Guareschi, tra fiction e storia

Il 20 settembre (data fatidica nella retorica patriottica italiana) Raiuno trasmetterà in prima serata la fiction Giovannino Guareschi. Non muoio neanche se mi ammazzano. Questa frase fu pronunciata dallo stesso Guareschi quando venne deportato in un lager nazista in Polonia, in quanto Internato Militare Italiano. L’8 settembre del 1943 (altra data diventata simbolica nella storia italica di disfatta, seconda solo a Caporetto), Guareschi davanti ai mitra tedeschi aveva detto di no alla richiesta di combattere al loro fianco, e questo gli era costato la deportazione, insieme a oltre 600.000 soldati, sottoufficiali e ufficiali. Un’esperienza terrificante, di due anni di prigionia in condizioni disumane, che il creatore di don Camillo e Peppone ebbe modo di raccontare nel Diario clandestino.

La fiction ha il grande merito di raccontare per la prima volta sullo schermo la vita del grande scrittore della Bassa, l’autore italiano più letto e tradotto nel mondo. Oltre al film, uno strumento utile per comprendere Guareschi è il volume da poco nelle librerie Tra storia e sogni. Guareschi il monarchico (dreamBook edizioni, pagine 383, 20 euro). Gli autori sono Franco Ceccarelli ed Emiliano Procucci. Quest’ultimo ha collaborato anche al soggetto della fiction. Il libro affronta un aspetto spesso censurato di Guareschi: la sua fede politica monarchica, che lo portò anche a schierare il suo giornale, Candido, che aveva fondato nel dicembre del 1945 due mesi dopo essere tornato in Italia, a favore della monarchia nel referendum del giugno 1946.

Guareschi non era un aristocratico nostalgico, e nemmeno un sabaudo. Tutto sommato, pur nel suo patriottismo che gli era stato trasmesso dalla scuola, un po’ retorico e fatto di buoni sentimenti, una certa idea di cosa fosse l’Italia col tempo se l’era fatta. In seguito, avrebbe toccato dolorosamente con mano tutte le storture del cosiddetto Belpaese.

Guareschi era monarchico pur avendo comprese le varie malefatte dei Savoia perché credeva non in una particolare dinastia, ma nel principio monarchico. Disse che un re viene allevato fin dalla più tenera età per essere tale, viene formato a un preciso dovere, mentre il presidente di una repubblica può anche essere scelto a caso, essere il risultato di compromessi e anche intrighi politici.

Dopo la vittoria referendaria repubblicana, Guareschi restò leale nei confronti del principio monarchico, ma allo stesso tempo mise tutto il suo talento giornalistico al servizio della Verità e del bene del Paese che tanto amava.

Lo si può vedere nella fiction, così come nel volume di Ceccarelli e Procucci, che hanno selezionato i testi guareschiani sul tema. Il più bello e il più noto è quello della maestra del paese, la signora Cristina, che aveva espresso la volontà, una volta morta, di essere portata al camposanto con la bandiera monarchica sulla bara: una volontà fatta rispettare, contro il parere di tutto il consiglio comunale, con grande decisione da Peppone. Un racconto che ogni volta che viene letto suscita emozione.

Così anche Guareschi venne accompagnato al cimitero di Roncole Verdi dalla bandiera con lo scudo sabaudo, in un giorno di fine luglio del 1968 dove non picchiava il sole della Bassa, ma pioveva a catinelle.

Durante tutta la sua breve ma intensa carriera, Guareschi mise mano con lena a un’opera importantissima: occorreva somministrare agli italiani gli antidoti adeguati contro i veleni che li intossicavano, dall’odio  ideologico alla brama di guadagno a ogni costo e con ogni mezzo; dall’abbandono dei punti di riferimento morali di sempre al riversamento del cervello all’ammasso, che fu un concetto che non smise mai di denunciare, da profeta inascoltato, visto che gli italiani hanno continuato a farlo, prima seguendo la parola d’ordine della politica, più tardi quella della pubblicità e delle sirene del consumismo.

