I FRUTTI DEL VATICANO II – di Piero Vassallo

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L’interrotto pontificato di Benedetto XVI

Dietro l’espressione vaga mondo di oggi vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Questo non è riuscito nello schema XIII [Gaudium et Spes]. Sebbene la costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del mondo e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale”. (Benedetto XVI al Sinodo dei vescovi, 11 ottobre  2012)

di Piero Vassallo

In questo tempo così turbato del post-concilio” [1]Benedetto XVI ha consentito e incoraggiato la rilettura e la revisione dei testi lacunosi e/o confusi del Vaticano II. Ad esempio ha indicato i limiti della Nostra aetate, rammentando che nel processo di recezione del Concilio ecumenico Vaticano II “è via via emersa anche una debolezza di questo testo di per sé straordinario: esso parla della religione solo in modo positivo e ignora le forme malate e disturbate di religione, che dal punto di vista storico e teologico hanno un’ampia portata, per questo sin dall’inizio la fede cristiana è stata molto critica, sia verso l’interno sia verso l’esterno della religione”.

Intanto l’uso sobrio e rigoroso di un’ingente mole di notizie e la felice combinazione di fermezza dottrinale e carità, hanno consentito a Paolo Pasqualucci di affrontare l’imbarazzante problema posto dalla presenza – indisturbata, quando non incoraggiata e approvata ufficiosamente – della screditata teologia progressista, fumo di satana penetrato nella Chiesa cattolica, come ebbe a definirla Paolo VI [2].

La rumorosa sopravvivenza della teologia conformista, che fu generata da uno stupore disarmato davanti a figure ideologiche fatiscenti e destinate ad essere travolte e sepolte sotto il muro di Berlino, costituisce motivo di umiliante disagio per la cultura cattolica.

Smentite tutte le ragioni del trionfalismo moderno, è evidente, infatti, la malinconica dissolvenza delle pie illusioni e dei cedimenti cattolici alle magnifiche sorti e progressive.

La disperazione leopardiana, schopenhaueriana e nietzschiana, professata senza ritegni dall’affranto guru Eugenio Scalfari, l’uomo che sussurra a papa Francesco I, dimostra che l’illusione progressista appartiene al passato. Le autentiche ragioni della speranza stanno rientrando faticosamente nella casa dell’ortodossia cattolica.

Se non che l’imperiosa e torrentizia verbosità dei teologi sedicenti aggiornati, mantiene una vasta area del mondo cattolico incollata al fotogramma della moviola, che ha registrato le suggestioni del progressismo furoreggiante nei remoti (e non ancora del tutto superati) anni del Vaticano II.

Nelle pagine della sua magistrale opera, Pasqualucci dimostra che, per uscire dal vicolo cieco in cui langue la cultura postconciliare, è necessario rammentare la dipendenza dei nuovi teologi (Rahner e Küng, ad esempio) da uno stato d’animo abbagliato dalle luci della ribalta progressista. Una ribalta peraltro devastata dal corso sfavorevole degli eventi e dall’involuzione dei pensieri “a monte”.

Un teologo autorevole quale Brunero Gherardini ha scritto che la nuova teologia ha tentato di mettere una pietra tombale sulla metafisica “spogliando la ragione umana della sua capacità di pervenire alla verità, di scoprirne l’essere, d’isolarne l’atto di essere”.

Dal suo canto Giovanni Cavalcoli o. p., ha dimostrato che nel pensiero di Karl Rahner, uno degli agenti confusionari circolanti negli ambulacri del Vaticano II, prevale l’errore capitale del trascendentalismo dopo Kant: “la mente umana, secondo Rahner, trascende gli enti e giunge a Dio non con l’applicare il principio di causalità partendo dall’esperienza degli enti sensibili, ma mediante un’esperienza, che è appunto questo trascendere, il quale non segue ma precede l’esperienza sensibile degli enti, ed è immediato ed aprioristico contatto con Dio stesso atematicamente ed originariamente sperimentato [3].

2p1cDi qui le acrobazie alle quali sono costretti i teologi quando si trovano di fronte al problema dell’ateismo fanatico, professato da uomini di cultura, ad esempio da Eugenio Scalfari. Come è possibile l’ateismo se la mente umana è capace di un aprioristico contatto con Dio? Se Cristo si è incarnato in qualche modoin ogni uomo come si giustifica la cecità degli atei? Come possono convivere nell’uomo il Cristo incarnato (in qualche modo) e la negazione di Cristo? Come è possibile una coscienza che nega il Dio in sé abitante? E come è teologicamente spiegabile un tale paradosso?

Purtroppo l’ovvia soluzione del problema – abbandonare i devastanti errori rahneriani – è un rischio che la teologia post-conciliare non può correre. Di qui l’acrobazia teologica che assolve e addirittura promuove la coscienza dell’ateo Scalfari.

Il difficile compito dei restauratori cattolici, in ultima analisi, consiste nel rianimare la perplessa e depressa maggioranza dei credenti, dimostrando che il potere, tuttora esercitato da novatori tanto ostinati quanto esausti e sorpassati, non discende dalla presunta evoluzione del dogma ma dall’esagerata fiducia riposta in ideologie perdenti.

