Ho incontrato il Quinto Stato (seconda parte) – di Roberto Pecchioli

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Dei cinque personaggi osservati nel mattino di primavera, il meno negativo è l’africano. Scelto dalla famiglia per andare in cerca di fortuna probabilmente perché più forte e robusto dei fratelli, è lo strumento inconsapevole del mondialismo rampante. Simbolo, suo malgrado, delle meraviglie della società multietnica che ignora e di cui nulla gli importa, assolve ad una serie di compiti assegnati dal Potere. Innanzitutto, abbassa le tutele sociali e i salari altrui. Qualunque lavoro o lavoretto gli venga proposto, la retribuzione è inferiore a quella di chiunque altro. Egli non ha altro interesse che fare come può ciò che gli viene chiesto e incassare i pochi soldi pattuiti. Indifferente a tutto ciò che è diverso dal suo orizzonte di sradicato, è il precario per eccellenza della società, stigmatizzato da un lato, simbolo positivo inconsapevole per altri. Non ha, né può avere, interesse alcuno per lotte collettive, per capire e integrarsi nel mondo sconosciuto in cui lo hanno scaraventato.

Quando fa qualcosa, è meno di un numero, un lavoratore intermittente come il semaforo di notte. Abbassa i salari, brucia le garanzie sociali esattamente come degrada senza saperlo il tessuto civile e il panorama estetico circostante. Non ha colpe specifiche. Si deve lottare contro l’immigrazione di massa voluta e alimentata, odiare gli sfruttatori in giacca, cravatta e automobile di servizio, la loro globalizzazione assetata di schiavi, il loro tronfio liberalismo, la loro falsa, falsissima società aperta, il soggettivismo e il gretto egoismo di cui sono banditori, non si può prendersela con il Quinto Stato immigrato, ultimo anello di una catena criminale.

Difficile avercela anche con lo studente firmato, perennemente connesso, magari un po’ bullo. Non è responsabile se questo è il mondo, lui guarda, imita e, come gli altri, vuole la sua parte. Il Primo Maggio avrà visto il concerto organizzato dai sindacati. Lì, tra stanche parole d’ordine di cui non sa nulla, per lui solo fastidiose interruzioni della musica, i capi di antiquate organizzazioni chiamate CGIL, CISL, UIL cercano ogni anno di salvarsi l’anima, o certificare la propria esistenza in vita, pagando veri e presunti artisti che fingono di contestare a cachet la società dello spettacolo e del mercato. L’autogol di quest’anno è clamoroso. Hanno invitato il citato Sfera Ebbasta, che si è presentato sul palco con due Rolex, simboli del più rivoltante consumismo “di classe” (sociale) e ha urlato che non gli frega di niente, naturalmente dopo aver incassato l’assegno firmato Camusso. Sincero, l’astuto Sfera, in linea con i dettami del mercato, simbolo del disimpegno, della regressione individuale, oltreché responsabile pro quota del degrado dei gusti non solo musicali di milioni di nerd del Quinto Stato.

È il cantore della generazione Uber. Meglio viaggiare a pochi soldi, chi se ne frega se il poveraccio che ci trasporta è un immigrato irregolare che magari dorme sull’automobile o un padre di famiglia reduce dal licenziamento per delocalizzazione. Ciò che conta è che tutto sembri costare poco, come le stanze affittate attraverso Airbnb, i viaggi low cost.il cibo di strada, la musica scaricata su Spotify. La giornata di costoro è scandita dai continui post su Facebook, le foto su Instagram in attesa del giudizio altrui sotto forma di “mi piace” o soffrendo per gli insulti e le derisioni dei compagni di tastiera. Ansia da prestazione e da giudizio collettivo, come gli aspiranti cantanti e cuochi televisivi: per me è no, scandisce il Giudice, sostituto surmoderno della plebe degli anfiteatri romani con potere di vita e di morte, pollice alzato o abbassato. Oggi il pollice è diventato uno dei più utilizzati emoji, i pittogrammi che sostituiscono le parole nella messaggistica afasica di massa. Whatsapp non per caso è proprietà di Mark Zuckerberg.

