicembre 1972).

Siri era un geloso custode della Tradizione, non un tradizionalista ottuso: “Eliminiamo subito un equivoco. Con il termine tradizionale s’intende soltanto ciò che non respinge quanto viene offerto dalla Scrittura e dalla tradizione divina, secondo l’insegnamento magistrale della Chiesa, tenendo il già certo e non rifiutando l’ulteriore approfondimento. Insomma, tradizionale non significa vieto, pigro, immobile, barbogio, mummificato. E questo sia detto senza perifrasi, anche se pare che il coraggio intellettuale dei nostri tempi s’appoggi ormai solo su parole rese sapientemente equivoche” (Cfr.: “Ortodossia e teologia“, “Renovatio”, gennaio-marzo 1975). Egli respingeva pertanto la bizzarra opinione dei tradizionalisti, secondo cui lo Spirito Santo avrebbe disertato il Vaticano II.

La lucida fedeltà all’autentica Tradizione, tuttavia, obbligava l’impavido presule a denunciare il pericolo rappresentato dal tentativo (generato dall’odio alle formule e alle preposizioni precise) di de-dogmatizzare la dottrina, ossia dal progetto di abbassare la predicazione alla chiacchiera giornalistica: “Quando si delinea questo andazzo, le conclusioni sono scontate sin dai primi segni, quali l’apatia per le definizione dei concetti, dei termini e delle cose (Cfr.: “De-dogmatizzazione nella Chiesa“, “Renovatio”, ottobre-dicembre 1973).

Gli errori denunciati da Siri erano stati diffusi dai bellicosi teologi, che furono protagonisti ma non vincitori nelle sedute del Vaticano II. Lo Spirito Santo, sosteneva Siri, aveva impedito l’ingresso trionfale degli errori nei documenti del Concilio.

Nei documenti del Vaticano II, l’azione tumultuosa dei teologi d’opinione consiste nelle orme lasciate da prelati impazienti per l’influsso degli errori esausti e tempestivamente confutati dall’enciclica Humani generis di Pio XII.

Senza timore di smentita, si può quindi affermare che nei documenti del Concilio Vaticano II si vedono le ombre dell’errore neomodernista, ossia formule imprecise, elusive e caliginose, che sembrano dettate dall’avversione alle preposizioni precise. Non eresie ma oblique tracce dell’intenzione, dichiarata dai teologi progressisti, di adeguare la dottrina cattolica al pensiero moderno.

Il problema delle imprecisioni e delle oscurità presenti nei documenti del Vaticano II è stato riproposto da padre Giovanni Cavalcoli o. p., autore di un saggio (fortemente critico) sulla teologia di un protagonista del Vaticano II, il gesuita Karl Rahner.

L’intervento di padre Cavalcoli ha aperto una breccia nel muro dei silenzi ufficiali sul Vaticano II. E attraverso la breccia sono passati all’aperto alcuni autori in precedenza costretti alla marginalità: Paolo Pasqualucci, mons. Brunero Gherardini e Roberto De Mattei.

Il nodo del nascosto problema è venuto alla luce quando la rivista internazionale di ricerca e di critica teologica “Divinitas“, diretta dall’autorevole mons. Brunero Gherardini, ha pubblicato un articolo di Paolo Pasqualucci dall’eloquente titolo “La Cristologia antropocentrica del Concilio ecumenico Vaticano II“.

L’autore, dopo aver citato l’articolo 22 della costituzione Gaudium et spes, in cui si afferma che, con l’incarnazione il Figlio, Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo, obietta che “l’idea dell’incarnazione di Nostro Signore come unione con ogni uomo appare tutt’altro che chiara dal momento che, secondo il dogma, noi sappiamo essersi Egli unito (nell’unione ipostatica) esclusivamente alla natura umana di quell’uomo che è stato l’ebreo Gesù di Nazareth, unita quindi, la sua divinità (pur mantenendosi essa indivisa e distinta) alla natura umana di un solo uomo in carne e ossa, la cui esistenza è stata ampiamente provata“.

