Gorla, 20 Ottobre 1944: i liberatori sono passati da qui

20 Ottobre 1944. Quartiere di Gorla, alla periferia di Milano. Una formazione di aerei americani, i bombardieri B24 e B27, sorvola, in due ondate, questa parte della città per colpire la vicina stazione ferroviaria di Greco e le officine Breda. La prima ondata, per un errore tecnico, sbaglia bersaglio, e le bombe cadono in aperta campagna. Anche il comandante della seconda ondata, il colonnello James B. Knapp, compie un errore, questa volta di rotta. Tuttavia, anziché scaricare le bombe, ormai innescate, in aperta campagna o sull’Adriatico, sulla via del ritorno, decide di scaricarle sul centro abitato: così, alle ore 11:30 di quel maledetto giorno, i quartieri di Gorla e Precotto sono investiti da 80 tonnellate di esplosivo, 37 tonnellate solo su Gorla. Una bomba di 500 chilogrammi colpisce in pieno la scuola elementare “Francesco Crespi” mentre alunni e insegnanti stanno scendendo nei rifugi, avvisati dagli allarmi. L’edificio, sul cui tetto era stata disegnata un’enorme croce rossa, viene completamente distrutto. Muoiono, secondo le cifre ufficiali, 184 bimbi (in realtà sembra un numero superiore, circa 200), tra i 6 e gli 11 anni, la direttrice, 14 insegnanti, 4 bidelli e un’infermiera. Oltre a queste vittime, il bombardamento del quartiere uccide anche altri 480 civili.

Nel dopoguerra, sul tema dei bombardamenti terroristici anglo-americani, ma anche canadesi, sulle città tedesche, italiane, giapponesi e francesi (non molti sanno che i bombardamenti alleati sulla Francia fecero 60.000 morti), è calato per longo tempo un imbarazzato silenzio: i milioni di vittime erano morti “dalla parte sbagliata” e gli assassini erano i “liberatori”. Certo, si parla di Hiroshima e di Nagasaki, di Amburgo e di Dresda, spesso minimizzando, da parte degli storici “antifascisti”, il numero delle vittime.

Vergognoso il caso di Dresda: nell’immediato dopoguerra vennero calcolate 250.000 vittime, ma “ricercatori indipendenti” revisionisti nel 2010 hanno cercato di convincere l’opinione pubblica tedesca che le vittime erano solo 25.000, cifra in tutta evidenza falsa. Rimane il fatto che il crimine dei bombardamenti terroristici alleati (milioni di civili innocenti assassinati) non ha mai ricevuto l’attenzione che meritava da parte degli storici e dei politici. Nessuna Norimberga ha mai portato alla sbarra gli assassini anglo-americani: loro sono i vincitori e i vincitori non si processano.

Nell’autunno del 1942, Londra decise che era giunta l’ora di colpire anche le città italiane, mirando alla popolazione civile con l’intenzione di “verificarne la resistenza psicologica”. Così, il 24 ottobre 1942 centinaia di bombardieri britannici si presentano nei cieli di Milano per un attacco scientificamente e criminalmente progettato per massimizzare i danni: in due ondate, la seconda per massacrare anche vigili del fuoco e soccorritori nel frattempo sopraggiunti e aumentare la potenza distruttiva degli incendi. E iniziarono i bombardamenti a tappeto, diurni e notturni, contro le città italiane. Quanto furono le vittime di questo terrorismo dall’aria? L’Istat, nel 1957, certificò 64.354 vittime, ma altri ricercatori sono giunti alla conclusione che la cifra finale si avvicini alle centomila.

Un aspetto particolare di questo terrorismo alleato fu l’odio che si manifestò con consapevoli e voluti attacchi contro edifici storici, beni artistici, chiese e musei. Emblematico fu il caso della millenaria abbazia benedettina di Montecassino, distrutta dagli Anglo-americani che pure sapevano che le truppe tedesche, su ordine del loro Stato Maggiore, avevano evitato di attestarsi al suo interno, nonostante l’abbazia fosse una fortezza naturale per il posizionamento elevato e le spesse mura. Fu grazie ai tedeschi che si salvò l’importantissima Biblioteca dell’Abbazia, trasferita su mezzi della Wehrmacht in Vaticano, al sicuro. Tra l’altro, il Comandante del XIV Corpo Corazzato tedesco nel settore di Cassino, Frido von Senger und Etterlin, era fervente cattolico e terziario benedettino.  

