I FONDAMENTI RELIGIOSI DELLA POLITICA – di Giulio Alfano

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di Giulio Alfano

 

 

Una lucida indicazione è possibile leggerla in uno dei documenti più interessanti del Concilio Vaticano II al n. 8 della costituzione “Gaudium et Spes”,dove si nota che”..nella stessa persona si origina più frequentemente un disequilibrio tra una moderna intelligenza pratica ed il modo di ragionare teoretico che non riesce a dominare né ad ordinare in adeguata sintesi,l’insieme delle conoscenze e da qui derivano diffidenze ed inimicizie,conflitti ed amarezze,di cui lo stesso uomo è,ad un tempo causa e vittima”. Oggi ci troviamo di fronte ancora al grande e difficile compito di coniugare verità,coscienza e libertà,che è l’anima della coscienza,il suo dinamismo fondamentale;il valore assoluto dal punto di vista ontologico non è la libertà,ma la verità,perché la libertà è il modo umano di riconoscere ed attuare la verità,il riferimento obbligato della legge naturale,delle fondamentali regole della vita e tale legge naturale,in quanto espressione di verità,non può essere sentita come un’obiezione alla libertà.

La libertà è un “mistero e l’uomo è simile a Dio perché vive la stessa ultima e profonda libertà che caratterizza l’identità divina;la libertà di Dio si realizza pienamente nell’affermazione del vero e la libertà dell’uomo la si può esercitare sia come affermazione che come negazione del vero. Nella modernità la coscienza è stata pensata come un valore assoluto,non come il luogo che percepisce il problema della verità ma come quello che lo produce;da Kant in poi la verità diventa frutto di iniziativa dell’intelligenza,di una coscienza che è tutto e che non riscopre ma si addentra per quel sentiero cui ci aveva abituato la filosofia classica ed anche,in parte,quella moderna. Il S. padre Benedetto XVI ha definito questo condensato della capacità raziocinante dell’uomo come:”..uso stretto della ragione”(Fede e Ragione in dialogo”,Marsilio,2005,p.23),in senso razionalistico,funzionale ed analitico,ovvero una ragione che organizza e conosce gli oggetti,ne scopre le leggi oggettive per una eventuale manipolazione che ottenga l’incremento delle condizioni della vita dell’uomo. Tale coscienza è decurtata di una dimensione fondamentale che è la “verità”scoperta,amata,trovata dalla coscienza,ma non coincidente con essa;la verità possiede una sua struttura oggettiva,una sua identità,un suo statuto ontologico,una sua legge ed il problema non è la contrapposizione astratta della coscienza,di libertà di coscienza e di verità,come se la verità minacciasse la libertà di coscienza e questa potesse esprimersi fino in fondo un assenza della verità. S. Paolo ha scritto: “ Cristo ci ha liberasti perché restassimo liberi” e per un cristiano la libertà non ha una concezione specificamente diversa da quella che professano altri,perché come tutti,ha la capacità di fare o non fare ciò’ che vuole;ma la libertà d’azione non coincide con la legittimità morale dell’azione stessa,ovvero con la sua bontà o malvagità e sono due cose distinte la libertà di fare o di non fare qualcosa ed il giudizio etico o morale sui comportamenti,quello che si suole definire “liceità morale”. Per questo la politica non va considerata come un male necessario per il bene dell’umanità,ma non è nemmeno una realtà che serve a sopravvivere o a convivere per consentire all’uomo una vita libera. Il valore della politica chiama in causa “l’ordine delle cose” che può’ essere funzionale rispondendo ad uno scopo specifico della natura delle cose medesime e parlare dell’uomo significa preliminarmente parlare della natura dell’uomo. Quando Dio stabili’ che “Non è bene che l’uomo sia solo”(Gen.2,18)e creò il suo simile ordinando gli di crescere assieme e prolificare,stabilì la nascita della società e che la vita umana potesse essere concepita solo all’interno della società che è il mezzo naturale di esistenza. Ma ogni società ha un proprio ordine ed un fine determinato e quello delle società naturali non può essere stabilito convenzionalmente,anche se per scopi eticamente legittimi,ma moralmente inaccettabili,perché non si perseguirebbe il fine oggettivo della comunità bensì un fine soggettivisticamente scelto,sostituendo l’ordine naturale con quello convenzionale ed arbitrario,all’ordine della creazione l’utopia dell’uomo che,per limiti intrinseci,può conoscere le cose ma non crearle. Già Platone nelle “Leggi”ammoniva che una polis che non è governata da Dio ma da u uomo non ha la possibilità di scampo dal male perché la sovranità rivendica il diritto di ordinate il mondo secondo i dettami dell’umana ragione,identifica la razionalità col calcolo,come la libertà non è licenza e la verità non è un opinione. Quindi la sovranità fonda la politica su una base instabile,come sostiene eone XIII nella poco nota enciclica “Diuturnum”(n.105),sottraendole di fatto la forza che le deriva dall’obbedienza ai governanti non per coercizione ma per coscienza del dovere.