Non sembra infondato il dubbio  manifestato da Pasqualucci sulla presenza di un’ombra gettata sulla Gaudium et spes da una teologia alterata dal pregiudizio antropocentrico. Pregiudizio forse alimentato nascostamente dall’ipotesi panteistica-evoluzionistica, formulata da Teilhard de Chardin e  giustificata dagli acrobatici commenti del suo esegeta padre Henri de Lubac.

Nella Gaudium et spes si legge, inoltre, che l‘uomo è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa; un giudizio a dir poco avventato, e senza dubbio in contrasto con la Sacra Scrittura e la dottrina del Dottore comune. Opportunamente Pasqualucci cita la Bibbia, che recita “Universa propter semetipsum operatus est Dominus” [Prov. 16, 4] e il testo dell’Angelico, che conferma la definizione della Bibbia: Sic igitur Deus vult se et alia: sed se  ut finem, alia ad finem” [Summa theol., I, q. 19, a.2].

Si stenta a credere che dalla tradizione, ossia dai testi scrupolosamente citati da Pasqualucci, si possa trarre conferma della dottrina che soggiace alla imprecise affermazioni della Gaudium et spes.

Pasqualucci di seguito dimostra che l’innesto della teoria antropocentrica sulla tradizionale dottrina di Cristo nuovo Adamo è del tutto arbitrario: “la celebre frase [della Gaudium et Spes] rivelando il mistero del Padre e del Suo amore, Cristo svela anche l’uomo a se stesso e gli rivela la sua altissima vocazione, non proviene da S. Paolo, né come frase né come concetto. Proviene invece, solo leggermente modificata, da Catholicisme di de Lubac, che la ricava da un’interpretazione distorta della Lettera ai Galati 1, 15-16“.

Gal. I, 15-16 conclude il ragionamento avviato da una dichiarazione difficilmente compatibile con l’entusiasmo umanistico, che infiammava la teologia di De Lubac: “Il Vangelo annunziato da me non è a misura di uomo”.

L’accusa a de Lubac di propalare una teologia contaminata dall’antropocentrismo era stata peraltro anticipata in Getsemani, opera in cui il cardinale Siri accusava il commentatore di Teilhard di aver manipolato il testo sacro al fine di indebolire la distinzione tra la natura e il Soprannaturale.

L’umanesimo esagerato e il progressismo proclamati da Teilhard e giustificati in qualche modo da de Lubac inducono a credere che nelle tesi formulate per addolcire e appiattire la nozione di trascendenza divina fosse contemplato lo strumento adatto a ottenere la stima dei comunisti sovietici, in quel tempo avviati (si credeva) all’immancabile vittoria.

E’ il caso di rammentare che De Lubac (diversamente da Siri, che affrontò l’argomento nella rivista Renovatio) era  all’oscuro del devastante processo involutivo avviato dai comunisti francofortesi. Comunisti (Walter Benjamin e Ernst Bloch) che manifestavano la loro intenzione oscurantista, regressiva e anti-umana, dichiarando la loro dipendenza dalla gnosi immoralista di Marcione.

L’argomento che Pasqualucci espone nell’intento di sollevare il dubbio sulla tesi della Gaudium et spes è molto persuasivo: “… se l’uomo a differenze di tutte le altre creature, è una creatura che Dio ha creato per se stessa e non per Se stesso, ciò significa che tale creatura possiede un valore tale da giustificarne o richiederne la creazione da parte di Dio. Ma questo non è possibile, se l’uomo è stato creato da Dio dal nulla. … L’humanitas dell’uomo viene pertanto da Dio non dall’uomo stesso, quasi fosse una caratteristica sua indipendente da Dio che ha spinto Dio a crearlo”.

Impressionanti sono anche le pagine dedicate da Pasqualucci (che in questo caso ricorre alla sua ingente erudizione) alla dimostrazione che il magistero degli antichi concili non fornisce alcun spunto e giustificazione alla tesi esposto in Gaudium et spes 22.

Il Vaticano II, in sintonia con il Concilio di Calcedonia, nota Pasqualucci, “riafferma la dottrina sull’incarnazione nel suo aspetto concretamente e compiutamente umano, salvaguardando nello stesso tempo la necessaria, insuperabile distinzione tra natura divina ed umana in Cristo. Tuttavia da questa riproposizione assolutamente corretta della verità di fede, il testo conciliare sviluppa la proposizione singolare, secondo la quale la natura umana del Signore, assunta e non annientata nell’unione ipostatica, per ciò stesso è stata anche in noi innalzata in una dignità sublime“.

