I labirinti del pregiudizio antimetafisico

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Di Piero Vassallo

Sotto l’insigne parrucca

I labirinti del pregiudizio antimetafisico

Onesto Kant. Chi osa dubitare? Onesto anche il pregiudizio antimetafisico? La buona fede del pio protestante non è in discussione, dopo il concilio. La rugiada buonista, calante dalla teologia di Rahner, ci tranquillizza. Siamo o non siamo ecumenici di larghe vedute?

Curiosi, almeno. Il cattolico Sebastian Kunkler, ad esempio, è curioso. Sa benissimo che la curiosità, se applicata ai pensieri omologanti, è considerata un vizio, che allontana dallo splendore delle carriere universitarie.

Kunkler lo sa e rimane nel margine. La sua carriera, in ultima analisi, è inchiodata all’esorbitanza dei farraginosi pensieri dai quali discende la legge che dopo Kant la chiacchiera annulla e sostituisce la filosofia.

Sotto il cielo rosso l’omertà di pensiero è legge. Taccia il cattolico nelle università!

Kunkler è un cattolico intemperante, tuttavia.  Il suo rigore è risoluto e sgarbato. Nel margine, infatti, la ragione ha qualcosa da dire sulla anfibolia dei ragionamenti kantiani e sul loro catastrofico esito. Ad esempio che il rigore criticista prende la mano e vola fuori rotta. Le aporie antimetafisiche di Kant intendono trasformare le cose in forme metafisiche, costruite entro il puro pensiero.

L’intransigenza cattolica è fuori gioco, pecca contro l’ecumenismo galoppante, ma non sbaglia. E svela il destino delle filosofie galoppanti e volanti dopo Kant: “L’accesso che Kant negava alle realtà transifisiche diviene possibile determinando gli oggetti metafisici come puri oggetti logici“.

Ora è noto che tali incorporei oggetti oppongono una debole resistenza al volo dei paroliberieri.  Il mondo non c’è più, il mondo è la mia testa, è il mio pensiero, dice filosofo liberato dai metafisici lacci.

Volare, oh oh. Sotto lo scetticismo blu, imparruccati da Kant, formicolano pensieri a briglia sciolta. Dopo Kant, nelle scuole, battono le ali i discorsi sfrenati di Hegel, di Heidegger e di Severino intorno al tutto e al nulla.

Con astratte parole Kant ha abbattuto il ponte che la filosofia di San Tommaso d’Aquino aveva costruito per raggiungere la verità sul sommo essere. Se non che subdoli malintesi ed equivoci tortuosi erano in agguato in mezzo alle parole della negazione inappellabile della Critica.

Il cattolico Kunkler dimostra che “San Tommaso percorre la via reale che parte dagli effetti e ne cerca la causa indipendentemente dal concetto a priori dell’ente assoluto”.

La confutazione kantiana, invece, incomincia da un pensiero irreale: non muove da un ente (l’universo) ma dal concetto di cosmo, “l’esistenza del quale è inconoscibile, poiché essendo esso l’insieme di tutti i fenomeni fisici (naturali) non può essere un fenomeno fisico ma diviene un concetto razionale o idea trascendentale“. Il mondo ridotto a puro pensiero, per l’appunto.

Trasportando il cosmo reale nel cielo delle astrazioni, Kant ha giocato un carta truccata. La confutazione kantiana della metafisica ha fondamento nella convinzione che “un mucchio di oggetti reali (granelli di sabbia, atomi, elettroni, protoni, neutroni quark, preoni) se diviene troppo grande (rispetto a che cosa?) perde la sua realtà per diventare un oggetto di pensiero”.

Adesso la filosofia contempla due mondi: una realtà sensoriale, il fenomeno, e una realtà mentale, il concetto, una creatura della ragione.

Il fenomeno kantiano è muto, il concetto parla troppo ed è inattendibile. La metafisica è piantata su una croce che rappresenta la guerra tra fenomeno e pensiero.

Se non che il curioso Kunkler vuol sapere di quale legno è fatta la croce di Kant. E al proposito cita un passo della Critica: “Noi non possiamo impedire e neppure reggere il pensiero che un ente che ci rappresentiamo come quello sommo tra tutti quelli possibili, dica in certo modo a se stesso: io sono dall’eternità e per l’eternità, e all’infuori di me non c’è niente tranne ciò che è qualcosa semplicemente per mezzo della mia volontà: ma donde sono io dunque?”.

La domanda terribile, che ha spaventato otto generazioni di filosofi e che ha avviato milioni di persone all’ateismo scientificamente dimostrato è una domanda di paglia. Di paglia è la croce piantata da Kant sulla sabbia dell’apostasia: “Basta un po’ di attenzione teoretica per rendersi conto che si tratta di una questione mal posta e improponibile. Essa corrisponde alla domanda: Chi è il creatore del creatore?“.

Domanda dopo domanda l’illuminismo è arrivato al circolo ermeneutico. Il capolinea, l’anticamera del nichilismo. C’è arrivato tra squilli di tromboni accademici e in mezzo allo sventolio di bandiere sapienti. Ma alla fine è arrivato alle grondanti pagine del giornalista Eugenio Scalfari.  

 

 

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Su un altro versante il saggio di Kunkler è notevole per la proposta, ripresa dal migliore Maritain, quello Ateismo e problema di Dio e sviluppata grazie a una profonda conoscenza della lingua e della letteratura sanscrita, di usare alcune filosofie dell’India quali disinfettanti del pensiero occidentale. “Oggi non ha più senso limitare il problema della conoscenza alla sola tradizione occidentale che per lo più sembra incagliarsi nelle strettoie di un relativismo del non senso”.

Ovviamente Kunkler rammenta i rischi del sincretismo, ben visibili nei testi (di Evola e Guénon) discendenti dal delirio teosofico di Helena Blawatzski. La sua proposta, pertanto, non viola l’obbligo di rammentare quel che divide, prima di  adottare quel che unisce. Kunkler riconosce il rischio incombente quando si dimentica che “l’induismo in gran parte ha costruito sistemi monistico-panteistico-nichilisti, … per cui poco parte della metafisica Advaita e Bhedabheda può evitare di incrementare tentazioni (in Occidente e per lo studioso occidentale) neognosticheggianti”.

Se non che alcuni grandi filosofi del Vedanta hanno compreso che la negazione dei mezzi della conoscenza oggettiva allontana dal mondo della logica e della realtà. La conclusione è che “l’uscita dalla antimetafisica teoretica di Kant è possibile solo attivando entrambi i polmoni della filosofia, ossia la filosofia greco-latina-occidentale e quella induista”.

La lezione di Sebastian Kunkler, in definitiva, indica ai seguaci del tradizionalismo spurio il metodo seguire per superare le porte girevoli che

indirizzano l’avversione al mondo moderno su piste che conducono alle fonti antichissime dell’errore presente. E per trovare, nelle pieghe della tradizione indiana, una significativa conferma del principio della filosofia del senso comune.

Sebastian Kunkler, “Kant e la determinazione Fondazione e anfibologia nella prima Critica”, Marsilio, Venezia 2009.

 

 

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