I diritti umani sono diventati un credo distruttivo

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I diritti umani sono diventati una sorta di religione distruttiva, un credo indiscutibile, ma astratto e velleitario, capace d’inceppare gravemente il funzionamento della società e di seminare a profusione il disordine, in luogo dell’ordine senza il quale non esiste vera civiltà? E, soprattutto, sono diventati, o stanno diventando, un’arma di cui si servono i nemici della società per infliggerle ancora del male, oltre a quello che già le infliggono i soggetti violenti, o strutturalmente parassitari, e incapaci d’una civile convivenza? È possibile, in altre parole, che quanti violano consapevolmente la legge e quanti calpestano scientemente le regole della società, si servano poi dei diritti umani per minimizzare le proprie colpe, per attenuare le proprie responsabilità e sottrarsi al meritato castigo, offendendo in maniera grave il senso della giustizia nelle vittime e nei loro parenti?

Uno dei massimi guru di questa nuova religione è il filosofo americano Ronald Dworkin (1931-2013), autore di un’opera che i suoi ammiratori considerano fondamentale per la cultura contemporanea, I diritti presi sul serio (Taking Rights Seriously, Harvard University Press, 1977, tradotto in italiano dall’editore bolognese Il Mulino nel 1982). In un articolo concesso al quotidiano britannico The Guardian, egli così ribadiva la sua fede nei diritti umani e nella loro natura imprescrittibile (cit. in: A.A.V.V. Agorà. Manuale di filosofia, Milano, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, 2007, vol. 2, L’età moderna, pp. 228-229):

Quando invocano un equilibrio tra libertà e sicurezza, i politici ricorrono a un mezzo irresponsabile. (…) Le persone accusate di terrorismo possono avere dei diritti, dice Blair [primo ministro inglese nel 2006], incluso il diritto di non essere detenuti indefinitamente senza processo e di non essere mandati in paesi dove verrebbero ammazzati. Ma anche il popolo inglese ha dei diritti e un nuovo equilibrio deve essere individuato tra i due gruppi di diritti. La metafora dell’equilibrio è pericolosa perché non suggerisce alcuna base di principio per decidere quanta tortura dovremmo ammettere, o per quanti anni dovremo tenere in carcere delle persone senza processo. La metafora è profondamente fuorviante perché implica che noi dovremmo decidere quali diritti umani riconoscere attraverso una sorta di analisi costi benefici, nel modo cioè in cui decideremmo quali limiti di velocità adottare. Essa suggerisce che il criterio dovrebbe essere il bene del popolo inglese, come Blair ha dichiarato (…) affermando che “le domande della maggioranza rispettosa della legge devono aver la precedenza”.

Questa stupefacente affermazione rappresenta una minaccia per l’idea stessa di riconoscere dei diritti umani:; essa equivale a dire che non esiste qualcosa come i diritti umani. La maggior parte delle decisioni politiche richiedono un bilanciamento dei costi e dei benefici, in cui gli svantaggi per alcuni siano compensato da maggiori vantaggi per l’interesse generale della comunità. Costruire un nuovo aeroporto porta inevitabilmente degli svantaggi ad alcune persone, ma il danno è giustificato se rappresenta la miglior scelta per la nazione. Tuttavia, alcune offese agli individui sono così pesanti che non possono esser giustificate dicendo che esse sono ciò che la gente vuole. Una società civilizzata riconosce i diritti precisamente per proteggere gli individui da questi gravi danni. Insistiamo su questi diritti, anche se la maggioranza sarebbe più sicura e tranquilla se li ignorassimo. Naturalmente è terribile quando (…) terroristi o criminali in attesa di giudizio uccidono persone innocenti. Ma l’aumento del rischio che ognuno di noi corre è marginale e inferiore, se rafforziamo i diritti umani, piuttosto che se li abbandoniamo solo perché si sono mostrati scomodi. È una delle più onorevoli tradizioni della Gran Bretagna di accettare l’incremento marginale di rischio, come prezzo per il rispetto della dignità umana degli individui. (…) Le tirannie del XX secolo ci hanno insegnato che proteggere la dignità degli esseri umani, uno per uno, è un valore nonostante la scomodità e il rischio che deriva al largo pubblico dal rispetto dei diritti umani.

Ronald Dworkin imposta tutto il suo ragionamento partendo dall’assunto che i diritti umani esistano oggettivamente e quindi anteriormente allo sviluppo storico della società: proprio come facevano i giusnaturalisti del XVII secolo, i quali, in effetti, sono gli inventori del concetto dei diritti innati e imprescrittibili della persona umana. Ma quello dei diritti umani è un concetto che scaturisce dall’idea, e poi da una pratica, sfocianti in una convenzione giuridica, la quale, nel corso del XIX e del XX secolo, per impulso della Rivoluzione francese, si è estesa a livello internazionale. Tale convenzione prevede che ad ogni essere umano vadano riconosciuti dei diritti fondamentali e inalienabili, anche nel caso che violi la legge e anche nel caso che cada, come prigioniero di guerra o come sospetto di intelligenza col nemico, nelle mani di un’altra giurisdizione. In natura, non esiste nulla del genere, così come non esiste in molte società primitive.