La politica è intelligenza del perché l’uomo vive e non può che vivere in comunità per cui ad essa è richiesta un attitudine filosofica che legittima la filosofia politica. Non si può scambiare la politica col progettuale,col fantastico o col moderno “pensiero aperto” perché implica un processo geometrico e questo perché la politica richiede attenzione all’esperienza alla realtà,escludendo la possibilità di confondere la legittimità del potere con l’autorità,che è invece è un elemento morale che va esercitato perché ordinato al bene oggettivo della persona e il governo,come dice Locke,va legittimato dalla finalità stessa del potere.. Quello che è accaduto e per certi versi sta accadendo nel non lontano mondo arabo,che finalmente si libera di satrapi obbedienti ai dettami del potere economico non locale,dimostra come non si può ora più di prima prescindere dalla centralità della persona. Da piazza Tahrir si leva un monito per tutto il mondo emancipato:il consenso non è mai un fine ma un mezzo per realizzare pienamente l’uomo come persona,perché il nichilismo non è e non può essere fondamento dello stato. La persona non è un centro di imputazioni giuridiche,una realtà formale ed astratta costruita dall’ordinamento giuridico positivo,ma ha un valore ontologico. La persona proprio per la sua struttura ontologica riconosce il dialogo che consente una relazione interpersonale tra due soggetti reciprocamente disposti all’ascolto,ma soprattutto all’accoglienza,senza la quale la politica perde e svilisce il suo ruolo,perché la parola percepita viva è vivente in chi la pronuncia e soprattutto in chi l’ascolta perché è capacità di svelarsi dell’io segnato dalla continua potenzialità del dirsi quindi il dialogo è il nostro cammino esistenziale,il retaggio dell’uomo che è immagine di Dio. La filosofia politica nasce da un distacco fisiologico dall’integralismo delle posizioni,perché lo stato come momento unitario di consapevolezza giuridica dell’azione,non può essere schierato religiosamente,ma nondimeno deve tutelare tutte le confessioni presenti nella società,evitando l,’infelice espressione di indifferentismo verso le religioni che non sono intrinsecamente avversarie della convivenza civile e anche democratica. La democrazia ha il suo fondamento essenziale in un valore trascendente,perché un fermento soprannaturale inserito in un fermento della vita sociopolitica contribuisce ad arricchire la prospettiva democratica. Oggi viviamo un periodo di “neonominalismo” perché il capitalismo selvaggio ha favorito l’egoismo egocentrico accantonando il bene comune in favore di un contrattualismo utilitaristico. Il bene comune non riguarda la persona nella propria singolarità staccata dall’ambiente,ma la relazionalità con altre persone,la somma dei beni relazionali. La stessa “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”del 1948 ha al suo centro la persona,termine che vi appare per ben 23 volte,perché non sono considerati solo i diritti storicamente espressi dal liberismo capitalistico ma anche e soprattutto quelli sociali,per cui come ammonisce Leone XIII nella “Rerum Novarum” chi più ha più dia quindi se si tassano i poveri disgraziati non si capisce perché non si dovrebbero tassare i patrimonialisti!! Il fondamento dei diritti è nella stessa natura umana che offre un mirabile esempio di uguaglianza tra tutti gli uomini e senza tale diritto non potrebbe esistere la nozione di diritto umano. La legge di natura va colta anche nella coscienza morale insita nella storia e si sviluppa in modi tanto diversi quanti sono i tempi e i contesti in cui agisce. E’ un concetto questo che offre l’opportunità di u apertura al dialogo anche con coloro che non si riconoscono nella portata di tale legge e può contribuire a fondare una fede secolare in una comune concezione di riferimento democratica.