Estraneo a qualunque approfondimento, gran utente dei Bignami sotto forma di app e Wikipedia che tolgono lo sforzo di imparare e ricordare, il Quinto Stato è convinto che la felicità sia viaggiare continuamente- in genere senza capire nulla dei luoghi dove si trova e delle persone che incontra – se è molto giovane liberarsi della tutela dei genitori, tranne la funzione di ufficiali pagatori che volentieri continua ad accettare, vivere qualunque esperienza, comprare o almeno consumare nuove merci e nuovi servizi. Un Quinto Stato liquido, cui basta alzare lievemente la temperatura perché diventi gassoso e precipiti verso il basso anziché salire in alto come in natura.

Fattosi adulto, è pronto a divenire il Cretino Globale, deciso a dire la sua su tutto via etere, insultando, offendendo, entusiasmandosi o odiando a comando eterodiretto. Più grande sarà la sua ignoranza, maggiore la sua pretesa di esprimere, con poche frasi e tanti strafalcioni, un’opinione definitiva che nessuno potrà scalfire. Non lo sa, ma è un prodotto di scala, uno tra i tanti. A suo modo, è riuscito perfettamente. Lo hanno voluto così: consumatore compulsivo, mobile, infedele a tutto, privo di principi radicati, “muta d’accento e di pensier” ogni giorno. Sogna New York City, vive in una bolla di cosmopolitismo da centro commerciale senza elevarsi dalla suburra locale. Ha in tasca un diploma, non di rado una laurea, ma sa pochissimo di tutto. Fuori dalla specializzazione strumentale in cui è stato istruito, è una tabula rasa riempita solo dai messaggi commerciali e dalla musica imposta dal sistema di intrattenimento. Non sospetta neppure di essere una pedina di un gioco molto grande e comunque non ne è turbato, purché possa consumare, dare sfogo agli istinti.

Il Terzo Stato ha assorbito i primi due, si è fatto nuovo Principe e ha organizzato un perfetto sistema per continuare a dominare, sfruttare, guadagnare. Ha colonizzato l’immaginario, comprendendo che le prime idee da cancellare erano la dignità, la consapevolezza, l’etica. Tutti principi senza valore perché non calcolabili in denaro. Ha distrutto la cultura popolare e quella borghese, screditato ogni concetto “alto”, deriso qualunque concezione spirituale, verticale, aristocratica della vita, sino a costruire la sua creatura prediletta, la Moltitudine plebea prigioniera del Desiderio.

Diego Fusaro, giovane filosofo torinese, ha dedicato l’ultimo suo libro alla figura del Precario, convinto di individuarne il potenziale rivoluzionario. Non ne siamo persuasi. L’autore di Minima Mercatalia ha certamente le migliori intenzioni, la sua voce resta una delle più importanti nell’asfittico panorama “contro”, ma pensiamo che l’errore neomarxista consista nell’immaginare un’umanità che si rivolta contro i suoi padroni unicamente in nome della ragione economica. Non va fino in fondo nel denunciare il male.

Eppure, una sua immagine ci ha colpito. È quella del quadro di Pellizza da Volpedo messa a confronto con una realizzazione di Massimo Bartolini, dal titolo My fourth homage, visibile nello stesso museo milanese che ospita Il Quarto Stato, di cui intende essere omaggio e controcanto post moderno. La fotografia di Bartolini presenta i perdenti di oggi colti fermi, con i piedi affondati nella terra, privi di movimento, senza un ordine, ciascuno vestito e atteggiato in modo differente, con gli sguardi vuoti e privi di direzione. Cento anni dopo, a vittoria acquisita del liberalcapitalismo sulle altre grandi narrazioni ideologiche del secolo Ventesimo, tale è la condizione di massa. Nessuna speranza, nessun avvenire verso cui tendere, nessun cammino comune. È un’immagine potente quanto straniante, la prova di una sconfitta epocale. Ma resta la rotta di un materialismo nei confronti di un altro, più abile, scaltro, corrivo, capace di narcotizzare proprio perché non è in grado di suscitare consenso. La sua forza diventa il non dissenso, la rassegnazione, il sonno, il riflesso animale, pavloviano, di chi desidera e si avvolge nelle spire di bisogni e desideri sempre nuovi.