Nelle società evolute dell’antichità e nel medioevo non c’era l’idea dei diritti umani, ma c’erano delle convenzioni che fissavano i diritti degli stranieri, delle donne, dei servi, senza però che questi diritti potessero mai giungere a minacciare la sicurezza della società. Nel medioevo è stata l’affermazione cristiana del concetto di persona, con i valori spirituali ad essa collegati, che ha fatto compiere un passo avanti nel trattamento più umano dei soggetti deboli, degli stranieri, dei criminali e dei prigionieri di guerra, abolendo o moderando gli istituti più crudeli, come la facoltà paterna di sopprimere alla nascita i figli indesiderati, specialmente se portatori di malformazioni; ma, di nuovo, entro un confine ben preciso, e cioè senza mai giungere a rompere l’equilibrio sociale in favore delle minoranze infide o solo parzialmente assimilate e a danno della maggioranza dei cittadini.

Il caso degli ebrei, soggetti a limitazioni sia professionali, sia giuridiche, è esemplare: essi erano tutelati dalla legge, ma in subordine all’esigenza di tutelare la maggioranza della popolazione, tanto sul piano economico (questione dell’usura) che su quello della sicurezza (questione della loro propensione a far fronte comune coi nemici della società cristiana, ad esempio gli eserciti islamici e le flotte ottomane che premevano ai confini e minacciavamo continue invasioni), senza contare l’elemento religioso che, facendone una minoranza inassimilabile, automaticamente li rendeva un fattore di potenziale instabilità, in un mondo che faceva della stabilità la sua norma essenziale. Negli ultimi due secoli, i secoli della società post-cristiana, vi è stata una continua estensione del concetto dei diritti umani a sempre nuove categorie e in sempre nuovi ambiti.

Chi avrebbe potuto immaginare, anche solo venti anni fa, che l’essere omosessuale avrebbe comportato automaticamente uno statuto di tutela speciale, per cui se uno straniero si dichiara omosessuale e perseguitato in patria a causa del suo orientamento, gli viene riconosciuto lo status di rifugiato per ragioni umanitarie? Eppure, oggi la cosa pare semplice e naturale, anche se naturale non è. Non è affatto naturale che uno stato si faccia carico dei diritti negati in un altro stato, ma questa è la prassi innescata da quando, nel 1789, l’Assemblea nazionale costituente francese promulgò solennemente la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Non è difficile capire che, una volta passato questo principio, diventa giusto e naturale che un miliardo di africani, i quali si vedono negato o minacciato, in patria, il rispetto dei diritti umani, si presentino alle nostre frontiere per ottenere, insieme all’ospitalità, anche il riconoscimento di quei diritti. Ragion per cui, continuando l’esempio precedente, l’Italia potrebbe diventare la mecca di tutti gli omosessuali africani e degli altri continenti, provenienti da quei Paesi nei quali l’omosessualità è considerata un crimine e viene punita come tale. Con quali effetti, a lungo andare, sulla stabilità e sulla coesione della nostra società, anche questo non è difficile da immaginare: eppure si direbbe proprio che ciò non importi affatto ai paladini dei diritti umani unilaterali, cioè dei diritti umani sciolti da ogni impegno e da ogni responsabilità nei confronti della società che li garantisce a tutti, anche a soggetti provenienti dall’esterno.

Dworkin si scandalizza all’idea che, quando si tratta di diritti umani, qualcuno osi ragionare in termini di costi e benefici, perché i diritti umani, secondo lui, hanno a che fare con un principio etico assoluto, mentre il rapporto costi e benefici riflette una mentalità di tipo economico. Ma la verità è che qualsiasi decisione la società prenda in materia di diritti, così come ogni altra decisione riguardante la sfera della vita associata, deve essere valutata anche dal punto di vista della sua realizzabilità e della sua convenienza rispetto all’insieme: non c’è niente di vergognoso, niente di sordido in questo. Quando il capo di una scialuppa di salvataggio, già sovraccarica di naufraghi, si trova a dover decidere se far salire a bordo altre persone aggrappate ai rottami galleggianti della nave, oppure no, non deve tener presente un principio astratto di umanità, bensì una situazione concreta che riguarda la sicurezza di quanti sono già a bordo, e quindi il bene generale: il quale può anche, dolorosamente, prescindere dal bene dei singoli individui. Se far salire altri naufraghi significa provocare il capovolgimento della scialuppa e quindi la probabile morte di tutti, egli dovrà prendere la scomoda decisione di non permettere ad alcuno di salire a bordo, e dovrà allontanarsi, lasciando quei poveretti al loro destino.