La dottrina dei diritti umani è essenziale alla democrazia perché determina quel fecondo connubio tra filosofia della democrazia e filosofia del diritto. Anche nella Costituzione Repubblicana si prende posizione sui fattori che differenziano costumi e culture,come ricorda l’articolo 2 che afferma i diritti inalienabili e li riconosce,ma qual è il fondamento della ragione pratica che li riconosce?La Chiesa impone i suoi criteri solo alle regole interne alla vita della comunità ecclesiale mentre si propone di formare le coscienze alla luce della verità indicando agli uomini liberamente di scegliere tra il bene e il male. .Tommaso d’Aquino fa una netta distinzione tra due diversi modi di impartire un comando :uno dall’esterno,tipico della legge che gli si impone all’uomo,ed uno dall’interno che muove dalla coscienza,il modo che segue un uomo religioso mosso dall’amore e non dall’obbligo o dalla sanzione e S. Paolo afferma che dove c’è uno spirito religioso c’è libertà per amore. S. Tommaso aggiunge poi che se uno evita il male non perché sia male ,ma perché la legge positiva lo proibisce non è un uomo libero,quindi la Chiesa non obbliga ma forma le coscienze utilizzando ragione e fede perché siano le stesse coscienze ad aderire liberamente alla proposta offerta perché l’ultimo tribunale è pur sempre la coscienza. Professare una fede non è un fatto privato e oggi è in atto una vera e propria riduzione che va di pari passo con quella della coscienza,relegata all’ambito privato,quindi “Ab solutum”sciolta da ogni vincolo. La coscienza è un organo non un oracolo e come tale appartiene all’essere della persona ed è passibile di sviluppo di formazione ma anche di deformazione dal momento che l’uomo è colui che per sua natura necessita di aiuto di altri per divenire ciò che è. Il silenzio della coscienza a non avvertire neanche il, dolore e l’indifferenza alla verità è la malattia più pericolosa della nostra epoca. La coscienza aperta al mistero fonda e non annulla la dignità e la libertà’ dell’uomo perché essa è l’ambito dove la ragione formula i suoi giudizi,dove la persona imposta responsabilmente la propria vita seguendo l’appello a compiere il bene ed evitare il male è l’Ambito Che cresce nella misura in cui la persona è attenta alla propria interiorità. La coscienza non si può ridurre al luogo dove l’io parla con sé,ma dove si palesa la “communio personarum”:un sapere “con”,in comunione con la nostra origine.

La libertà di coscienza esige informazione,formazione,riflessione,scelta ma anche assunzione di responsabilità nella libertà;esprime quella possibilità di ulteriorità rispetto alla società,al pensiero prevalente,al fatalismo,al senso di impotenza che genera non ingiustificatamente indignazione.. La libertà di coscienza porta ad esserci con quel protagonismo positivo che conferisce senso alla vita,che consente di osare e di andare avanti. Alla coscienza siamo costretti come a nessun altra autorità esterna,ma dobbiamo contare sul fatto che essa sia ben formata,si tratta di un autonomia individuale che si intreccia all’eteronomia del bene,della legge morale,dell’idea e dell’aspirazione all’infinito che è in noi,comunque la si voglia chiamare. Non sempre la via “dei luni” su cui ancora orgogliosamente la nostra cultura si incammina,si è dimostrata delicata e l’illuminismo stesso è rimasto insoddisfatto perché ha finito col costruire un ,modello umano ridotto a metà,che cerca di assicurare sé stesso,le proprie certezze senza tenere conto delle relazioni che lo legano al suo stesso corpo,alla sua coscienza morale,agli altri soggetti. Per un cristiano l’esperienza dell’autodeterminazione non si esaurisce nell’arbitrarismo individualistico e la fede alleggerisce dal dovere ricorrere alla fondazione di sé e la sua funzione è di “liberare”.Solo in tal modo la fede acquisisce il connotato positivo che è segno della condizione umana ed adulta

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