Due pensatori radicali americani, Nick Srnicek e Alex Williams hanno scritto di recente una sorta di manifesto per il Quinto Stato: Pretendi la piena automazione; pretendi il reddito universale; pretendi il futuro. Un testo che riteniamo assai gradito all’iperclasse dei potenti padroni di tutto. Viene teorizzata la morale dello schiavo che si accontenta di consumare con denaro altrui, svalutando il lavoro e l’impegno personale, spostando ogni lotta dal terreno della dignità a quello della richiesta di consumo. Verrà accolta, non temano. Se questi sono gli oppositori, il sistema può dormire tranquillo, il Quinto Stato non darà preoccupazioni. La difficoltà, anzi la tragedia che viviamo è quella di generazioni tanto intensivamente diseducate da volere, desiderare, pretendere esattamente ciò che conviene al potere. Manca un ceto intellettuale di riferimento che indichi una via. E’ scomparsa, per dirla con le parole di Hegel accolte da Marx, la “coscienza infelice” di chi si rende conto del male in atto e batte strade alternative. Ciò che sfugge ai nemici del liberalcapitalismo di ascendenza marxista è la stretta parentela tra il loro universo ideale e quello nemico.

Hanno lottato con tutte le forza per distruggere la cultura popolare e quella dei ceti superiori. Destrutturare, decostruire, demitizzare. Ci sono riusciti perfettamente, realizzando inconsapevolmente il lavoro dei liberali, il cui orizzonte è oltrepassare ogni limite. Screditata la morale naturale, irrisa la famiglia, ucciso il padre, gettata nell’inconsistenza ogni forma di spiritualità, bombardate le casematte delle religioni e della morale, vince il più forte che, inevitabilmente, è chi sa mentire meglio ai popoli. La menzogna comunista si è rivelata meno duratura di quella liberalcapitalista. Non resta che tessere una tela diversa, nella quale l’uomo torni a recuperare tutte le sue dimensioni. Esiste la festa dionisiaca e l’ordine apollineo, la materia ma anche lo spirito, lo sguardo rivolto in alto, i diritti come i doveri, il consumo insieme con la gioia della frugalità e della vita comunitaria.

Hanno costruito un’umanità di terz’ordine, scomposta, priva di centro, dedita all’istinto, regressiva. Hanno eliminato diritti naturali e sociali, facendo credere che il desiderio, il capriccio, l’istinto elevato a norma siano sacri diritti individuali. Hanno creato un Quinto Stato disumanizzato, deplorevole, privo di argini, miliardi di atomi gettati a caso in un mondo a cui hanno sottratto ogni domanda di senso. Se mai avverrà, se ne uscirà soltanto attraverso forme di restaurazione della coscienza. Qualcuno sa immaginare il significato di onore, dignità, decoro, spirito, morale, famiglia, identità, lotta, sforzo collettivo, per la post umanità del Quinto Stato?

Il Terzo Stato del 1789 ha vinto trasformandosi come uno Zelig, nazionalista nel secolo XIX, antiborghese permissivo dopo il 1968, neo feudale mondialista a seguito della caduta del comunismo novecentesco. La moltitudine, con buona pace di Toni Negri e Michael Hardt, ha perso perché ha fatto suoi i disvalori dell’Altro. Servi senza coscienza e senza livrea, alla fine reclamano solo una fetta della torta. Il Quarto Stato, almeno, cosciente di sé, voleva cambiare menù, non conquistare un posto alla tavola del Signore.

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4 commenti su “Ho incontrato il Quinto Stato (seconda parte) – di Roberto Pecchioli”

  1. Gentile Pecchioli, mi lascia perplessa la frase “Il meno negativo è l’ africano “. Chi altri se non lui, rispetto ai restanti perdonaggi , potrebbe rivelarsi un islamico radicalizzato, un terrorista, uno spacciatore disposto ad uccidere e squartare le sue vittime?
    Averci ridotto ad importare la malavita dai paesi africani è la colpa pi9 grave che ha determinato il crollo della sinistra europea. Usato al quadro di Pelizza da Volpedo, mi ha fatto sempre l’effetto di una minaccia. La minaccia si è poi avverata. Per il resto, complimenti e a presto rileggerla.

  2. E anche se non fosse un malavitoso, comunque una vittima del suo paese di provenienza, che lo ha costretto a emigrare invece che realizzare in patria le condizioni per lo sviluppo della propria persona e famiglia. Un po’ come lo strato sabaudo che imponeva una leva di sei anni che faceva fuggire all’estero gli italiani, costruendo il mito di popolo emigrante oggi usato come scusa per accettare tutti.

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