Per fare tutto ciò Giovannino Guareschi fondò insieme a Giovanni Mosca e pochi altri coraggiosi, tra cui i vecchi amici del Bertoldo come Carletto Manzoni, un settimanale, Candido, che al vertice del proprio successo raggiunse la tiratura di un milione di copie, dirigendolo fino al 1957 e continuando a collaborarvi fino al 1961, anno in cui venne decretata la fine del «fogliaccio».

Quella fu una rivista assolutamente libera e indipendente, fatta a immagine e somiglianza di chi la realizzava, sempre in prima linea nella tempestiva segnalazione e denuncia di ogni soverchieria e di ogni pubblica magagna che, purtroppo, dagli anni della ricostruzione fino a quelli del «boom economico» (per arrivare infine agli spettacoli di Tangentopoli che sono stati risparmiati a Guareschi) hanno inquinato la vita civile, sociale, economica e politica italiana.

 Furono molte le grandi battaglie combattute da Guareschi su Candido. Se nel referendum del 1946 il suo ideale monarchico era stato sconfitto, fondamentale fu il suo apporto nelle elezioni del 1948, che segnarono una svolta decisiva per l’Italia, sottraendola alla possibilità di finire sotto il giogo totalitario del comunismo. L’esito elettorale, secondo molti osservatori anche stranieri, venne fortemente influenzato dall’incisiva azione del Candido, dagli articoli, dagli slogan e dai disegni del suo direttore, che vennero largamente ripresi e utilizzati dalle forze democratiche durante la campagna elettorale.

Esempi di tale influenza si ebbero dal manifesto «Mamma, votagli contro anche per me» (in cui l’indicazione viene da uno delle migliaia di prigionieri italiani uccisi nei gulag sovietici) all’altrettanto celebre «Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no», o ai tanti gustosissimi episodi di «Contrordine compagni» che avevano per protagonisti i comunisti «trinariciuti», ossia provvisti di una terza narice dalla quale lasciare defluire la materia celebrale e far entrare le direttive di partito.

Ovviamente, e Guareschi ebbe a spiegarlo e a dimostrarlo, il «trinariciutismo» non è prerogativa esclusiva della sinistra, ed esistono fior di trinariciuti di destra e di centro. Tra costoro si annoverano anche coloro che dopo il 18 aprile 1948 ritennero che, sconfitto il comunismo, personaggi come Guareschi dovessero omologarsi al nuovo sistema economico-politico che andava affermandosi nel Paese. Il giornalista parmense preferì non venire mai a compromessi con la propria coscienza e con i propri doveri deontologici, che sono quelli di cercare la verità e raccontarla ai lettori, piaccia o no.

Guareschi ritenne suo preciso dovere informare sempre su quanto avveniva sulla ribalta e dietro le quinte del teatro della politica e dell’economia, scavando anche in episodi deliberatamente occultati della storia recente: parlò delle foibe, dei tantissimi desaparecidos del periodo post liberazione; parlò di Trieste, città martire stretta nella tenaglia della dura occupazione britannica e della pressione jugoslava; parlò dei primi scandali politici, delle connessioni perverse tra interessi economici privati e ruoli e funzioni pubblici. Guareschi si batté coraggiosamente, ad esempio, contro l’introduzione nel 1953 della cosiddetta «legge truffa», nella quale vedeva – lui uomo bollato come «di destra» – lo strumento per realizzare in Italia una svolta antidemocratica tendente a dar vita a un regime.

Guareschi fu per tutta la sua vita una voce libera, la voce dell’Italia migliore, e cercò anche di dare espressione alla coscienza profonda del Paese, una coscienza cristiana, dando voce al Cristo, che si staglia sopra tutte le ideologie. Guareschi monarchico, ma soprattutto Guareschi cristiano.

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