Contro tale azzardata tesi conciliare, Pasqualucci dimostra appunto che in nessuno degli antichi concili si trova un riferimento a siffatto innalzamento della natura di noi ad una dignità sublime. 

Siri e Pasqualucci sono autorevoli ma non infallibili, chi scrive è solamente non infallibile.

L’apparenza incoraggia tuttavia l’opinione di quanti vedono un contrasto insanabile tra la dottrina in filigrana nella Gaudium et spes e la dottrina insegnata dalla Chiesa preconciliare. Le differenze sembrano innegabili perfino a chi è sicuro della propria incompetenza a giudicare.

L’apparenza può ingannare. L’impressione non è la verità. Il legittimo dubbio sulla Gaudium et spes tuttavia è motivato e invincibile, dunque invoca legittimamente un preciso e definitivo chiarimento del sommo Magistero. Un chiarimento che è richiesto dalla confusione fibrillante in atto nella Chiesa postconciliare.

Mons. Gherardini chiede – supplicando – che il Magistero formuli una puntuale, esplicita definizione sulla continuità o la discontinuità della tradizione nelle discusse teorie esposte nei documenti del Vaticano II. Questa supplica è condivisa dai molti fedeli, che sono turbati dalla stranezza delle dottrine predicate da molti pulpiti.

La questione dell’indirizzo antropocentrico della nuova teologia, che Pasqualucci ha ultimamente sollevato con esatte citazioni dei testi conciliari, non può essere sepolta nel silenzio e nelle mezze parole.

Nel lontano 1970, il cardinale Siri, contemplando la bufera che si scatenò intorno al Concilio, sosteneva che “La cosa più urgente è restaurare nella Chiesa la distinzione tra verità ed errore. Talvolta sembra riecheggiare come dominante il dibattito teologico la domanda di Pilato: che cos’è la verità? Occorrono atti che sfatino la legittimità della dittatura dell’opinione, questo terribile potere che coarta il potere di diritto. Siamo al punto in cui qualunque esercizio dell’autorità ecclesiastica è considerato abuso nei confronti della libertà” (“Renovatio”, ottobre-dicembre 1971).

Siri citava la sentenza di un leader massimo delle attuali opinioni teologiche: “Quando Dio vuol essere non Dio, l’uomo nasce”. E domandava: “Cosa vuol dire questa frase? Rigorosamente parlando, nulla. Ma dà l’impressione di nascondere qualche misterioso segreto sui rapporti tra divino ed umano che la dottrina della creazione sembra tenere velato e inespresso“.

Dai pulpiti frequentati dai teologi paroliberieri scendono sentenze sontuose ma prive di significato. A giudicare dai frutti, qualcosa non ha funzionato nel Vaticano II.

Allarmato da flusso rovinoso delle parole teologiche in libertà, Benedetto XVI ha  coraggiosamente sollevato la spinosa questione del conflitto che oppone le scuole che nel Vaticano II vedono la continuità e le scuole che, invece, vi leggono l’incentivo alla discontinuità.

Adesso è lecito attendere, con l’umiltà che costituisce un indeclinabile obbligo per tutti i fedeli, che si faccia chiarezza sui documenti nei quali la continuità sembra rovesciarsi nella discontinuità e addirittura nell’errore.

Nell’incertezza intorno al dogma, la vita cristiana è abbandonata al potere delle opinioni fluttuanti. La morale sta infatti scendendo la china del moralismo e della conformità all’opinione giornalistica. Talora si assiste allo scivolamento nella doppia morale: i peccati degli amici progressisti passano sotto silenzio mentre si gridano parole furenti all’indirizzo dei peccatoti reazionari. Urla sdegnate commentano i festini di destra, il pio silenzio scende sul gay pride.

L’assordante silenzio dei vescovi sulla blasfemia festante nel gay pride romano del 2011, è un segno del potere deterrente esercitato dai banditori del pensiero unico.

A ciò si sono prestati quei teologi della cultura di massa che hanno lanciato lo slogan della morte di Dio con il medesimo tipo di diffusione di un prodotto commerciale”

 

 

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