I NAVIGATORI – un racconto di Maria Antonietta Novara Biagini

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I NAVIGATORI

 

di Maria Antonietta Novara Biagini

***

Questo racconto è tratto dal volume di prossima pubblicazione “Il conformismo stanato (e di sganassoni gonfiato)”, di Emilio Biagini e Maria Antonietta Novara Biagini

***

Gli impavidi navigatori di Mezastrassa, esperti nel solcare il mare con l’ardita prora, credevano che fosse altrettanto facile navigare in terra, grazie anche alle meraviglie della scientifica scienza e della tecnologica tecnologia.

ttPartirono quindi baldanzosamente in quarantaquattro (come nella filastrocca dei quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due), a bordo di un baldanzoso pullman di linea, ben provvisto di tom-tom satellitare, e guidato da un espertissimo auriga, e con un validissimo accompagnatore, che fungeva anche da ufficiale di rotta, essendosi provvisto delle necessarie carte stradali.

Peraltro inutili, c’era il tom-tom supertecnologico.

Lo scopo dei quarantaquattro era quello di visitare una venerabile abbazia, remota tra le montagne, raggiungibile solo attraverso strette, anguste e difficili strade alpestri, fra picchi innevati e ameni prati fioriti. Un obiettivo obiettivamente difficile.

Ma niente paura, c’era il tom-tom.

La strada correva parallela alla catena di monti, dove si annidava la desiderata abbazia. Correva, correva la strada, anche se pareva che nessun altro lì avesse voglia di correre. Infatti la strada era inspiegabilmente vuota. Il supertecnologico, lucente pullman avanzava impavido nel vuoto, senza tradire la minima emozione.

Tanto aveva il tom-tom.

L’auriga e il navigatore, invece, qualche preoccupazione cominciavano ad averla, e tra loro si svolse, a bassa voce, un segreto conciliabolo, che fu per caso orecchiato dai più vicini dei quarantaquattro in fila per sei col resto di due.

AURIGA — Cospetto, comincio ad albergare un sinistro sospetto.

NAVIGATORE — Anch’io un sinistro sospetto albergo nel petto.

AURIGA — Alquanto curioso parmi che da un quarto d’ora non videsi in codesta strada, ad eccezion del nostro, veicolo veruno.

NAVIGATORE — Né tampoco niuna vagante motocicletta.

AURIGA — No, neppure un umile monopattino.

NAVIGATORE — Che la strada sia chiusa?

AURIGA — Parrebbemi un’ipotesi, sebben preoccupante, tuttavia non del tutto da scartare.

NAVIGATORE — Però abbiamo il tom-tom.

AURIGA — Sì, fortunatamente abbiamo il tom-tom.

NAVIGATORE — Se intoppo alcuno insorgesse, egli il saprebbe.

Il tom-tom, intanto, continuava a indicare la strada, sia mostrando sul display illuminato l’itinerario dalabseguire, sia parlando con voce vagamente elettronica, sia emettendo ogni tanto piccoli lampi verdini di elettronica soddisfazione.

Cinque minuti dopo, però, la situazione appariva sempre più grigia.

AURIGA — Ma qui siamo in mezzo al deserto. C’è davvero qualcosa che non quaglia.

NAVIGATORE — Per adesso non diciamo niente, per non spaventare i quarantaquattro.

AURIGA — Bisognerebbe chiedere a qualcuno.

NAVIGATORE — Speriamo solo che ci sia qualcuno.

Dopo altri cinque minuti di deserto dei tartari, senza vedere neppure un barattolino di salsa tartara o un mezzo tartaro, ecco finalmente apparire la desiderata oasi, in forma di un pugno di case allineate su un lato della strada e corredate di vecchio valligiano che, incurante delle scritte iettatorie stampate sulle confezioni di tabacco, su istruzione della vigilante Unione Europea, era intento alle delizie della pipa.

Segue la trascrizione, in dialetto italico, dell’interessante conversazione svoltasi in savoiardo-mezastrassico:

NAVIGATORE — Buon giorno, buon uomo.

VALLIGIANO — Buon giorno, stranieri tecnologici.

NAVIGATORE — Vorremmo andare alla grande abbazia. Ma come mai non passano automobili su questa strada? È forse bloccata?