È una situazione dura e non vorremmo mai trovarci nei panni di colui che la deve prendere: eppure, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che si tratterebbe di una decisione saggia e ragionevole. È proprio di questo principio di realtà e di ragionevolezza che Dworkin non accetta di farsi carico: per lui esiste un feticcio, quello dei diritti umani, che va adorato sempre e comunque, anche se il buon senso e la stessa sicurezza sociale, cioè il bene comune, dicono che seguire sino in fondo quel principio, in ogni circostanza possibile e immaginabile è irrealistico e soprattutto pericoloso.

Questo è un aspetto tipico della mentalità e, vorremmo dire, della psicologia dei progressisti di tutte le latitudini: amano talmente l’idea astratta dell’uomo, da calpestare sovente il bene degli uomini concreti. Fra l’altro, non si chiedono mai se, per una persona che non si adegua agli standard morali e giuridici della propria società, sia davvero un bene poter godere della protezione di un’altra società, che gli offre asilo proprio per quella circostanza: non si chiedono mai ciò se sia davvero il bene di quella persona, oltre che della società che lo accoglie. Ed è un fatto che, per esempio, ai volontari delle O.n.g. che pattugliano il Mediterraneo per “salvare le vite”, non importa cosa ne sarà di quelle migliaia di sradicati che, grazie a loro, vengono fatti sbarcare in un Paese ad essi estraneo: se diverranno dei delinquenti, o degli sfruttati, costretti a raccogliere pomodori come moderni schiavi, o se impazziranno dalla nostalgia e dalla frustrazione: non è un problema loro; loro li hanno salvati e la cosa, per quanto li riguarda, finisce lì.

E che ne sarà di quei vecchi genitori, di quei figli, di quelle mogli e fidanzate, di quei villaggi, di quelle regioni e di quegli Stati dai quali partono tutti costoro? Siamo scuri che sia un bene, per essi, il fatto che i loro uomini validi partano e vengano accolti in Europa in nome dei diritti umani? Non ne siamo affatto convinti; ma i progressisti, infarciti di mentalità astrattamente e velleitariamente egualitaria, buonista e filantropica, non si pongono il problema. Credono di essere i campioni dell’apertura e dell’accoglienza, e non vedono che all’origine del loro atteggiamento c’è un pregiudizio razzista: quello della superiorità delle proprie istituzioni e del proprio concetto del diritto. In Africa e in Asia quel concetto non c’è: ma questo è sufficiente a trarre la conclusione che quelle culture devono imparare dalla nostra, porsi sulle nostre orme?

In tutti i libri di storia dei licei si dice che l’idea di libertà è nata in Europa, e precisante in Olanda, nel XVII secolo; che l’Olanda, lottando contro l’assolutismo e il fanatismo cattolico della Spagna, è stata un modello per l’Europa intera; che ha potuto avvalersi del contributo di migliaia di cittadini perseguitati nei loro Paesi d’origine, e attirati dal clima di tolleranza che regnava nei Paesi Bassi. Ebbene, se la bontà di un modello si giudica dai risultati, andiamo a vere che cos’è l’Olanda, oggi: una società moribonda, se non morta e sepolta; il paradiso della droga, dell’eutanasia e dell’aborto; un Paese senza più identità, sommerso da una valanga d’immigrati, e preoccupato unicamente delle cose materiali, delle finanze in ordine (di cui va tanto fiero), dell’alto tenore di vita, del buon livello dei servizi sociali.

Questa è la fotografia dell’Europa dei nostri giorni: un continente moribondo o già morto, distrutto moralmente da materialismo e consumismo, dai disordini sessuali e dalla mercificazione di ogni rapporto umano; il paradiso di tutti i deviati, i degenerati, i pervertiti, gli artisti falliti, i poetastri incomprensibili, i pittori senza talento, i filosofi senza idee, i preti senza vocazione, i figli senza rispetto dei padri. Non vogliamo dire che la colpa di tutto ciò sia della cultura dei diritti umani; ma che questa, assolutizzata, estremizzata e portata oltre il limite del giusto e del ragionevole, è una delle manifestazioni della malattia mortale che sta uccidendo l’Europa. Perfino il papa (facciamo finta che quel signore vestito di bianco lo sia) parla sempre e solo dei diritti umani; di Cristo non parla più. Che fare, allora? Forse dovremmo preoccuparci meno dei diritti umani e un po’ più delle situazioni concrete, puntando al bene comune e non al bene di pochi.

Fonte http://www.accademianuovaitalia.it/

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2 commenti su “I diritti umani sono diventati un credo distruttivo”

  1. Teologia della Liberazione; cioè bergoglio, boff, ecc.
    Questo significa fare attenzione prima ai frutti e poi all’albero…….

  2. I diritti umani sono stati, in passato, una cosa giusta e seria. Grossomodo, fino alla caduta del Muro di Berlino. Poi, con gli anni 90, è incominciato il loro stravolgimento, fino al delirio odierno.

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