L’elenco degli edifici e delle opere d’arte distrutti dagli alleati è impressionante: tra i molti altri, oltre all’abbazia fondata da San Benedetto a Montecassino, il Camposanto Monumentale di Pisa (colpito anche con l’artiglieria: gli artiglieri USA urlavano di gioia per ogni colpo andato a segno), il monastero di Santa Chiara a Napoli e tutto il suo centro storico, il Tempio Malatestiano a Rimini, la chiesa degli Eremitani e quella di San Benedetto a Padova. La furia alleata colpì persino gli scavi archeologici di Pompei, con ben 162 bombe. Impossibile affermare che non sia stato un bombardamento intenzionale. Furono 119 i siti classificati “complessi monumentali” a essere colpiti. A Milano la Chiesa di Santa Maria delle Grazie (l’Ultima Cena di Leonardo si salvò perché protetta da sacchetti di sabbia), il Castello Sforzesco, l’Archivio di Stato, la Ca’ Granda, la Scala, il Poldi Pezzoli. I puntatori a bordo dei bombardieri usavano la Madonnina del Duomo come “punto-mira”.

È impossibile sostenere la tesi dei “danni collaterali”, della non intenzionalità delle distruzioni dei beni artistici. Lo storico dell’arte Philippe Daverio, che certo non era imputabile di antipatie verso gli Alleati, così aveva commentato, nel suo libro Grand Tour d’Italia, riferendosi al disastroso bombardamento su Milano del 15 agosto 1943: “Fu quello un evento catastrofico, che mantiene un significato ulteriore particolarmente inquietante e non ancora chiarito dalla storia. Morì, sotto le bombe, meno dell’1% della popolazione. Furono distrutte meno del 5% delle case. Furono danneggiati invece l’80% dei teatri e il 100% del patrimonio museale. È stato questo il primo bombardamento con bombe intelligenti, ed è stato forse il primo bombardamento culturale della storia dell’umanità. L’idea molto britannica era quella di toccare l’anima dell’Italia attraverso la sua cultura”.

Se l’idea degli Alleati era quella “di toccare l’anima dell’Italia” attraverso i bombardamenti, acquista qualche fondamento allora la tesi che gli aerei che colpirono Gorla volutamente abbiano ignorato la grande croce rossa posta sul tetto della scuola, che quindi sarebbe stata colpita intenzionalmente. L’esistenza di quella grande croce rossa è testimoniata non solo dalle cronache dell’epoca, ma anche dal racconto, raccolto dalla giornalista Francesca Totolo de Il Primato Nazionale, di una delle prime soccorritrici, Rosanna Rapellini, volontaria nel Servizio Ausiliario Femminile della Repubblica Sociale Italiana: “…davanti a me apparivano solo macerie e bambini squarciati dalle bombe. Tra le urla e i pianti delle madri accorse dopo il bombardamento, noi ausiliarie avevamo il triste compito di ricomporre quei corpicini straziati dalla ferocia degli Alleati. […] Su tutte le scuole e le chiese c’era una grande croce per scongiurare i bombardamenti anglo-americani. Non è vero che quelle bombe furono scaricate per errore sulla scuola di Gorla. Quel bombardamento è stato voluto perché gli Alleati volevano mettere gli italiani contro gli italiani.”

La strage dei bimbi di Gorla ebbe una enorme risonanza, anche mediatica, nell’Italia non occupata dagli Alleati. Il più noto illustratore dell’epoca, Gino Boccasile, dedicò alle piccole vittime uno dei suoi più famosi manifesti. Ai funerali di tutti i caduti civili sotto i bombardamenti del 20 ottobre, officiati in Duomo, parteciparono le più alte autorità, civili e militari, della R.S.I., le autorità tedesche e una folla immensa. L’omelia funebre fu tenuta dal cardinale Schuster.

Nel dopoguerra i genitori dei piccoli martiri si interessarono perché il Comune edificasse un monumento che ricordasse la strage. Ma in Italia, è ben noto, ci sono “caduti dalla parte sbagliata” e i bimbi probabilmente erano classificati come tali: niente monumento a spese pubbliche. I genitori, allora decisero di erigere un monumento e costruire un Sacrario a loro spese, ma si presentò un altro problema: il terreno dove sorgeva la vecchia scuola era stato messo in vendita dal Comune per sei milioni di lire e sarebbe stato utilizzato per la costruzione di un cinema. Un cinema, un luogo di divertimento, sul terreno bagnato dal sangue dei piccoli assassinati. Un comitato di genitori, indignati per la scelta dell’autorità comunale, chiese più volte la concessione del terreno e, dopo molte insistenze, il sindaco di Milano, Agostino Greppi, si arrese dicendo: “Sono padre anch’io…fate del terreno quello che volete”.

