I PARTITI POLITICI OGGI – di Danilo Campanella

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La crisi di identità dei partiti politici si va sempre più palesando, dopo le esperienze del cosiddetto governo tecnico, la nascita del movimento del comico Beppe Grillo, l’incapacità a trovare un accordo di governo e le convulsioni di questi giorni per l’elezione del Capo dello Stato. Pubblichiamo su questo argomento un primo contributo, di Danilo Campanella, e saremo lieti di ospitare sulle nostre pagine altri interventi che aiutino ad approfondire problematiche essenziali per la sopravvivenza dello Stato democratico.

PD


I PARTITI POLITICI OGGI

di Danilo Campanella

 

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In questi ultimi giorni si è parlato molto della possibilità di un governo del partito Democratico assieme al Partito delle Libertà, per permettere una transizione politico-istituzionale oltre le divisioni e i “disturbi” movimentisti. Al proposito si è fatta memoria di quando Aldo Moro tentò, ai tempi del PCI di  Berlinguer, la grande intesa storica con le sinistre italiane.

A tal proposito vorrei esporre alcune riflessioni.

La prima riguarda l’evidente differenza del mondo politico passato con quello presente, la seconda la differenza con gli uomini politici. Se alla fine del 1960 la sinistra voleva un avvicinamento alla Democrazia Cristiana (centro) con buona pace di Moro, era perché le tensioni sociali non interne, ma internazionali, potessero placarsi in favore di una distensione che portasse la sinistra italiana fuori dalle “grinfie” della Russia. Erano partiti ideologici, basati cioè su una ideologia o idea politica messa a sistema. Gli uomini politici inoltre erano statisti, ovvero non guardavano soltanto al presente, ma anche al futuro, non solo al contingente (il posto di lavoro del tesserato, la fabbrica da riaprire) ma anche al necessario. E il necessario è sempre un bene a lunga scadenza.

Oggi questo tipo di compromesso politico non esiste, ed è totalmente fuorviante prendere come esempio Moro e Berlinguer. I partiti odierni non sono partiti di programma, e nemmeno partiti di potere, sono partiti politici del potere mancato, che cercano di tenere quell’influenza istituzionale che si sono conquistati nel tempo a discapito del tempo stesso e delle necessità presenti. Il vero problema oggi non sono i partiti politici, ma il fatto che partiti non ve ne siano affatto. Vogliamo forse paragonare PD, UDC, PDL ai partiti di massa esistenti negli anni del dopoguerra? No di certo. Quei partiti, con tutti i loro evidenti difetti, ebbero il pregio di mantenere l’equilibrio sociale e di ricompattare un Paese uscente dal secondo conflitto bellico. Quelli di oggi non sono riusciti a mantenere i benefit conquistati per il popolo, in tempo di pace.

Il problema è che oggi di partiti politici veri non ce ne sono, e ce ne sarebbe veramente bisogno. Le personalità politiche contemporanee si preoccupano della legge elettorale, ma non della previdenza sociale, si preoccupano della grande coalizione del momento, ma non delle code in ospedale, si preoccupano della libertà in sé come idea astrusa e teorica, di cui non ne conoscono l’origine, e non della loro responsabilità di cittadini e politici.

La libertà è gemella della parola responsabilità. Il significato del sostantivo “responsabilità” e dell’aggettivo “responsabile” presentano sfumature non da poco conto. Questi termini derivano dal latino respondere, e qualificano l’azione di chi agisce liberamente dovendo però rispondere dell’azione fatta e, quindi, anche a testimoniare e a testimoniarsi. La responsabilità indica poi il dovere di chi agisce disponendo di un certo potenziale, di un certo potere, di promuovere il bene, o il male. Essere liberi significa innanzitutto avere la coscienza delle proprie responsabilità, e della stesa responsabilità di essere liberi, passando nei tre gradi di libertà che, se vogliamo, sono equivalenti alle tre età dell’uomo, quella dell’infanzia, quella della maturità e quella della senilità.

Dobbiamo passare dalla libertà “da” qualcuno o qualcosa, imponendo la nostra individualità, la nostra personalità, alla libertà “di” fare, dire, pensare con la sola auto-censura insita nella responsabilità di questo potenziale e, in un certo senso, quindi, nessuna censura in tutto ciò che è bello e buono, fino alla libertà “per” ossia quella libertà “in atto”, che non è solo uno status, un’autoconvinzione, ma l’esercizio fattuale, pratico, di quella libertà che, altrimenti, sarebbe nulla.

In questo senso il politico contemporaneo è tanto lontano dalla libertà quanto l’uomo dell’età della pietra lo era dall’automobile.

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