Durante gli anni Sessanta il potere della suggestione era a tal punto influente che perfino un uomo cauto e scrupoloso come Giovanni XXIII dichiarò ammirazione “per il meraviglioso progresso del genere umano”, in pratica per le conquiste vantate dai propagandisti della rivoluzione illusionista.

Nell’Allocuzione inaugurale Gaudet Mater Ecclesia papa Roncalli tratteggiò due scenari divergenti: un Concilio indirizzato alla risoluta, intransigente conferma dei dogmi (“il Concilio deve condurre ad un sempre più intenso rafforzamento della fede”) e un Concilio orientato ad evitare la condanna degli errori moderni, visto che “ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensi a condannarli”.

In una fase storica caratterizzata dall’incubazione del furente anarchismo dei sessantottini, Giovanni XIII affermò addirittura che gli uomini contemporanei sembravano “più inclini a recepire gli ammonimenti” della Chiesa cattolica.

Di qui la convinzione, illusoria dato il furore delle persecuzioni anticristiane allora in atto nell’Unione sovietica e in Cina, oltre che nel mondo islamico, che si potesse giudicare avvenuto “l’ingresso in una nuova età, la quale, fatta salva la sacra eredità trasmessaci dalle generazioni precedenti mostra un meraviglioso progresso nelle cose che riguardano l’animo umano”.

Evidentemente la visione di un mondo verniciato di rosa non può essere equiparata all’errore teologico, perciò nessuno mette in discussione la fedeltà di papa Giovanni al dogma, fedeltà che fu peraltro autorevolmente attestata da Cornelio Fabro. L’infallibilità peraltro non copre le opinioni dei papi sull’effimero, tanto meno sacralizza gli abbagli giornalistici.

Senza dubbio erronea è, invece, la teologia progressista, avanzata sotto l’ombrello dell’immaginario contemplante i progressi spirituali della modernità, fino a raggiungere il punto di non ritorno che è rappresentato dalla teoria di Karl Rahner sui cristiani anonimi. Teoria in cui Cornelio Fabro vedeva il rovesciamento della teologia in antropologia.

Le suggestioni diffuse dai nuovi teologi hanno purtroppo inquinato il dibattito  conciliare, imponendo una soluzione interlocutoria e minimalista, la “pastoralità”, che ha escluso il radicamento delle costituzioni conciliari nell’infallibilità ma non ha impedito la circolazione tra i novatori di una surrettizia opinione infallibilista, affermante l’inviolabilità dell’ecumenismo latitudinario, che era giustificato soltanto dagli immotivati entusiasmi intorno alle languenti ideologie.

In seguito, l’infallibilismo è stato usato come copertura, offerta dall’esorbitanza del buonismo, ai teologi che, in nome del “concilio”, erano intenti all’erosione deldepositum fidei. Per un singolare paradosso, il partito dei nuovi teologi ha trovato rifugio nella intransigenza dottrinale dichiarata da Giovanni XXIII durante la cerimonia inaugurale del Vaticano II.

Per ridare vitalità e slancio missionario alla Chiesa cattolica, a nostro avviso, è necessario sciogliere i lacci che tengono unito l’incontrollato entusiasmo dei novatori all’intransigenza dottrinale, cioè  interrompere il giro vizioso che si è stabilito tra la prudenza infallibilista e il deficit prodotto dal precipitoso avventurismo teologico.

Occorre specialmente che questa delicata operazione sia compiuta, come propone Pasqualucci, con rigore ma senza ventilare lacerazioni irreparabili.

L’interruzione del giro vizioso della teologia è tuttavia impensabile senza la preventiva rinuncia alle anacronistiche illusioni intorno agli splendori della modernità. Si tratta di trarre le dovute conseguenze dall’invito all’autocritica della modernità e del cattolicesimo modernizzante, formulato da Benedetto XVI nellaSpe salvi.

È questa, infatti, la condizione necessaria a ottenere la liberazione del pensiero cattolico dal peso morto e mortificante della moderna utopia. Nei testi del Concilio pastorale (e non dogmatico) un illuminato esercizio del senso autocritico può, infatti, scoprire e rimuovere le tracce dell’ingenuo ottimismo professato da Giovanni XXIII, quindi avviare, senza inscenare drammi, l’attesa separazione del dogma cattolico dalle temerarie opinioni dei teologi privati.


[1] L’espressione è di padre Cornelio Fabro, cfr. “Lettere su Santa Gemma Galgani al Monastero di Lucca“, a cura di Elvio Fontana, Edivi, Segni 2013, pag. 34

[2] Paolo Pasqualucci, “Giovanni XXIII e il Concilio Ecumenico Vaticano II Analisi critica della lettera, dei fondamenti, dell’influenza e delle conseguenze della Gaudet Mater Ecclesia, Allocuzione di apertura del Concilio, di Giovanni XXIII”, Editrice Ichtis, Spadarolo (Rn) tel. 0541.727767.

[3] Giovanni Cavalcoli, “Karl Rahner Il Concilio tradito”, Fede & Cultura, Verona 2009, pag. 33

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