Iniziò quindi una difficile opera di raccolta fondi, in una Milano del dopoguerra in cui la povertà era generalizzata. Le Acciaierie Falck donarono del ferro vecchio da mettere in vendita, così la Rinascente con del marmo di Candoglia avanzato dalla ricostruzione della loro sede. Si misero in vendita i mattoni recuperate dalle macerie della scuola e si raccolsero i tappi di stagnola delle bottiglie del latte per ricavarne qualche lira. Venne anche organizzata una serata di beneficenza alla Scala. Nessuna istituzione o ente pubblico contribuì al costo del monumento, non il Comune, non la Repubblica “nata dalla Resistenza”: venne pagato esclusivamente con i fondi offerti o raccolti dal comitato dei genitori. 

Lo scultore scelto dal comitato dei genitori, Remo Boschi, realizzò un toccante monumento chiedendo un compenso minimo. Venne anche realizzato un piccolo ossario nel quale, negli anni, vennero raccolti i resti dei bambini, sparsi in diversi cimiteri milanesi. Il monumento-ossario, che si trova in Piazza dei Piccoli Martiri (molti milanesi ne ignorano l’esistenza), venne inaugurato il 20 ottobre del 1947. Ma dagli assassini d’oltreoceano arrivò un ultimo insulto: gli USA offrirono una forte somma e la copertura delle spese per la ricostruzione della scuola a condizione che il monumento venisse distrutto. Ovviamente, la miserabile proposta venne sdegnosamente rifiutata.

Se si esclude la prima commemorazione del dopoguerra, le successive cerimonie videro la totale assenza di tutte le alte cariche dello Stato. Solo esponenti del Comune e della Regione. Così, nessun arcivescovo di Milano ha mai presenziato al ricordo. Per decenni, le autorità USA hanno taciuto sulla strage. Solo qualche giorno dopo il 75° anniversario della strage, nel 2019, il Console americano a Milano, Elisabeth Lee Martinez inviò al Sindaco una brevissima lettera in cui esprimeva le condoglianze alle famiglie delle vittime e del tutto incongruamente, ricordava l’alleanza “USA-Italia nella NATO”, “i valori condivisi” e “la promozione degli ideali di democrazia”. Niente scuse per la strage, come era stato richiesto, ma un implicitamente minaccioso memento della nostra subordinazione, politica e ideologica, a Washington.

Nessun manuale scolastico ricorda la strage dei bimbi di Gorla, spesso dimenticata anche in testi di storia della seconda guerra mondiale. È una strage dimenticata. Forse perché a compierla furono bombardieri americani e quindi le vittime sono, come abbiamo già detto, “vittime dalla parte sbagliata”? Nel 2024, l’anno prossimo, si compirà l’ottantesimo anniversario del criminale bombardamento. La consuetudine vuole che, agli anniversari “a cifra tonda” sia data maggiore solennità e anche maggior rilievo informativo. È possibile sperare che ciò avvenga?

Per saperne di più

Il giurista e storico Giulio Vignoli ha scritto un interessante libro, edito da BastogiLibri: I 184 bimbi di Gorla. Un crimine degli americani. Ci offre la cronaca del bombardamento e degli accadimenti del dopoguerra, numerose testimonianze, la storia della costruzione del monumento-ossario, le assenze e le presenze alle commemorazioni degli ultimi anni. Con una bella prefazione dello storico Luciano Garibaldi. Molte delle informazioni riportate nell’articolo sono state tratte da questo testo. È sicuramente da citare anche il sito www.piccolimartiri.it che lo stesso professor Vignoli definisce “molto ben fatto ed esaustivo”. Nel 1998, l’editore NovAntico ha editato Gorla 20 ottobre 1944, la strage degli innocenti. Per non dimenticare.
Riguardo ai bombardamenti terroristici alleati sulle città italiane e in particolare Milano è raccomandabile la lettura di questo libro di Achille Restelli: Bombe sulla città. Gli attacchi aerei alleati: le vittime civili a Milano, edito da Mursia. Un capitolo è dedicato alla strage di Gorla. Da segnalare anche lo “speciale” di Storia in rete, bella rivista che purtroppo ha recentemente cessato le pubblicazioni (ma prosegue sul web), Bombe sull’Italia. Ecco come gli anglo-americani durante la guerra massacrarono 100 mila italiani distruggendo le nostre città. Anche questo fascicolo contiene un capitolo sui fatti di Gorla curato da Luciano Garibaldi. Ulteriori riferimenti bibliografici e sulle fonti sono reperibili nel citato testo di Giulio Vignoli.

1 commento su “Gorla, 20 Ottobre 1944: i liberatori sono passati da qui”

  1. Grazie per questa testimonianza. Bisognerebbe farla leggere a tutti i cattolici italiani ( quelli dei movimenti e quelli dei moderati) che hanno tanto gusto a “fa’ l’americano”.

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