VALLIGIANO — Sì, non si può passare. La galleria di Fungorifungo è chiusa per lavori. Se continuate dritti avrete la soddisfazione di constatarlo di persona e di dover rifare la strada a marcia indietro.

AURIGA — E quando la riaprono?

VALLIGIANO — Tra un mese, forse, a Dio piacendo.

AURIGA — E allora, all’abbazia come ci arriviamo?

VALLIGIANO — Ci dev’essere un’altra strada, ma adesso sentiamo mio nipote che conosce tutte le strade.

Si stava nel frattempo radunando l’intero villaggio, e tutti avevano consigli da offrire, mentre ammiravano il pullman supertecnologico, rutilante di cristalli e lamiere, arenato come una balena in una strada dove neppure grazie ad una distruttiva cura dimagrante avrebbe potuto invertire la marcia.

Dopo lungo parlamentare, apparve inevitabile trovare il modo di tornare alla città più vicina, e di lì imboccare un’altra strada per raggiungere, dopo una lunga deviazione, la meta desiderata.

Risaliti auriga e navigatore sul pullman, il tecnologico capolavoro su quattro ruote si rimise in moto, salutato con affetto e profonda ammirazione da tutti i quattordici abitanti di quella metropoli alpina, più alquante capre, un asino e due galline.

La direzione di marcia era naturalmente in avanti, nonostante tutto, perché eseguire una conversione a U, o anche solo a “vu doppio” neanche parlarne, a meno di nutrire inclinazioni suicide.

Finalmente, quando lo strapiombo di duecento metri spalancato sulla destra apparve orlato da un piccolo slargo, dove un modesto sentiero si distaccava dalla strada, e correva parallelo ad essa, e infine vi si ricongiungeva, riuscì l’ardita manovra di deviare per re-immettersi sulla strada in direzione contraria.

Ma gli avventurati pellegrini avevano fatto i conti senza il tom-tom.

Il supertecnologico apparecchio notò in una frazione di secondo l’inversione di rotta, e si mise ad emettere lampi rossi e a strepitare, con voce alquanto metallica, ma non per questo men gagliarda.

TOM-TOM — Errore, errore, errore. Stai sbagliando strada; torna indietro, ridicolo e indisciplinato auriga della malora, torna indietro, ignorante che credi di conoscere la strada meglio di me. Dove vai? Cosa fai? Come ti permetti? Con quale perversa animadversione osi opporti alla tecnologica tecnologia, alla scientifica scienza, al progredito progresso? Come osi sfidare l’Istituzione tecno-scientifica-oceanica-elettronica-termonucleare? Io sono il tom-tom. Io sono l’intelligenza. Io so. Io sono l’unico autorizzato a sapere. Io so dove sono le strade, dove vanno le strade, cosa fanno le strade, cosa sono le strade. Io solo posso dirigere questo ammasso di ferraglia popolato di sistemi colloidali organici, frutto di un malaugurato errore dell’evoluzione biologica.

NAVIGATORE — Ma perché non lo spegne?

AURIGA — Ho tutte e due le mani occupate a guidare, e se sgarro di tanto così ci sfracelliamo.

Per tutta la strada, mentre auriga e navigatore (facendo uso del sano buon senso che sta scomparendo dal mondo, e che essi invece fortunatamente ancora possedevano), rintracciavano il percorso alternativo, compulsando febbrilmente le carte per giungere alla sospirata meta, nessuno ebbe il tempo di occuparsi del povero tom-tom, il quale continuava a sgolarsi per rimettere in carreggiata quegli squinternati bipedi, che si ostinavano a sbagliar strada e pretendevano di saperne più di lui.

— Chissà se Cristoforo Colombo aveva il tom-tom? — si domandò casualmente la Frau Professor Indelicato che, insieme al consorte, rappresentava il resto di due dei quarantaquattro gatti in fila per sei.

— È probabile, — sentenziò l’esperto Herr Professor Tommaso Indelicato — infatti ha sbagliato continente. —

— Non c’è più religione — commentò sconsolato il povero tom-tom, mentre, appena raggiunto un tratto di strada un po’ più agevole, gli sconoscenti individui che guidavano la spedizione malvagiamente lo spegnevano, senza trascurare di rivolgergli una raffica di pernacchie.

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